Moreno viene contestato da scioperi e proteste di massa in Ecuador

Uno sciopero di massa sta bloccando l’Ecuador, in aperta sfida alla politica economica del presidente Lenin Moreno. La protesta è stata convocata dal Movimiento nacional campesino e si protrarrà per tutta la settimana, da lunedì 15 a venerdì 19, coinvolgendo nei propri ranghi lavoratori della scuola e della sanità, elettricisti, minatori, autotrasportatori e popolazioni indigene. Martedì, i manifestanti hanno bloccato le strade principali nelle province di Guayas, Manabi, Cotopaxi, Esmeraldas, Azuay, e le vie d’ingresso alla capitale Quito, mentre un video diffuso sui social network ha registrato un episodio di repressione poliziesca a Guayaquil durante lo sciopero.

L’elezione di Lenin Moreno nel 2017, come successore dell’ex-presidente socialista Rafael Correa, aveva fatto sperare in una continuazione delle conquiste sociali che avevano contraddistinto le legislature di Correa. Nei fatti, Moreno ha totalmente invertito il corso della politica economica, portando avanti un’agenda di austerità, licenziamenti nel settore pubblico, attacco ai diritti dei lavoratori e svendita del patrimonio pubblico, a partire dalla liberalizzazione delle risorse petrolifere, che Correa aveva nazionalizzato nel 2010 per finanziare le sue riforme.

Al centro della protesta c’è anche l’accordo firmato da Moreno con il Fondo Monetario Internazionale in cambio di un prestito da 4,2 miliardi, mentre altri 6 miliardi verranno concessi da altre istituzioni finanziarie.

L’accordo, uno degli ultimi capolavori di Christine Lagarde alla direzione del Fmi, include la precarizzazione del mondo del lavoro, con l’introduzione di quello che in Italia chiameremmo “contratto a tutele crescenti”, la liberalizzazione dell’orario di lavoro, il blocco dei rinnovi contrattuali nell’impiego pubblico e un taglio al salario dei dipendenti pubblici, 10.000 dei quali sono già stati licenziati.

“Abbiamo votato Moreno per mantenere la spesa sociale non per firmare un accordo con il Fmi a detrimento del benessere… come lavoratori, rigettiamo la riforma del lavoro proposta dal settore finanziario e privato”. Questa affermazione, rilasciata dal sindacalista Joaquin Chiluisa a teleSUR, esprime il senso di tradimento e di insoddisfazione nei confronti del nuovo presidente, che ha utilizzato il capitale politico di Correa, per il quale lavorò come vice-presidente, per portare avanti una vasta e profonda ondata di controriforme.

Il mandato di Lenin Moreno si è caratterizzato da subito per la propria vicinanza all’establishment e agli interessi degli uomini d’affari, i cui rappresentati costituiscono la quasi totalità dei suoi ministri.

Un sondaggio rivela che, dopo solo due anni di governo, il 59,3% della popolazione non ha fiducia nella parola del presidente, mentre nel 2017 si registrava un tasso di approvazione del 77%. Un’altra inchiesta ha evidenziato come la maggioranza degli ecuadoriani creda che a governare realmente il paese non sia Moreno, bensì gli Stati Uniti d’America e l’avvocato e politico di destra Jaime Nebot.

Grandi proteste si erano già avute contro i tagli da 145 milioni di dollari all’università pubblica e contro il taglio dei sussidi per il carburante, mentre uno dei punti di chiave dello sciopero convocato dal Movimiento nacional campesino è il taglio dei sussidi agli agricoltori,  che rappresentano il 26,1% della forza lavoro ecuadoriana.

Le misure di Moreno, che includono anche l’eliminazione della tassa sui flussi di capitale verso l’estero e l’aumento dell’Iva, rischiano di precipitare il paese in una spirale di recessione e indebitamento pubblico. Secondo lo stesso Fmi, nel 2020 l’inflazione triplicherà rispetto al 2017, e la disoccupazione salirà al 4,7%, in un contesto in cui le minori entrate erariali dovute alle privatizzazioni e al rallentamento economico porteranno con sé la necessità di nuovi prestiti per finanziare la spesa corrente e gli interessi sui debiti precedenti. È sempre il Fmi a segnalare l’innalzamento del rapporto debito-Pil al 46,8% e un aumento del debito estero del 6% rispetto al 2016.

Oltre a promuovere un’agenda economica di lacrime e sangue, Lenin Moreno ha dato mostra di una certa spregiudicatezza nel trattare i propri oppositori.

In un’intervista a teleSUR, Rafael Correa, che ha creato un nuovo movimento e sta appoggiando le proteste di questi giorni, ha dichiarato: “In ottobre Moreno disse che voleva vedermi in carcere e da allora mi si sono aperti tredici processi penali”. Sospetta è anche la condanna dell’ex-vicepresidente di Moreno Jorge Glas, accusato di aver ricevuto tangenti dalla Odebrecht. Jorge Glas, la cui innocenza è stata difesa da Correa, ha denunciato la natura politica della condanna e ha ingaggiato per protesta uno sciopero della fame durato quasi due mesi. A preoccupare, però, è soprattutto la notizia dell’arresto senza motivazioni apparenti di Omar Delgado, leader sindacale degli autotrasportatori che sono in sciopero questa settimana.

Francesco Salmeri

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