Dopo lo sgombero dell’Asilo Torino si è svegliata diversa

Fonte Imagine ilmessaggero.it
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TORINO – In via Alessandria regna un silenzio inquietante. Si sente solo il rumore sordo dei martelli che stanno ancora buttando giù i muri dell’ex Asilo occupato dagli anarchici per ventiquattro anni, al massimo qualche cane della polizia che abbaia infastidito. I varchi alla strada continuano ad essere presidiati dagli agenti in tenuta anti-sommossa, le cancellate anti-sfondamento non le hanno ancora rimosse. Ai residenti hanno smesso di chiedere i documenti solo perché ora si riconoscono: si salutano, anche. Trecento metri più in là, la nuova e avveniristica sede della Lavazza.

Dopo lo sgombero dell’Asilo, che il questore Francesco Messina ha definito “un’operazione esemplare”, Torino si è svegliata diversa. Le barricate, gli scontri, i vetri rotti e i cassonetti rovesciati dei giorni scorsi hanno lasciato spazio a un deserto militarizzato, che da queste parti ai più non piace. Da qualche giorno davanti alla scuola Holden, poco lontana, gli stessi anarchici allontanati a forza dal centro sociale stanno dando vita a quella che ironicamente hanno definito la “Bariccopoli” in onore del suo fondatore: tende piantate a terra, assemblee pubbliche, rassegne cinematografiche, corsi di difesa personale, per riprendersi in mano il quartiere al grido di: “Ora la pacchia è finita lo diciamo noi”. Baricco e i suoi hanno smentito qualunque tipo di interesse nei confronti dell’Asilo e hanno chiesto agli anarchici un confronto aperto, che però loro hanno rifiutato.

Una nuova forma di resistenza a quella che ai più pare una prova di forza muscolare, arbitraria, sproporzionata, da parte dei poteri forti della città, intenti a tirare dritto decisi verso l’imposizione sempre più coatta della propria visione da “regime urbano”. Le istituzioni cittadine, assieme alle banche e alle loro fondazioni che ormai tengono in piedi quel poco che resta di welfare torinese, coltivano un obiettivo neanche poi così sommerso: rilanciare lo sviluppo locale usando la leva immobiliare, per spingere verso un terziario sempre più avanzato e accelerare quel processo di espulsione dei poveri, in un modo o nell’altro, verso altre e magari nuove periferie. Che altro non è che la materializzazione più ingiusta e azzardata della gentrification. L’”operazione Asilo” ne è una plastica rappresentazione.

Qui siamo ad Aurora, un grande passato industriale e un presente rabbioso e precario, dove il limite tra chi si salva e chi è perduto si misura in un isolato: è centro per la vicinanza geografica al Duomo (appena dieci minuti a piedi), ma profonda periferia per la sua connotazione urbana e etnica: tra qui e la vicina Barriera di Milano il 30% dei residenti è straniero. Bassa scolarizzazione, ancora più scarse prospettive sociali e lavorative. Pezzi di strada abbandonati al degrado, edifici fatiscenti, spaccio, prostituzione. Angoli in mano alle mafie, dove la legge sembra sospesa. Ma, dall’altra parte, anche le case di ringhiera, i vicini che si scambiano cibo colorato e speziato, italiani e stranieri, bimbi di famiglie allargatissime che giocano insieme nei cortili. Un’autenticità che da un po’ ha iniziato a stuzzicare immobiliaristi e imprenditori dalla “vision” illuminata, dicono.

Per mettere a fuoco meglio quanto sta accadendo faccio una passeggiata per queste strade, che sono anche le mie strade, con Giovanni Semi, esperto di processi urbani e docente dell’Università di Torino, e Paolo Tessarin del Collettivo Sistema Torino. “La gentrification è la faccia visibile più potente del capitalismo contemporaneo, nella sua versione urbana”, mi spiega Semi. “Se una volta producevamo beni, oggetti, servizi all’interno della città, in questo momento è la città il bene, il servizio, da cui estraiamo ricchezza. La gentrificazione è la trasformazione della città per utenti progressivamente più ricchi”. Per funzionare come meccanismo di estrazione di valore questo processo ha però bisogno di città che siano attrattive, belle, che non mettano in discussione minimamente né la circolazione degli immobili come beni dal valore di scambio né che spaventino l’investitore o il turista.

E dunque, prosegue Semi, “la ‘vetrinizzazione’ e la ‘Disneylandizzazione’ della città sono funzionali alla messa in valore di questo spazio urbano. Se l’investitore e il turista non hanno paura di incontrare situazioni di degrado, se non corrono il rischio di incontrare ‘indigeni aggressivi’, se non sono messi di fronte a grandi e radicali forme di alterità, la città riesce ad attrarre sempre maggiori orde di turisti”. Ma il turismo, purtroppo, genera un tipo di economia che alla lunga può diventare bulimico, “perché si nutre di forme di lavoro precarie e discontinue, con trattamenti salariali molto bassi, e in termini assoluti sostituisce molto poco la forza lavoro precedente”.

