E’ davvero giusto dare il diritto di voto ai sedicenni?

Riflessioni sull'idea che abbiamo circa la democrazia

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L’ultimo dibattito partorito dalla politica italiana, probabilmente destinato ad assumere un ruolo centrale, riguarda la possibilità di assegnare, o meno, il diritto di voto ai sedicenni.

Le motivazioni che possono spingere gli individui a concordare o meno con la citata proposta, riguardano quasi sempre la sfera di esperienze personali e private di chi esprime il parere. In questo modo, però, dimentichiamo che qualsiasi dibattito circa il diritto di voto, unito alla possibilità di estendere o restringere il potenziale bacino elettorale, è prima di tutto un dibattito che mette in campo l’idea stessa della democrazia. Scegliere chi può votare, con che modalità e rispettando quali requisiti. Né più né meno.  E’ il nucleo centrale tramite il quale viene elaborato e progettato l’aspetto che una nazione vuole assegnare alla propria democrazia.





Prendiamo tra le mani il dibattito in questione. Se sia giusto o meno assegnare il diritto di voto ai sedicenni. Dobbiamo quindi fare un passo indietro, domandandoci quale soluzione risulterebbe coerente con l’immagine di democrazia così come l’abbiamo sempre pensata.

Dunque, facciamo questo passo indietro.

Osservando la democrazia in termini storici, risulta chiaro come essa non possa esser definita come un sistema politico stabile. Bensì come un processo in costante movimento e costruzione. La democrazia, infatti, non è mai un qualcosa di pienamente raggiunto come spesso ci piace credere. Essa è un costante trasformarsi verso soluzioni che, tenendo conto dei tempi e dei contesti storici, devono fornire risposte politiche via via sempre più accurate.

Per dimostrarlo è sufficiente, appunto, lanciare qualche sguardo alla Storia. La democrazia ateniese, ad esempio, risulterebbe ai giorni nostri del tutto inaccettabile. Essa infatti prevedeva l’esclusione della stragrande maggioranza della popolazione potenzialmente attiva: schiavi, stranieri e donne non potevano accedere al processo decisionale  mentre, in contemporanea, si dimostrava anche una certa sfiducia nei confronti della capacità di scelta dell’individuo. Gran parte delle cariche, infatti, erano estratte a sorte, a dimostrazione del fatto che, ad Atene, il caso era ritenuto ben più democratico della libera scelta personale.





Facendo qualche ulteriore passo avanti giungiamo ai processi di democratizzazione sorti durante la Guerra d’indipendenza americana e la Rivoluzione francese. In questi due casi, la democrazia si dimostra radicalmente diversa da come ci era apparsa ai tempi dei greci. Ancora una volta gran parte della popolazione si scopre esclusa dal processo decisionale. Gli schiavi, le donne e i poveri, infatti, non sono contemplati dal diritto di voto. Allo stesso tempo, però, si manifesta una maggiore fiducia nei confronti della scelta libera. Il caso e il sorteggio cessano di essere garanzia di democraticità, in favore della scelta collettiva. Il problema principale insito nell’idea di democrazia che stiamo descrivendo, quindi, riguardava il come garantire la formazione di cittadini consapevoli e informati, capaci, dunque, di scegliere con coscienza.

Arriviamo ai giorni nostri.

Dalla metà dell’800, quest’idea ha nuovamente subito dei drastici cambiamenti che ne hanno ridefinito la natura. Essa si è infatti costituita come una sorta d’insieme in costante espansione, che mira all’inclusione di tutti i soggetti di una data società all’interno del processo decisionale. Il diritto di voto, quindi, si espande ulteriormente: emergono le donne, gli ex schiavi e le classi popolari, grazie anche al ruolo svolto dalle forze socialiste.

Nello stesso tempo si denota un carattere peculiare delle democrazie contemporanee. Carattere reso evidente dalla tendenza a riconoscere, progressivamente, nuovi gruppi d’individui. I cui interessi devono esser tutelati con l’elargizione e l’elaborazione di nuovi diritti “particolari“. Sorgono quindi i diritti del lavoratori, delle donne, degli omosessuali, degli stranieri, ma anche degli invalidi, dei poveri, dei disoccupati, dei criminali e così via.

