Ecco perché definiamo Amazon un mostro

Amazon, l’utile mostro che ci sta rendendo la vita meno dura in questi due anni di lockdown e di rischi per la salute, è tecnicamente un “intermediario della compravendita”, perché il più grande business del mondo non produce nulla, neppure una spilla da balia.
Amazon è un intermediario tra chi produce e chi consuma non diverso nel suo scopo aziendale dal fruttivendolo all’angolo, ma il suo successo travolgente e planetario si basa su due fattori che lo rendono diverso e nemico del negozietto.
Il primo fattore sono le economie di scala ovvero la possibilità di trattare grandi volumi di merci con meno dipendenti, il che significa che per ogni dipendente di Amazon da qualche altra parte ce ne sono almeno due o tre che perdono il lavoro.
Il secondo fattore è la posizione dominante, quella che consente alla grande distribuzione di strangolare i fornitori che altrimenti non saprebbero più a chi vendere e al tempo stesso offrire salari da fame a quei disoccupati che essa stessa ha creato.
A questo aggiungiamo la capacità di ridurre a cifre ridicole i propri obblighi fiscali spostando con un click le proprie sedi legali da un continente all’altro e le possibilità ricattatorie nei confronti dei piccoli stati con un PIL inferiore ai suoi profitti. E non basta ancora, Amazon affianca ai propri dipendenti malpagati una schiera di piccole aziende che fanno esattamente lo stesso lavoro, piccoli appaltatori di mano d’opera in equilibrio tra la legalità e l’art.603 del Codice Penale.
Per questo ho definito Amazon un mostro, ma non mi sento di criticare chi in questi tempi complicati ricorre ai suoi servizi.
Il problema è cosa accadrà dopo, quando la pandemia sarà finita e noi ci saremo abituati a trovare tutto sulla soglia di casa, anche un solo cavolfiore fatto crescere da un contadino sfruttato, messo in uno scatolone da un magazziniere sfruttato che ve lo farà recapitare da un fattorino sfruttato.
Chissà se quel cavolfiore avrà lo stesso sapore.

Mario Piazza

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