L’uomo che uccise Don Chisciotte: un Gilliam pirotecnico

Fonte: screenrant.com
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Don Quixote è un soggetto che ha fatto naufragare molti grandi registi come Orson Welles il cui girato fu solo montato e parzialmente per giunta, da Jesus Franco. Un travaglio anche breve comparato a ciò che Terry Gilliam ha dovuto passare con l’eroe di Cervantes, raccontato nel documentario Lost in La Mancha.

Jean Rochefort e John Hurt erano stati scelti come interpreti del cavaliere sognatore ma alla fine, causa salute e morte di entrambi, Jonathan Pryce è finito per essere la scelta finale, peraltro azzeccata perché in sintonia col parossismo del regista.

Per il ruolo di Sancho Panza Gilliam ha fatto ricorso ad Adam Driver stornando la storia e facendo slittare gli assi temporali. Siamo nel nostro tempo: Toby (Driver) è un regista il cui primo film era un elaborato per la laurea in b/n girato in Spagna con gente del paesino di Los Sueños.

Con tutta l’ingenuità che la giovinezza e l’ambizione comportano, rovina la vita alla comunità: il vecchio Javier (Pryce), in un eccesso di pirandelliana memoria, s’immedesima nella parte di Quixote senza via d’uscita; la bella Angelica (la luminosa portoghese Joana Ribeiro) si fa sedurre dalle promesse del mondo del cinema finendo a far la escort per un magnate russo megalomane (Jordi Mollà).




Intorno a loro una corte di personaggi arricchisce lo scenario, tra cui un cinico produttore (Stellan Skarsgard) e sua moglie Jacqui (Olga Kurylenko).

La fotografia è dell’italiano Nicola Pecorini, che soprattutto nell’ultima e delirante parte del film, girata nello splendido Convento di Cristo a Tomar in Portogallo, acquista uno slancio cromatico e cinetico esaltante.

Il ritmo è forsennato: si sente la mancanza di labor limae a livello di sceneggiatura: le ellissi sono rudi, la storia va per ispirazione ed ammasso. Gilliam però fa funzionare questo film ambizioso con la forza dell’affetto, con i toni del delirio che esplodono nel finale e danno una chiusura ciclica alla storia.

I legami con la realtà non sempre son felici: contano le parti che più si distaccano da essa. Driver è in sintonia con la regia di Gilliam, Pryce è un surfista dei toni sovreccitati e la Ribeiro è incantevole: sono gemme in un cast che funziona e che gioca in chiave alta e pose barocche. La Kurylenko soprattutto gioca a far la vamp con simpatia infantile.

I fan di Gilliam rimarranno soddisfatti: il film colleziona belle trovate, momenti di tenerezza e ritmo trascinante. Le ridondanze non saranno per loro un problema.

Antonio Canzoniere

 

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