E se insegnassimo le pari opportunità ai bambini?

Mi spiego meglio. I bambini già conoscono “per natura” il concetto di parità. Siamo noi a rovinarli. Indovinate chi sa cambiare meglio un pneumatico o un pannolino. Ci siete cascati. Anche questo è uno stereotipo

Le pari opportunità (mancate) sono all’origine  dei femminicidi, delle violenze,  della disparità di trattamento, non solo economico. In questi giorni si sono riempiti i giornali in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne (25 novembre). Anche perché nel resto dell’anno, il fatto di cronaca nera quasi non fa più notizia, o per lo meno scorriamo l’articolo senza soffermarci troppo. Perché già conosciamo la storia, la dinamica. E questo deve far riflettere perché non è normale. Sono state tante le voci e le testimonianze, le iniziative, le proteste, le opinioni su cosa andrebbe fatto per arginare il fenomeno, dalla responsabilità delle istituzioni al ruolo degli organi educativi, in primis la scuola. La sensibilizzazione al tema della disparità deve partire certamente dalla scuola, dai bambini, per insegnare loro che non esistono differenze di genere. Allora saranno adulti più responsabili in una società più “giusta” ed equa.




Ma i bambini già lo sanno veramente. Il video Gender Equality Explained By Children è commovente, sono gli stessi maschi a disapprovare per aver ricevuto più caramelle a fronte dello stesso compito, “It’s unfair”,  protestano. Quindi probabilmente siamo noi, la società, i modelli culturali, le abitudini, i comportamenti, a rovinarli durante il periodo di crescita. “Le donne devono fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini per venire giudicate brave la metà”, cita la celebre frase di Charlotte Whitton, politica canadese.
Quindi cosa fare? Qualcosa si muove? Forse sì.

Percorso gioco sulle pari opportunità

Al Museo dei bambini di Roma, Explora, è stato inaugurato il 21 novembre scorso un nuovo percorso gioco sulle pari opportunità. Un’iniziativa su cui hanno lavorato istituzioni, grandi aziende private con la supervisione scientifica di ricercatori universitari. E qui sta la cosa interessante. Nella scelta dei giochi e delle prove, psicologi e ricercatori hanno voluto mettere in luce che le capacità sono perfettamente identiche e che vengono valorizzate le differenze individuali, non quelle di genere. I bambini e i ragazzi capiscono che bisogna distinguere tra stereotipi (di genere) e reali differenze, opportunità e unicità, per avere piena consapevolezza della “parità di genere”. Giochi interattivi e di prova “fisica” che promuovono l’autostima e il valore dell’indipendenza economica.

Il percorso si sviluppa su tre macro temi

Ecco quindi, la lotta agli stereotipinon piangere come una femminuccia”, “non fare il maschiaccio”, con il test per indovinare chi sta svolgendo una mansione e scoprire a sorpresa che chi sta lavando i piatti è proprio un papà! Segue l’arrampicata orizzontale (molto più difficile di quella verticale) per mettere alla prova resistenza e abilità fisica (con un tempo, e molte bambine hanno battuto i maschietti); un altro test “vero o falso” con 12 esempi di donne e uomini che hanno conquistato il mondo (sport femminili dove eccelle un maschio, come Roberto Bolle, o l’astronauta donna Samantha Cristoforetti). Il percorso gioco continua con “Uguaglianza e unicità”, dover decifrare codici per scoprire chi ha inventato computer e coding, o utilizzare un software per giocare alle professioni (medicina, giornalismo, architettura, aerospazio, sport) e capire se il percorso per diventarlo è alla pari, dallo studio, allo stipendio alla carriera. Infine, “Diritti e doveri”, con lezioni di leadership e come fare squadra, prove di abilità da acquisire per entrambi i sessi, come cambiare un pneumatico oppure un pannolino (e indovinate chi è normalmente più abile nel farlo). Ci siete cascati. Anche questo è uno stereotipo.
Il percorso è arricchito da un totem con 12 consigli per genitori, insegnanti a adulti (come sentirsi liberi di scegliere i giocattoli, i colori e i giochi che preferiscono i bambini, anche se non corrispondono alla scelta “dominante”, aiutarli a gestire le proprie emozioni, affrontare i conflitti senza violenza). Anche gli adulti, come già detto, devono lavorarci molto.

Coding Girls   

A proposito di amore per la scienza, Coding Girls è un progetto che si propone di avvicinare le ragazze alle materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Coding Girls è internazionale e mira a coinvolgere più di 10mila studentesse nelle scuole. Le ragazze, guidate da coach americane esperte di Computer Science, partecipano a hackathon tematiche per imparare i linguaggi di coding e realizzare pacchetti di applicazioni e programmi per il pc. Perché nessuno ha detto che l’informatica è una prerogativa maschile. In nessuna parte del mondo. Anche in Africa. A fine agosto, ad esempio, è stato inaugurato Coding Girls in Uganda a Kampala presso la Cavendish University.

In Italia, secondo i dati Istat nella fascia di età compresa tra gli 11 e i 15 anni, si avverte quasi un sorpasso delle femmine nel rapporto con le nuove tecnologie. E forse, è anche merito di questi progetti. Si è appena concluso, tra l’altro, il tour nazionale di “Coding Girls”, che ha coinvolto dal 5 al 22 novembre oltre diecimila studentesse in 14 città. Il programma, promosso dalla Fondazione Mondo Digitale e dalla Missione diplomatica degli Stati Uniti in Italia, con la collaborazione di Microsoft Italia, ha voluto diffondere la parità di genere e accelerare il raggiungimento delle pari opportunità nel settore scientifico e tecnologico.

Marta Fresolone

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