Svolta per l’Argentina. Il liberale Macri è il nuovo Presidente

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Nei giorni scorsi l’Argentina è stata chiamata alle urne per l’elezione del nuovo Presidente. La vittoria del liberale Mauricio Macri, leader dell’opposizione, segna la svolta per il Paese e la fine del ‘kirchnerismo’, lunga stagione iniziata nel 2003 con la presidenza di Nestor Kirchner e proseguita con i due mandati della moglie Cristina, rimasta vedova nel 2010.

Uno dei primi commenti del neo eletto:

“Metterò tutta la mia energia per costruire l’Argentina che sogniamo, con una povertà zero”.

Macri ha battuto con il 51.4% dei voti Daniel Scioli, seguace dell’ex presidentessa e candidato ufficiale del Peronismo, movimento politico-sociale promosso e diretto dall’ex presidente Juan Domingo Perón dal 1946 al 1955, che perseguì una linea politica basata su provvedimenti assistenzialistici e su un’esasperata incentivazione della produttività finalizzata all’autarchia economica.

Con la vittoria di Macri ad essersi affermata non è la preferenza di un politico piuttosto che di un altro, bensì la volontà di cambiamento degli argentini, che hanno scelto un modello di società liberale e aperta, quale quella proposta appunto dal neo eletto. Mauricio Macri, infatti, ha finito per rappresentare il desiderio di svolta affermatosi sempre di più all’interno del Paese soprattutto nella classe dirigente, stanca di un governo nazionalista, autartico e isolazionista, imposto soprattutto da Cristina Kirchner e dal suo seguace sconfitto, Daniel Scioli.

 

Cosa cambierà in Argentina e Sud America

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Con la crisi economica dilagante anche in Argentina, il dibattito politico dei giorni scorsi si è infatti concentrato sulla scelta o meno di continuare a privilegiare un sistema assistenzialista da parte dello Stato che, per quando fondamentale per le classi più disagiate – che potevano accedere a sussidi ai servizi di base come luce, gas e trasporti, e programmi sociali specifici – è divenuto però insostenibile, soprattutto in seguito alla caduta dei prezzi delle materie prime di cui l’Argentina è ricca.

Il nuovo Presidente non pare intenzionato a seguire lo stesso approccio dei suoi predecessori; propone, invece, misure che favoriscano il ritorno degli investimenti esteri, e in politica internazionale un solido riavvicinamento agli Stati Uniti.

Come riportato dal Corriere, il capo del governo di Buenos Aires si è anche rivolto alla comunità internazionale:

“Lo dico ai fratelli dell’America Latina, del mondo: vogliamo avere buone relazioni con tutti i Paesi, vogliamo lavorare con tutti”.

In pratica, questo significa, di conseguenza, che l’Argentina si staccherebbe dall’orientamento dei Paesi del fronte neopopulista, come quello della sinistra bolivariana nata con Chávez in Venezuela, come Ecuador, Bolivia e, in parte, anche Brasile.

 

Chi è Mauricio Macri

Il neo eletto Presidente dell’Argentina ha origini italiane (padre calabrese, madre romana), ha 56 anni ed è laureato in ingegneria all’Uca, l’Università Cattolica Argentina. Il padre, imprenditore nel settore edilizio, è diventato miliardario nel Paese; tra il Presidente e la sua famiglia, però, non vi più alcun rapporto, soprattutto a causa del suo impegno in politica.

Mauricio Macri è stato vittima di sequestro nel 1991, per poi essere rilasciato dopo il pagamento di un riscatto di sei milioni di dollari. È stato inoltre sindaco di Buenos Aires per due mandati.

Entrerà ufficialmente nel palazzo presidenziale della Casa Rosada il prossimo 10 dicembre, inaugurando così un periodo che potrà essere di vera svolta per il futuro dell’Argentina, e banco di prova per il neo eletto. Secondo molti osservatori, infatti, Cristina Kirchner sarebbe già pronta a tornare in campo se la svolta economica che promette Macri non avrà buon esito nei prossimi mesi.

Come anticipato, la crisi economica sta colpendo anche il Paese sudamericano: le difficoltà brasiliane e il ridimensionamento della domanda cinese di soia hanno dissanguato le finanze e incrementato il deficit di bilancio statale dell’Argentina, che potrebbe essere costretta a svalutare ancora la sua moneta, con tutte le conseguenze sociali ed economiche che ne deriverebbero.

 

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