Non sarebbe quindi errato, osservando questi brevi tratti di storia della democrazia, riconoscere il processo democratico come un qualcosa che, nel tempo, ha il compito di espandere la platea di soggetti che possono accedere al processo decisionale. Riconoscendone l’appartenenza a gruppi dotati d’interessi particolari che, di conseguenza, devono essere tutelati tramite la creazione di nuovi diritti.

La proposta di assegnare il diritto di voto ai sedicenni, si colloca in perfetta coerenza con questo meccanismo implicito della nostra democrazia.

Se noi assumiamo come uno degli  obiettivi della democrazia quello di raggiungere il maggior coinvolgimento possibile del maggior numero d’individui all’interno del processo decisionale, dobbiamo anche riconoscere che qualsiasi restringimento della platea di soggetti votanti potrebbe costituire un evidente “passo indietro“.  Nel caso dei sedicenni, in particolare, la domanda che sorge spontanea è la seguente. “Può un ragazzo di sedici anni avere i mezzi per scegliere con coscienza, indirizzando e influenzando la politica nazionale?





La risposta a questa domanda, però, probabilmente non esiste. Per comprenderlo è sufficiente porsi la medesima domanda, cambiandone il soggetto. “Può“, ad esempio, “un operaio con la terza media avere i mezzi per scegliere con coscienza, indirizzando e influenzando la politica nazionale?” Appunto, indipendentemente dal soggetto in questione, non possiamo saperlo. L’unica cosa che possiamo affermare con certezza è che, solitamente, si ritiene un operaio (ma al suo posto potremmo porre qualsiasi genere d’individuo), perfettamente in grado di guardarsi intorno, reperire le informazioni necessarie e farsi un’idea più o meno logica sulla direzione politica che vorrebbe far prendere alla nazione.

Su questo non dovrebbero esserci dubbi. Chiunque è potenzialmente in grado d’informarsi e chiunque può entrare in possesso dei mezzi per compiere una scelta politica. Sappiamo anche che tale capacità d’informarsi può essere resa fallimentare dall’assenza di ragionamento critico o di ulteriori strumenti logici. Ecco quindi che abbiamo il proliferare delle fake news e di altri fenomeni simili. Questo rischio, però, deve essere contrastato internamente al sistema elettorale, tramite l’educazione ed il coinvolgimento culturale. Qualsiasi proposta relativa al restringimento della platea elettorale ai soli soggetti che possono dimostrarsi correttamente informati, infatti, risulterebbe, come accennato sopra, un inspiegabile passo indietro. L’ammissione, da parte della democrazia, di non poter formare, in alcun modo, cittadini “virtuosi” in senso politico.

Intanto risulta evidente la presenza di una chiara coscienza politica all’interno dei ragazzi non ancora maggiorenni. Coscienza che, in precedenza, solo difficilmente poteva esser loro riconosciuta.

Lo vediamo con le marce sul clima, così come dalle manifestazioni contro le armi negli Stati Uniti. I non ancora maggiorenni hanno una coscienza politica. Si fanno detentori di lotte, battaglie e richieste la cui soddisfazione può giungere solo dagli apparati politici statali. Certo, è vero, si tratta di una coscienza politica ancora immatura, ma sarebbe ridicolo sminuirla solo a causa del fatto che deve ancora formarsi interamente. Dopo aver appurato, quindi, l’esistenza di una chiara coscienza politica nei ragazzi non ancora maggiorenni; la volontà di accedere al processo decisionale;  la possibilità, più o meno efficace, d’informarsi circa le questioni politiche nazionali e internazionali. Solo difficilmente, e con una buona dose d’ipocrisia, potremmo desiderare l’esclusione di questi giovani individui dal processo decisionale della democrazia.

 

Andrea Pezzotta

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