Don Milani e la coscienza civile: perché leggere “L’obbedienza non è più una virtù”

Qualche giorno fa, aspettando l’inizio del mio turno in ospedale, rileggevo alcune pagine di don Milani ne L’obbedienza non è più una virtù. Edito da Chiarelettere, il volume raccoglie le missive scritte dal priore di Barbiana e dai suoi ragazzi in difesa del diritto all’obiezione di coscienza. Queste stesse lettere, dopo la morte del sacerdote, sarebbero costate a don Milani una condanna postuma per apologia di reato. Nel 1965, infatti, gli obiettori di coscienza erano agli occhi dello Stato e di gran parte dell’opinione pubblica dei codardi e dei criminali.

Un giovane medico in attesa di timbrare, incuriosito, mi ha domandato cosa stessi leggendo; distrattamente ho risposto di cosa si trattava. «Quindi,» ha commentato stupito e – mi è parso – un po’ deluso «tu sei di Comunione e Liberazione!». Sono scoppiata a ridere e ho spiegato che no, affatto: per la verità, non sono nemmeno credente. «Ma allora» ha esclamato, sempre più perplesso «perché mai mettersi a leggere don Milani?!». Già, perché?




Nella bellissima prefazione che apre il volume la filosofa Roberta De Monticelli si pone la stessa domanda: «che senso può avere leggere don Milani, oggi?».

La risposta scaturisce da una riflessione, durissima, sullo stato di minorità morale e civile in cui versa l’Italia:

Oggi, a svuotare di sostanza la nostra democrazia non è certamente l’eccesso di obbedienza, ma il disprezzo della legalità. Delle istituzioni. Dello Stato. In primo luogo da parte di coloro che dovrebbero esserne i servitori. A sostenere costoro al potere è l’onda maleodorante della nostra foia, fatta di milioni e milioni di abusi, condoni, favori, tangenti, impunità, indulgenze e soprusi. È la palude stigia che abbiamo fatto della nostra anima, con un sì dopo l’altro alla ventennale svendita della legalità in cambio di consenso.

L’Italia – sostiene ferocemente De Monticelli – è oggi «fabbrica della libertà dei servi». La polverizzazione dell’impegno e della responsabilità personale, in altre parole, rende difficile pensare – e dunque praticare – un’autentica obbedienza o disobbedienza. I cittadini, smarrita la capacità di essere soggetti politici, sono in balia del potere.

È questo il motivo che rende tanto urgente rileggere questi scritti di don Milani, oggi. In essi c’è l’ispirazione per quel rinnovamento morale e civile di cui abbiamo un disperato bisogno.

Un rinnovamento che – va notato – ha per strumento la ragione, non la fede. Infatti, come rileva De Monticelli, in queste lettere «la coscienza parla davanti all’Assoluto ma non in nome dell’Assoluto». Per don Milani rispettare o rifiutare le leggi dello Stato è una questione di coscienza, non di religione. È una scelta che la coscienza può consapevolmente compiere solo se educata a riconoscere la pari dignità di ogni essere umano. Nonché a conoscere il concetto di “dovere” e “diritto”. Per questo, nel rapporto educativo con i ragazzi di Barbiana, il sacerdote cede spazio al maestro. Ai giovani custodi del futuro morale e civile della collettività, infatti, non è sufficiente essere buoni cristiani. Essi devono padroneggiare una «tecnica di amore costruttivo per le leggi», cioè la capacità tanto di obbedire quanto, quando la coscienza lo esige, di disobbedire. Affrontando le conseguenze penali del dissenso per esigere dallo Stato leggi più giuste.

Questa «tecnica», tuttavia, può essere acquisita solo se nel giovane si forma una certa postura esistenziale: quella di un’attenzione responsabile al mondo e agli altri.

La formazione di tale postura è, per don Milani, la più alta responsabilità del maestro, che ha il dovere

di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni.  Che non credano di potersene fare scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio. Che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

Il buon maestro – scrive il sacerdote nella Lettera ai giudici del 18 ottobre 1965, giustificando il proprio operato – deve ottemperare a questo dovere. Costi quel che costi. Perché la vera viltà non è l’obiezione di coscienza. È lasciare che l’umanità eccella nel progresso tecnico e languisca in quello morale mentre si tace per codardia o per conformismo.

A tale postura deve corrispondere una voce capace di intervenire nel dibattito pubblico facendo ascoltare le proprie ragioni.

Tale voce deve essere consapevole e informata su quanto avviene nel presente. Ma, soprattutto – come emerge dalla Lettera a Ettore Bernabei del 20 maggio 1956, in chiusura del volume – essa deve saper gestire le parole. Secondo don Milani, infatti,

la parola è la chiave fatata che apre ogni porta.

Per questo, compito del maestro è anche insegnare che le parole hanno un peso e delle implicazioni. Che non ogni cosa si può sostenere senza conseguenze. E che, in certi casi, tacere è la forma più abietta di consenso. La parola è potere in quanto è capace di significato, di verità: per mantenerla tale, per mantenerla ciò che ci rende umani, occorre impegnarsi attivamente. Fino al punto di esporsi a una querela e a un processo, purché non sia detto impunemente ciò che non deve.

Di questa postura e di questa voce don Milani si fa esempio fulgido e coerente per i suoi ragazzi. Ciò traspare in tutta evidenza non solo dalle lettere sull’obiezione di coscienza, ma anche dalle tre lettere sulla giustizia sociale in chiusura del volume. Cosicché il ritratto che questo libro ci affida è quello di un uomo straordinario non solo per lo spirito cristiano ma per le virtù civili.

Di queste virtù possiamo leggere il manifesto programmatico nella lettera, vibrante d’indignazione, scritta ai cappellani militari in difesa degli obiettori di coscienza. A coloro che avevano pubblicamente tacciato gli obiettori di “viltà” e “spirito anticristiano”, don Milani dice:

Se voi avete diritto di dividere il mondo in Italiani e stranieri, allora vi dirò che io non ho Patria nel vostro senso. Io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. E se voi avete il diritto di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente, anzi, eroicamente squartarsi a vicenda, io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. Ma, almeno nella scelta dei mezzi, sono migliore di voi […]. Le uniche armi che io approvo sono lo sciopero e il voto.

Quelle armi, che per don Milani sono gli strumenti per dar forma a un mondo diverso, oggi sembrano giacere sempre più arrugginite e marcescenti. Dimenticate.

Gli scritti di don Milani raccolti in questo volume hanno il merito di richiamare la nostra coscienza alla loro funzione originaria. Alla legalità, all’etica pubblica come una responsabilità collettiva. Ricordandoci, scomodamente, che la differenza tra uno Stato che funziona e uno corrotto fino al midollo passa anche dalla nostra volontà di essere cittadini migliori.

Valeria Meazza

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