Donne in fuga dall’Arabia Saudita: un’applicazione per smartphone aiuta il governo a catturarle

Un'applicazione aiuta il governo saudita a prevenire casi di donne in fuga, ma Google e Apple non hanno intenzione di cancellarla

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Sono migliaia le donne che ogni anno tentano di fuggire dall’Arabia Saudita. Vorrebbero scappare dalla violenza e dalle oppressioni a cui la società e soprattutto gli uomini a loro vicine le sottopongono.

Soffermiamoci sulla storia di due sorelle che hanno abbandonato il proprio paese e la propria famiglia per trovare una pace che altrimenti non avrebbero mai potuto raggiungere. Chi sono le due donne in fuga e qual è la loro storia?

Due sorelle giovanissime di 18 e 20 anni che lo scorso settembre sono fuggite da Colombo (Sri Lanka) dove si trovavano in vacanza con la famiglia. Erano state da tempo vittime di abusi da parte degli uomini a loro vicine. La loro colpa? Aver abbandonato la fede islamica.

Sono riuscite ad arrivare ad Hong Kong, luogo in cui avrebbero aspettato di ottenere il visto per entrare in Australia, la meta che avevano scelto per iniziare a vivere la loro libertà. Alcuni membri del consolato saudita però sarebbero riusciti a fermarle e avrebbero tentato di farle rimpatriare. Le ragazze hanno anche denunciato in un’intervista che le guardie avrebbero addirittura tentato di sequestrarle, ma loro, una volta riavuto indietro il passaporto, sarebbero nuovamente riuscite a scappare.

Le due donne in fuga sarebbero rimaste ad Hong Kong per circa sei mesi, cambiando ben 15 volte il proprio nascondiglio. Sono state ospitate sia da centri per donne vittime di abusi che da una suora. Le ragazze sarebbero riuscite a rimanere nascoste seppur il padre e lo zio, alti funzionari del governo saudita, sarebbero giunti ad Hong Kong per denunciare la loro scomparsa.

Le autorità saudite avrebbero invalidato i loro passaporti, quindi già a febbraio la ricerca di un altro paese che le ospitasse era divenuta un’assoluta priorità. Oggi le due ragazze hanno trovato un posto in cui ricostruire le proprie vite, in un paese non rivelato dall’ONG che ha seguito la loro vicenda.

Crediamo che questo sia un caso isolato?
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La legge sulla tutela maschile impone alle donne saudite di richiedere il consenso di un uomo – padre, marito, figlio – per studiare, lavorare, viaggiare o ricevere cure mediche. Le autorità hanno creato un database contenente informazioni sulle donne del paese per poter tracciare i loro movimenti ed evitare casi di donne in fuga.

Come funziona il sistema di monitoraggio delle donne?

Il controllo è possibile con un’applicazione per smartphone chiamata Absher. Grazie a questa app i parenti maschi ricevono sms di allerta in caso di utilizzo del passaporto da parte della donna. In questo modo le donne si ritrovano intrappolate in Arabia Saudita, dato che l’applicazione ha permesso di catturare gran parte delle donne in fuga.

L’applicazione è disponibile sia per iOS che per Android, e nonostante i tanti articoli di denuncia, né Google né Apple hanno annunciato di volerla cancellare. Incredibilmente l’app risulta infatti tutt’ora disponibile.

Le donne saudite si ritrovano incatenate ai propri “guardiani” uomini e la tecnologia sembra voler alimentare ed aiutare questa terribile condizione. La strada per una condizione paritaria per questi esseri umani è ancora lunga, nonostante vengano oggi sbandierate riforme per una maggiore libertà. Ha davvero senso permettere a queste donne di ottenere la patente di guida se non possono neanche ricevere cure mediche senza permesso?

Angelika Castagna

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