Almeno fino agli anni Novanta l’Italia è stata una vera e propria potenza industriale in tantissimi settori: quella dell’automobile naturalmente, ma anche nell’industria dei servizi, nella piccola industria, come quella degli utensili. “È stata per decenni tra i primi produttori mondiali di frigoriferi e leader nel settore della chimica industriale” mi ricorda Semi. Il fatto che, a un certo punto della nostra storia, qualcuno abbia deciso che quel tipo di settori industriali andavano dismessi, per diverse ragioni – “una delle quali era anche una gestione molto discutibile nella cessione degli asset industriali a partner europei, in cambio di altre prebende” – ci ha tagliato le gambe. “Se ora poniamo l’alternativa secca turismo o turismo, non abbiamo alternative. Ma dobbiamo capire come siamo arrivati a questa alternativa: perché per qualcuno non potevamo più essere un Paese industriale, come per esempio i tedeschi hanno continuato ad essere, pur essendo terziari, pur avendo anche loro un’economia del turismo crescente, però tutelando le industrie nazionali, e non unicamente quelle automobilistiche. Dovremmo tornare ad abbracciare entrambe le strade, con coraggio”.

I processi di riqualificazione sono stati un denominatore comune della trasformazione dei quartieri di Torino nelle ultime decadi, soprattutto uniti dall’elemento cibo. “Il termine riqualificazione ci è stato venduto come neutro ma non lo è affatto” mi spiega Paolo Tessarin, che assieme all’autore Marco Perucca ha portato a teatro un sarcastico spaccato delle trasformazioni urbane torinesi (il titolo dice tutto: “Foodification, come il cibo si è mangiato la città”): dal Quadrilatero del 1998 passando per San Salvario e Vanchiglia nel 2008 fino ad arrivare, oggi, a Porta Palazzo, uno dei più grandi mercati aperti d’Europa a due passi da dove ci troviamo noi.

Qui, oltre a una riqualificazione importante che sta per vedere nascere il Mercato centrale, format di successo già sperimentato a Roma e Firenze, tra chef stellati, cibo di qualità e street food, è in atto un altro assalto alla carovana dei poveri: l’amministrazione Appendino ha deciso lo spostamento dello storico mercato del libero scambio, il Balon, che vuole confinato in un luogo recintato e isolato, a fianco del cimitero. Ma gli ambulanti da settimane si ripresentano qui in massa, con i lori teli e le loro cianfrusaglie, che quando va bene gli rendono anche 30 o 40 euro. E per una settimana ce la fanno a mantenere la famiglia.

Tessarin mi racconta di come il cibo sia passato dall’essere banalmente bene primario e necessario a bene di consumo, in grado di trasformare i quartieri della città, in particolare proprio quelli già oggetto di gentrification. “La riqualificazione si inserisce in un processo più ampio che è comune non solo ai quartieri stessi, ma anche a quelli simili di altre città, capitali del turismo e del loisir”. Un filo rosso che unisce mondi diversi, dove la stampa locale la fa da padrona: “Pagine e pagine con cui veniamo inondati dalle presunte minacce esplosive provenienti dai migranti nei confronti dei pochi residenti italiani rimasti, palazzi fatiscenti, saracinesche che si abbassano, per lasciare spazio – assecondando il linguaggio gentry: finalmente – ai locali più caratteristici dei processi di foodification: quelli del cibo stellato o bio, dei panini gourmet e dei cocktail di alto livello”. “Drink, beverage & food” come viene definito nel linguaggio smart da coloro che governano questi processi: e i fruitori di questi pezzi di città finiscono per diventare le classi medio-alte che possono permettersi costi di vita più elevati.

Ad Aurora e a Porta Palazzo ormai si vedono persino narratori urbani guidare tour stile safari che con fare dal sapore involontariamente colonialista raccontano queste trasformazioni. Un argomento a favore della gentrification è che produrrebbe una città più vivibile, più bella, più sana, più pulita, per chi” mi dice ancora Semi. “Dobbiamo chiederci come mai, a un certo punto, alcuni territori sono stati abbandonati e lasciati decadere”.

Non è possibile guardare alle trasformazioni attuali e future del nord della città di Torino senza partire dal sistema economico-politico che ha guidato i cambiamenti più recenti della città. “È chiaramente visibile una linea continua di mutamento narrato nei tre diversi piani strategici (2000, 2006, 2014), che conduce Torino a servirsi delle rigenerazioni urbane per risolvere problemi di sviluppo economico e integrazione sociale. Un classico accordo di tipo neoliberale, con l’amministrazione che facilita e sostiene le iniziative di mercato. Unito al disprezzo nei confronti del proprio passato industriale e, in particolare, per tutto quel mondo che da quel passato era stato espulso o non ne era proprio entrato: disoccupati, sottoproletariato di origine meridionale, nuovi immigrati di origine straniera, fino ai nuovi rifugiati e richiedenti asilo che arrivano in città spinti dai meccanismi espulsivi globali”. L’unica differenza tra prima e dopo è che in mezzo si è inserita la grande crisi economica. “I poveri vengono spinti via”, conclude Semi, “una sorta di pulizia etnica, sociale, è in atto da queste parti, in attesa, evidentemente, di altri colonizzatori”.

 

Miriam Carraretto

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