Dl Sicurezza, Trivelle: il dissenso di Confindustria

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ROMA – 1 FEB Confindustria Energia ed i sindacati di settore Flictem Cgil, Femca Cisl ed Ulitec Uil hanno chiesto un urgente incontro al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed al Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio.  Ragione dell’incontro sono le forti preoccupazioni circa gli impatti negativi del Dl Sicurezza sull’esplorazione e la coltivazione degli idrocarburi. Lo si legge in una nota congiunta.

L’emendamento “blocca trivelle” ha generato la sfiducia delle imprese del settore e difatti i punti a sfavore delle industrie petrolchimiche sono diversi. I più significativi:

  •  Il blocco di tutte le attività di studio e ricerca del sottosuolo per 18 mesi
  • L’ aumento di circa 25 volte dei canoni di concessione delle aree sotto cui cercare giacimenti
  • La scomparsa del riconoscimento delle attività di ricerca ed estrazione di metano e petrolio come attività di pubblica utili

 L’intervista rilasciata al Sole 24 Ore dal Presididente di Confindustria Romagna non lascia spazio a teorie regressiste: “L’accordo sulle trivellazioni è un suicidio industriale – afferma Paolo Maggioli –  ed è in gioco la sopravvivenza di un intero sistema territoriale che ha fatto dell’oil&gas un fiore all’occhiello nel panorama mondiale, per tecnologie, competenze e anche per sicurezza e sostenibilità ambientale. Non è giusto fare del caso una lotta elettorale, mi piacerebbe che qualche ministro venisse a Ravenna a vedere come lavoriamo. Ecologicamente parlando, se il gas dovesse essere importato da altri territori di certo non sarà più semplice o meno dannoso. Da anni lavoriamo per conciliare sempre di più l’attività industriale con il rispetto delle norme e delle procedure di salvaguardia.”

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TRIVELLE E AMBIENTE – La trivellazione è quindi un’attivita sicura o almeno questo è ciò che vuol far intendere il Presidente  di Confindustria Romagna. Una memoria a breve termine quella di Maggioli, che sembra voler rimuovere dalla reminiscenza comune i disastri del 1965 al largo di Ravenna o del 1991 nel Golfo di Genova.  Due casi che rappresentano solo una piccola percentuale degli incidenti avvenuti nei nostri mari a causa dell’estrazione del petrolio. Nel 2013 il centro studi del Parlamento Europeo ha pubblicato uno studio denominato “L’impatto degli incidenti delle trivellazioni di olio e gas sulla pesca Europea” in cui si analizzano le conseguenze delle trivellazioni marine in Europa.

Secondo i dati raccolti sono avvenuti circa 9700 incidenti negli ultimi 20 anni, di cui ben 1300 solo in Italia. Troppo semplice allora spiegare che l’Italia non può permettersi di rinunciare a riserve energetiche e posti di lavoro, perché con la scusa dell’occupazione abbiamo dimenticato che il lavoro non scompare.. ma muta. È interessante notare come la crescita delle Fer (Fonti di energie rinnovabili) vada di pari passo con la creazione di nuovi posti di lavoro, difatti secondo l’agenzia Onu Irena ci sono circa 8,1 milioni di persone che lavorano nel settore delle energie rinnovabili in tutto il mondo e non si può certo dire che l’Unione Europea sia rimasta a guardare.  I paesi dell’Unione Europea infatti costituiscono nel complesso la principale potenza mondiale nell’ambito dello sviluppo e dell’energia rinnovabile.

I DATI  – L’ Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, ha diffuso uno studio che analizza lo sviluppo di fonti rinnovabili (termico, fotovoltaico, idroelettrico, eolico, geotermico e da biomassa) nel consumo di energia nell’UE-27. Dalla ricerca emerge che nel 2011 le fonti rinnovabili hanno contribuito per il 13% al consumo energetico nei 27 paesi dell’Unione Europea rispetto al 7,9% del 2004 e al12,1% del 2010. Ricordiamo che nell’ambito della strategia europea 20-20-20, uno degli obiettivi per per l’UE-27 è quello di raggiungere entro il 2020 una quota del 20% di energie rinnovabili nel consumo finale lordo di energia. Tra il 2010 ed il 2011, sottolinea la ricerca, quasi tutti gli stati membri hanno aumentato la loro quota di energia rinnovabile nei consumi finali. I risultati più significativi sono stati registrati nelle regioni del Nord Europa, in particolare Svezia (46,8% di fonti energetiche rinnovabili nel consumo totale), Lettonia (33,1%), Finlandia (31,8%) e Austria (30,9%). I risultati più bassi si registrano a Malta (0,4%), Lussemburgo (2,9%), Regno Unito (3,8%), Belgio (4,1%) e Paesi Bassi (4,3%). Nel 2011, l’Estonia è stato il primo Stato membro a superare il suo obiettivo per il 2020 toccando quota 25,9%. Conclusione? Inutile parlare d’ambiente se poi non lo si tutela imprescindibilmente ed il primo passo per affrontare  ecologicamente le sfide globali è di sicuro il passaggio all’energia verde.

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