Iran al voto per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica Islamica. Intervista a Farian Sabahi

Venerdì 18 giugno gli iraniani saranno chiamati al voto per eleggere l’ottavo Presidente della Repubblica Islamica, che succederà al moderato Hassan Rohani, in carica per due mandati. La selezione dei candidati operata dal Consiglio dei Guardiani, organo composto da sei teologi e sei giuristi incaricati di vagliare le candidature, è stata particolarmente restrittiva. In particolare, l’esclusione dei candidati di punta dell’ala riformista ha generato forti polemiche. Su quasi 600 aspiranti sono stati ammessi cinque candidati conservatori e due moderati di scarsa popolarità e spessore politico. Queste elezioni somigliano sostanzialmente a una gara in cui il conservatore Ebrahim Raisi corre da solo, forte anche dell’appoggio della Guida Suprema Ali Khamenei. Ma la politica iraniana resta imprevedibile e l’esito di queste elezioni non sarà scontato.

Abbiamo chiesto alla giornalista e accademica italo-iraniana Farian Sabahi di spiegarci il contesto politico e sociale in cui si svolgeranno queste elezioni e quali potrebbero essere i futuri scenari in Iran e nei rapporti geopolitici internazionali.

Qual è il clima politico e sociale in cui si svolgono le elezioni?

Gli iraniani in questo momento sono fortemente disillusi per la situazione politica nel loro paese per molteplici ragioni. Possiamo dire che non sono mai stati tanto disillusi come in questo momento. Innanzitutto a causa del giro di vite che c’è stato in seguito alle proteste antigovernative alla fine del 2017 e all’inizio del 2018. Ma anche nel novembre del 2019 quando il governo Rohani aveva improvvisamente aumentato il prezzo della benzina e migliaia di persone erano scese in strada in oltre cento città. Secondo Amnesty International nel giro di pochi giorni oltre 300 dimostranti non violenti e non armati sono stati uccisi dalle forze di sicurezza della Repubblica Islamica. I dimostranti chiedevano le dimissioni di parte dell’élite governativa per corruzione e incapacità e sicuramente proteste simili potranno scoppiare nuovamente.

Un’altra ragione della disillusione verso la politica è l’arresto di numerosi attivisti in ambito politico e sociale e la messa a morte di diversi prigionieri politici. Poi non bisogna sottovalutare il ruolo che ha avuto all’inizio del 2020 l’abbattimento dell’aereo ucraino da parte dei Pasdaran (le guardie della Rivoluzione Islamica), che avevano inizialmente negato la propria responsabilità. Si era poi scoperto che i Pasdaran l’avevano abbattuto per errore. A bordo c’erano molti cittadini canadesi, ma la maggior parte erano iraniani con doppia nazionalità naturalizzati canadesi. La menzogna aveva indignato profondamente gli iraniani. L’aereo era stato abbattuto in seguito all’assassinio del generale dei Pasdaran Qasem Soleimani per volere dell’allora Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Il motivo più grave per cui gli iraniani sono disillusi e ritengono incompetente la propria classe dirigente è la crisi economica gravissima seguita alle sanzioni americane.

Queste sanzioni hanno avuto un impatto enorme sulla vita dei cittadini comuni in Iran e la pandemia ha esacerbato questa situazione. Oggi possiamo dire che l’Iran sta attraversando la crisi economica più grave, con un’inflazione al 50% e con il rial che ha perso l’80% del suo valore in quattro anni di presidenza Trump. Gli iraniani stanno dimostrando il loro disappunto anche attraverso i social con lo slogan “No way I vote” (Non voterò per nessun motivo). La cosa che più teme la dirigenza iraniana è una bassa affluenza alle urne. La partecipazione dimostrerebbe un consenso da parte della popolazione che però probabilmente non ci sarà.




Lo squilibrio a favore dei conservatori nella selezione dei candidati da parte del Consiglio dei Guardiani riflette l’attuale orientamento della maggioranza degli iraniani? Oppure possiamo sospettare che sia in atto una strategia (già in opera durante le elezioni parlamentari dello scorso anno) da parte dei conservatori per aumentare la loro influenza fino all’estromissione di qualsiasi sacca di dissenso anche interno all’establishment?

Le elezioni iraniane non sono libere, proprio a causa del controllo sui candidati da parte del Consiglio dei Guardiani, che è un organo composto da conservatori e ha il potere di escludere i candidati non ritenuti idonei. In questo caso il Consiglio ha impedito alla maggior parte dei candidati riformisti di presentarsi alle elezioni, come già era successo in passato e come era prevedibile che sarebbe successo anche per questa competizione elettorale. Nel momento in cui i riformisti e i moderati sono stati esclusi i sondaggi hanno mostrato un’aspettativa di affluenza alle urne minore del 7%. L’affluenza che ci si aspetta per le elezioni di venerdì è del 43%.

Chi è il candidato considerato favorito Ebrahim Raisi e quali sono le sue proposte per guidare il paese?

