Don Bosco: il santo che dedicò la sua vita ai giovani e ai loro diritti

Mai come oggi abbiamo bisogno di esempi di uomini virtuosi, che hanno cambiato il Paese, ma anche il mondo. Uno di questi è sicuramente san Giovanni Bosco, che nella Torino del primo Ottocento, dedicò la sua vita ai giovani in difficoltà, alla loro salvezza spirituale ma anche alla loro condizione sociale. Fu il primo a pretendere il rispetto dei diritti dei giovani lavoratori e a far stipulare per loro contratti di apprendistato.

Don Giovanni Bosco nacque nel 1825 da un’umile famiglia di Castelnuovo d’Asti. Divenuto presto orfano di padre, restò con la madre, Margherita, che nell’arco della sua vita ebbe sempre un ruolo sempre centrale.

A nove anni, don Bosco fece un sogno profetico, che gli preannunciò la sua missione di aiutare ed educare i giovani.

In questo sogno immaginò di trovarsi vicino casa circondato da una folla di ragazzi. Questi ultimi si divertivano, schiamazzavano e spesso bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, don Bosco si slanciò su di loro facendoli smettere con pugni e percosse. Gli apparve a questo punto un uomo vestito di bianco, con una faccia talmente luminosa che era impossibile fissarla, e gli disse:

Dovrai farteli amici non con le percosse, ma con la mansuetudine e la cari. Su, parla, spiegagli che il peccato è una cosa cattiva e che l’amicizia con il Signore è un bene prezioso.

Don Bosco, nel sogno, rispose di non essere in grado di parlare di religione con quei giovani. Comparve a quel punto una figura femminile, sempre investita di luce, che lo rincuorò dicendogli che un giorno tutto questo gli sarebbe stato chiaro.

Dopo questo sogno, don Bosco comprese la sua vocazione al sacerdozio e fin da subito iniziò ad avvicinare i giovani alla preghiera e alla fede.

Iniziò così a frequentare una scuola parrocchiale. Per attrarre i giovani a partecipare alla messa e alla sfera religiosa, imparò a fare giochi di prestigio e ad esibirsi come saltimbanco, invitandoli prima a recitare il rosario o a leggere il Vangelo.

A Chieri frequentò il seminario e fondò insieme ad altri giovani la Società dell’Allegria. Lo scopo era sempre quello di avvicinare sempre di più i ragazzi alla fede, attraverso i suoi soliti giochi di prestigio ed esibizioni da saltimbanco. Nel 1841 ricevette il sacerdozio a Torino e lì iniziò la preparazione per diventare prete nella chiesa di San Francesco di Assisi.

Cominciò così ad interessarsi alla condizione dei giovani che vivevano in condizioni di degrado per le strade di Torino.

Nel clima della rivoluzione industriale che investì la città in quegli anni, don Bosco venne a contatto con i tanti ragazzi che si recavano a Piazza di Porta Calasso per cercare disperatamente un lavoro in fabbrica o in cantiere. Parlava anche con i bambini spazzacamini e iniziò difenderli dai soprusi dei loro datori di lavoro. Cominciò a visitare anche i giovani rinchiusi in carcere e a constatare le terribili condizioni della detenzione.

Col tempo, don Bosco si guadagnò la fiducia di questi giovani problematici, che iniziarono a raccontargli le loro storie di vita. Capì che senza una guida quei giovani sarebbero caduti in rovina. Perciò si fece promettere che, una volta usciti di galera, si sarebbero recati da lui nella chiesa di San Francesco d’Assisi.



I primi giovani cominciarono a recarsi da Don Bosco, che iniziò così a riunire un gruppo di ragazzi in difficoltà. Il gruppo crebbe sempre di più e andò a costituire il nucleo originario di quello che sarebbe stato l’Oratorio di don Bosco. Già erano presenti dall’inizio gli elementi fondamentali dell’esperienza oratoriale: l’amicizia con i giovani, l’istruzione e l’avvicinamento alla Chiesa.

Don Bosco seguiva i giovani anche nei cantieri e nei luoghi di lavoro, dove non veniva garantito loro alcun diritto.

Si accorse così dello sfruttamento messo in atto dai datori di lavoro ai danni degli apprendisti, trattati alla stregua di schiavi. Si rese conto che non c’era alcuna tutela del lavoro dei giovani. Nessun contratto scritto, tempi lavorativi superiori alle otto ore, nessun riposo settimanale e nessuna misura di sicurezza o tutela per la salute dei giovani lavoratori.

I primi contratti scritti per l’apprendistato recano la firma di don Bosco.

Il primo contratto di “apprendizzaggio” venne firmato a Torino l’8 febbraio 1852, nella casa dell’oratorio San Francesco di Sales, dal giovane falegname Giuseppe Odasso, con garante don Bosco.

Questi contratti furono i primi esempi in assoluto di questo tipo di tutela “sindacale” negli stati italici.

Don Bosco iniziò ad organizzare dei laboratori in cui i giovani potessero apprendere un mestiere e liberarsi dalla condizione di schiavitù alla quale erano costretti nei posti di lavoro.

Si trattava di laboratori tenuti da professionisti, soprattutto artigiani, che insegnavano ai ragazzi la loro professione. Queste attività costituirono già il fulcro di quella che sarebbe stata la scuola salesiana.

Nel 1849 don Bosco fondò una società di mutuo soccorso, cioè un fondo comune in cui erano raccolte risorse da destinare ai giovani in caso di infortuni o incidenti sul lavoro.

Don Bosco prese accordi con le autorità reali per permettere ai giovani carcerati di avere delle ore di libera uscita per poter frequentare i suoi laboratori. L’obiettivo era quello di dare una via d’uscita a questi giovani problematici, in modo da garantire loro un futuro una volta usciti dal carcere ed incoraggiarli a non commettere più lo stesso errore.

Nel 1859 fondò la congregazione dei Salesiani e della congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Queste realtà ebbero un grande sviluppo nel corso del tempo. Oggi i Salesiani sono oltre 17.000 in più di 1600 case in tutto il mondo e quasi altrettante le Figlie di Maria Ausiliatrice.

Nel 1875 Don Bosco mandò il primo gruppo di missionari nella Patagonia, e organizzò in seguito altre sette spedizioni missionarie salesiane in America Latina.

Don Bosco è stato importante anche nell’ambito pedagogico, elaborando il sistema preventivo.

I principi educativi su cui si fonda il sistema preventivo di don Bosco sono:

  • prevenire, non reprimere;
  • un progetto di sviluppo della responsabilità personale, basato su ragione, religione e amorevolezza;
  • incremento delle conoscenze tecniche e professionali attraverso il tirocinio pratico in laboratorio;
  •  non favorire solo il sentimento ma sviluppare e rafforzare “la facoltà sovrana, la volontà, unica sorgente del vero e puro amore, di cui la sensibilità non è che una falsa immagine”;
  • la meta ideale del “buon cristiano e onesto cittadino”.
Chi è cresciuto in una scuola o in un oratorio salesiano sa quanto l’esempio di un uomo come don Bosco possa plasmare l’animo di un giovane.

Don Bosco è uno di quegli esempi che non si dimenticano, perché il suo messaggio lascia un’impronta indelebile nei cuori di chi lo ascolta:

In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene.

È un’educazione, quella di don Bosco, in cui l’educatore dà fiducia all’allievo, confidando nella certezza che in ogni persona c’è un punto di accesso al bene, e perciò a Dio. Una tale fede permette ai ragazzi di investire nei propri talenti e di fondare la loro crescita su basi solide.

Giulia Tommasi

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