Draghi Time: riferisco, se proprio devo

by Roberto Abela | 12 Maggio 2022 11:00 pm

Il Premier terrà un’informativa alla Camera alta nella formula del Question Time (ribbattezzato per l’occasione Draghi Time), il 19 maggio, a più di due settimane dall’incontro con il presidente USA Biden, tenutosi due giorni fa per discutere della questione Ucraina, della conseguente crisi umanitaria ed energetica, dei rapporti tra Italia, Nato, Unione Europea e di economia globale

12 Mag. – Il Presidente del Consiglio Mario Draghi, riferirà sulla posizione dell’Italia nell’ambito del conflitto in Ucraina giovedì 19 maggio alle 15 nell’aula del Senato, leggendo la sua informativa e intavolando il cosiddetto “Question Time” (formula che non prevede la presentazione di documenti e mozioni) con le forze parlamentari . Ad annunciarlo, due giorni fa, la Vicepresidente di Palazzo Madama Anna Rossomando, riportando quanto emerso in seguito alla conferenza dei capigruppo riunita. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Il Primo Ministro dovrà compiere questo sforzo e cercare di accontentare le richieste di quei capricciosi e insistenti politici che proprio non ne vogliono sapere di lasciare carta bianca all’Esecutivo nella gestione della crisi politica e umanitaria che si va consumando ormai da 70 giorni alle porte d’Europa. Che per “Super Mario” una nota di indirizzo al Governo da parte delle Camere fosse un di più di cui poter fare a meno, era cosa nota, tanto che l’incontro con il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden è ormai avvenuto e l’informativa accontenta solo a metà le richieste provenienti da diverse formazioni in Parlamento (in particolare dal fronte pacifista), visto che si terrà a più di due settimane dallo stesso. Peccato, farlo prima sarebbe stato un segnale di compattezza delle istituzioni italiane (almeno agli occhi dei paesi esteri) e avrebbe conferito un mandato più forte al leader del Bel Paese, già in seria difficoltà nel toccare palla nel panorama internazionale e fortemente ancorato alle posizioni statunitensi, le quali spesso non si sovrappongono esattamente a quelle dell’Unione Europea, ne per quanto riguarda l’impegno nel trovare una soluzione negoziale, ne nel contrastare le ricadute del conflitto russo-ucraino sull’economia e sulla sicurezza dei paesi del Vecchio Continente. Nonostante questi presupposti, la posizione di Draghi è già stata ampiamente esplicitata a prescindere dal parere delle Camere, ed è perfettamente in sintonia con l’invio di nuove forniture militari (leggere e pesanti) all’ex repubblica sovietica, approvati nelle ore precedenti il colloquio con un sostegno bipartisan da parte del Congresso americano, con 368 voti a favore e 57 contrari e che probabilmente verranno approvati anche dal Senato statunitense entro la fine della settimana. Un nuovo pacchetto di aiuti da 40 miliardi di dollari, che andrebbero ad aggiungersi ai 13,6 promulgati dal Congresso a marzo, e di cui circa la metà da destinarsi all’acquisto di armamenti per rifornire militarmente il paese del Presidente Zelensky, vittima dell’aggressione russa. Durante la conferenza stampa immediatamente successiva all’incontro, Draghi ha affermato che “serve che ci si sieda tutti intorno a un tavolo, anche Stati Uniti e Russia. Bisogna sforzarsi per portare le parti intorno a un tavolo”. Ma di tavoli per il momento, nemmeno l’ombra. Del resto, è difficile pensare che Putin sia disposto ad intavolare (per l’appunto) trattative con il benestare di quella potenza che ne abbia chiesto esplicitamente la deposizione e il “Regime Change”, a prescindere dalle assurdità delle richieste di questa o quella parte coinvolta nel conflitto. Proprio sulle armi, su cui però non a caso si moltiplicano i mal di pancia della maggioranza che sostiene il Governo a Roma, l’Italia si appresta a valutare un terzo decreto per l’invio di pezzi più “pesanti”. Decreto che i parlamentari voteranno a scatola chiusa, visto che la lista degli armamenti è secretata (come avvenuto per le forniture precedenti). Da indiscrezioni della stampa nazionale sappiamo che molto probabilmente si parlerà, tra gli altri, dei semoventi d’artiglieria M109, e non è esclusa la fornitura di blindati leggeri Lince. Una posizione più che chiara, dispiace far perdere tempo al Premier per riferire alle Camere quello che già si poteva intuire facilmente.