Raisi è in questo momento il Capo della Magistratura ed è il candidato favorito degli ultra-conservatori. Aveva già sfidato nel 2017 il Presidente in carica moderato Rohani. L’impressione è che Raisi dovrà vincere le elezioni presidenziali per poi succedere all’ayatollah Ali Khamenei nel ruolo di Guida Suprema. La stessa cosa era successa nel 1989 quando alla morte della Guida Ruhollah Khomeini il successore era stato l’allora Presidente in carica Khamenei. Raisi ha un passato sanguinario: nel 1988, poco prima della fine della guerra con l’Iraq, ha firmato la condanna a morte di migliaia di oppositori politici. Questa è cosa nota non solo agli iraniani ma anche in Occidente, quindi sarà molto difficile per Raisi fare gli stessi passi che ha fatto Rohani a Roma o a Parigi.

Nel 1988 Raisi era vice-procuratore del Tribunale Rivoluzionario Islamico di Teheran e ha avuto un ruolo importante anche come direttore di Astan Quds Razavi, che è la fondazione (bonyad) religiosa più importante del paese, nella città santa di Mashhad, il cui budget è addirittura superiore a quello del governo iraniano. Quindi è un personaggio che ha ricoperto alcune tra le cariche più importanti del paese. I suoi comizi si possono vedere anche online, mentre chiede a tutti (lavoratori, studenti, etc.) di votarlo.

La cosa che stupisce è che con la situazione di pandemia che c’è in Iran chieda a migliaia di persone di riunirsi in condizioni che non garantiscono il distanziamento e il rispetto delle norme sanitarie. Se dovesse essere eletto non credo che potrà fare molto, perché il capo di Stato in Iran in realtà è la Guida Suprema, che decide la politica estera, la politica nucleare e tutte le cose veramente importanti del paese.

È possibile che con il probabile cambio di leadership in favore dei conservatori si apra un nuovo fronte di opposizione, includendo anche i riformisti che finora hanno fatto parte dell’establishment? Oppure i riformisti ne usciranno politicamente sconfitti?

Se dovesse vincere Raisi i riformisti non avranno molte possibilità. Non dimentichiamoci che già avere un Capo della Magistratura come Raisi ha significato un pesante giro di vite per la libertà di stampa e di espressione. Tuttavia non è così scontato che Raisi vinca, e non è detto che vinca al primo turno. Il fronte conservatore ha fatto un errore candidando anche altri personaggi come Mohsen Rezai, generale dei Pasdaran, e altri nomi conosciuti. Quindi il voto dell’elettorato conservatore si potrebbe spaccare laddove i riformisti e i centristi stanno cercando di spingere verso l’astensione. Se Raisi non ottenesse il 50% dei voti al primo turno si andrà al ballottaggio. A quel punto potrebbe succedere quello che è già successo in passato. I riformisti potrebbero chiamare il loro elettorato alle urne per votare un altro candidato.

La politica iraniana è sempre imprevedibile: non diamo per scontato che vinca Raisi. Ricordiamoci quello che successe con Mohammad Khatami nel 1997, quando il candidato favorito era il conservatore Nategh-Nuri, che però fece una serie di errori in campagna elettorale, per esempio dicendo che avrebbe messo il chador alle bambine prima della pubertà. Quell’affermazione non piacque a metà dell’elettorato, cioè alle donne iraniane, che votano fin dal 1963. Alla fine quelle elezioni furono vinte dal riformista Khatami ed iniziò la cosiddetta “Primavera di Teheran”, che fu comunque segnata da arresti arbitrari e repressioni. Perché il Presidente della Repubblica Islamica conta in Iran, ma fino a un certo punto.

L’appello a boicottare le elezioni è un elemento sempre molto presente nel contesto iraniano. In molti sostengono che non trattandosi di vere elezioni libere e democratiche il voto sia non solo inutile, ma anche funzionale a legittimare l’attuale regime. Il movimento per il boicottaggio di queste elezioni presidenziali sembra essere ancora più forte rispetto al passato, dal momento che è stato sostenuto anche da alcuni esponenti riformisti. Se dovesse prevalere l’astensionismo quali conseguenze potrebbe comportare per la legittimità del regime e per la tenuta del paese?

Essendo una storica non posso fare grandi previsioni. Dobbiamo aspettare per vedere quale sarà effettivamente l’affluenza alle urne. Sapendo che le autorità della Repubblica Islamica hanno l’abitudine di caricare la gente dei villaggi sui pullman per portarli a votare. Quindi potrebbe anche registrarsi un’affluenza significativa, superiore al 43% dei sondaggi di oggi. Bisogna vedere cosa succederà perché gli iraniani, nonostante tutto hanno la possibilità di esprimere il loro parere con il voto. Non è detto che si lascino sfuggire questa opportunità. In ogni caso il 43% di affluenza non comprometterebbe la validità del voto.

 

Giulia Della Michelina

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