Dogman: capolavoro di Garrone immerso nella fiaba nera

Fonte: i.ytimg.com
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Si parlava di un nuovo film di Garrone sulla scia di Collodi ed una sua versione di Pinocchio già da tempo. Ma la fiaba è stata comunque attraversata con una padronanza magistrale grazie all’ultimo suo lavoro: Dogman.

Come L’imbalsamatore, è ispirato ad un fatto di cronaca, quello di Pietro De Negri detto er canaro, totalmente rivisitato ed ambientato nello scenario da western nostrano: il desolato Villaggio Coppola a Castel Volturno.

Marcello è il proprietario di una toelettatura per cani. Mite, padre separato, adora la figlia Alida (Alida Baldari Calabria) e i suoi amici a quattro zampe che sono testimoni pacati e affezionati della sua vita. Il crimine nel suo mondo non è una dimensione parallela ma una sfumatura in cui buttarsi: lui stesso spaccia e allaccia rapporti con il bruto del quartiere Simone (Edoardo Pesce).

Cocainomane e violento senza filtri, questo ex-pugile si rende nemico il mondo e trascina Marcello con sé: lo spinge a lasciare le chiavi del negozio per derubare il compro-oro del vicino Franco (Adamo Dionisi) ed il protagonista, minacciato, è costretto a cedere. Un anno di carcere ribalta il mondo di Marcello: ora non c’è che la vendetta nella sua mente.




Il mondo di Garrone è livido, trionfo del grottesco: sotto la maschera non c’è niente, il contenitore è già contenuto. Pinocchio che si ribella a Lucignolo mischiato ad un gigante cattivo, il protagonista è reso perfettamente dalla forza febbrile di Marcello Fonte ed è padrone totale delle sue sfumature, degno vincitore del premio d’interpretazione maschile a Cannes.

Il racconto va spedito, ellittico e dilatato all’occorrenza con grande maestria. Ma più che la storia ad affascinare sono le scene di violenza, dense e pervasive, tattili ed animalesche, la percezione della solitudine in sintonia con il paesaggio.

Dogman è innanzitutto un film sulla solitudine e sulla sua degenerazione. Il campo lungo a chiudere è quanto mai esplicativo in questo senso. La desolazione, il bisogno di amore producono mostri: ciò che muoveva i personaggi di Il racconto dei racconti è la stessa molla che fa scattare e operare Marcello solo contro la sua lotta interna tra bontà e bestialità.

I comprimari, tralasciando il virtuosismo di Pesce, sono tutti funzionali e amalgamati con precisione, diluiti perfettamente in simbiosi nel contesto. Si noti tra questi Francesco Acquaroli interprete di Samurai nella serie Suburra e del commissario Galatro nella trilogia di Smetto quando voglio.

Una lode va a allo scenografo Dimitri Capuani e al direttore della fotografia Nicolaj Brüel, secondo maestro delle luci straniero dopo Peter Suschitzky de Il racconto dei racconti, con cui Garrone ha ‘tradito’ il suo fidato Marco Onorato.

Film memorabile, penetrante, da vedere e consigliare, è in sala dal 17 maggio. Non tardate a gustarlo.

Antonio Canzoniere

 

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