un accessorio del sessantasettesimo Esecutivo della Repubblica

Un orpello: è così che si potrebbe definire il Parlamento italiano per Mario Draghi, due begli emicicli di fronte ai quali presentarsi periodicamente per comunicare le scelte politiche dell’Esecutivo soltanto a giochi fatti. Tralasciando i vari decreti-legge (dl) e decreti della Presidenza del Consiglio dei ministri (dPcm), i quali non sembrano più costituire una base sul quale costruire barricate di contiana memoria (Il leghista Riccardo Molinari ha più volte gridato al “golpe giuridico”, Matteo Renzi ha parlato di “diritti costituzionali calpestati” e poi c’è chi, come Sabino Cassese, ex giudice della Corte Costituzionale, ha auspicato l’intervento della Consulta o chi ha chiesto l’intervento diretto del Capo dello Stato) e dimenticando le dichiarazioni di chi all’epoca era dietro quelle stesse barricate e oggi siede in un Ministero (come Mariastella Gelmini di Forza Italia – FI, che è passata dal definirli “strumenti discutibili” a trattarne i contenuti con le Regioni e gli emeriti costituzionalisti che per mesi hanno attaccato il Conte II dalle pagine dei giornali, soffiando sul fuoco dei movimenti “no-qualcosa” vari), l’approccio del Premier nei confronti dell’organo Legislativo è umiliante, soprattutto quando lo stato d’emergenza (quello per il Covid-19 è terminato il 31 marzo di quest’anno) interessa non solo la sicurezza dei cittadini, ma la cessione di strumenti di offesa a paesi esteri e la posizione dell’Italia in un potenziale scenario di conflitto. Un modus operandi del quale l’informativa in ritardo non rappresenta un caso senza precedenti nella storia di questo Esecutivo e che si trascina ormai da mesi: precisamente a partire dalla notte tra il 28 febbraio e il primo marzo 2022, durante la quale era arrivata l’approvazione in Consiglio dei ministri (CDM)  del “Decreto Ucraina”, dichiarando un nuovo stato d’emergenza e autorizzando l’invio di 3.400 soldati al confine orientale dei paesi NATO nonché l’invio di “strumenti e apparati militari” per 50 milioni. Da li a dicembre, la risoluzione parlamentare firmata dal democratico Piero Fassino (ricevuta dai capigruppo delle commissioni Esteri di Camera e Senato solamente dopo l’approvazione del decreto stesso) con cui si faceva eco alle misure a sostegno della nazione ucraina, insieme alla conversione del dl in ddl, saranno gli unici due voti con cui le Camere saranno in grado di esprimere un parere sull’azione di Governo. Ad oggi tutto è demandato ai decreti interministeriali scritti dai Ministeri della Difesa, Esteri ed Economia, che potranno decidere quali e quante armi mandare. Ma una certa considerazione dell’organo di rappresentanza da parte del Presidente è assicurata dal fatto che, come si legge nella risoluzione, queste vengano mandate “tenendo costantemente informato il Parlamento”. Peccato che il parere delle commissioni parlamentari sui suddetti decreti interministeriali non sia vincolante e che il Governo abbia mano libera fino al 31 dicembre 2022. Tra l’altro, l’elenco degli apparati bellici inviati e la relativa spesa, non era presente nei due testi, ma solo nel documento inter nos firmato la sera successiva dai ministri Lorenzo Guerini, Luigi Di Maio e Daniele Franco, il cui contenuto è trapelato unicamente per indiscrezioni di stampa. Subito operativo, visto che proprio sul finire della stessa settimana, dall’aeroporto di Pisa (l’hub scelto per la consegna di materiale bellico), erano partiti due C-130 Hercules II della quarantaseiesima Brigata Aerea per l’aeroporto polacco di Rzeszów-Jasionka. Dunque, Parlamento e cittadini non hanno il diritto di sapere quale tipologia di armamenti l’Italia ha già provveduto e provvederà a mandare sul “fronte orientale”, né a quanto ammonta la spesa, diversamente da quanto avvenuto in Germania e Regno Unito. La Ministra della Difesa tedesca Christine Lambrecht, infatti, ha firmato un comunicato in cui si elencano puntualmente le armi da spedire: “Si prevede di fornire 1.000 missili anticarro portatili (Panzerfau- st 3) e 500 missili terra-aria Stinger”, si legge. Il Primo Ministro Boris Johnson a fine gennaio aveva già annunciato l’invio di 2.000 missili anticarro, non nascondendo che proseguirà con l’invio di testate missilistiche nei mesi a venire. È molto probabile che per l’Italia si tratti di lanciatori Stinger e Milan (rispettivamente lanciatori leggeri antiaereo e anticarro), mitragliatrici MG 7.62 42/59, mitragliatrici Browning 12.7, mortai da 120, munizioni, elmetti, giubbotti antiproiettile e razioni alimentari da combattimento, e non è da escludere che con il terzo pacchetto di aiuti entrino in gioco anche artiglieria e blindati. In ogni caso, Copasir e Governo sono d’accordo nel secretare la lista per “motivi strategici”, dunque i parlamentari hanno approvato un testo a scatola chiusa, mentre il 55% degli italiani si dice contrario all’invio di materiali bellici (secondo l’ultimo sondaggio del 16 marzo condotto da EMG Acqua Group e proiettato da Agorà, per Rai 3). Che il nostro Parlamento non brilli per personalità politiche è un dato di fatto e lo testimonia la volontà quasi del tutto assente di appoggiare un’eventuale mozione che spinga il Consiglio ad ascoltare l’organo elettivo per eccellenza. Con Draghi ci vediamo il 19 maggio, per sapere, tra un impegno di Governo e l’altro, come si andrà configurando la posizione italiana nei prossimi mesi. Evviva la democrazia rappresentativa.

Roberto Abela

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