Emergenza cultura o emergenza e basta ?

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La cultura, spesso lo dimentichiamo, si trova fra i fondamenti della nostra convivenza civile, come è riconosciuto dalla Costituzione all’articolo 9.

Questo valore costituzionale è in crisi come e anche più degli altri, e ciò giustifica il grido d’allarme che lancia “Emergenza cultura”, la due giorni di dibattito e di manifestazione pubblica che comincia oggi a Roma.

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Cultura e democrazia: un nesso strettissimo

Cultura vuol dire “disponibilità a crescere”, a migliorare, ad uscire dalla prigione della abitudini e della pigrizia mentale.

Vuol dire spiritualità, in fondo.

Ciò che si chiama cultura, ma che fa delle tradizioni e delle radici non risorsa per crescere, ma una catena cui rimanere imprigionati, non è altro che barbarie. Anche quando si presenta sotto vesti elegantissime.

A questo, soprattutto, facevano riferimento i costituenti quando scrissero l’art. 9 della Costituzione.

In essa il paesaggio e il patrimonio artistico-culturale sono intesi come le autentiche radici grazie alle quali il popolo italiano possa sviluppare la propria ricerca di libertà e felicità.

Democrazie autentica e cultura autentica sono inseparabili gemelle.

Forse basta questo a spiegare il perché della situazione drammatica in cui versa la nostra democrazia : se il sistema culturale non versa in buone condizioni, tutto il resto come potrebbe prosperare?

Tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio storico-paesaggistico e dei beni culturali devono andare di pari passo, pena squilibri dolorosi.

Con la cultura, si mangia?

Questi temi rappresentano il punto di partenza di “Emergenza cultura”, che oggi e domani impegnerà i diversi professionisti della cultura, e i tanti cittadini interessati, in una riflessione sullo stato dell’arte (è il caso di dirlo) della situazione dei beni culturali, alla ricerca di proposte concrete per risolvere i nodi problematici che si presentano.

Fra i tanti, due sono i principali: la concezione della cultura, fatta propria dal Governo, e il nesso lavoro-cultura che emerge dall’analisi della realtà.

Per il primo punto: ciò che gli organizzatori contestano, e contestualizzano, è una visione di carattere economicistico del patrimonio storico-culturale, evidenziata dalle istituzioni.

Se infatti, secondo il provocatorio giudizio di Tremonti, “con la cultura non si mangia” – secondo l’attuale esecutivo invece la cultura è “il petrolio dell’Italia”.

Viene da tremare, a pensare che in molti paesi l’abbondanze di risorse naturali come il petrolio non è servita certo a incoraggiare e sostenere politiche economiche, e dinamiche sociali e civili, nel segno del progresso – piuttosto ha condotto alla formazione di regimi autoritari sorretti da popolazioni indolenti paghe di vegetare sui comodi proventi delle materie prime. Fino alla crisi (vedi Venezuela di Chavez).

Il punto è che, se quanto detto da Tremonti, e poi all’opposto da Franceschini (ministro dei beni culturali) era stato volontariamento grossolano – l’azione della politica nell’ambito culturale, secondo eminenti protagonisti del dibattito come Tomaso Montanari, lo è ancora di più.

Altro che petrolio: a sentire Montanari la cultura, per l’attuale governo e per gli interessi che intorno ad esso gravitano, somiglia più ai campi di cotone del passato. Cioè qualcosa da mettere sul mercato alla bell’e meglio, per fare soldi in fretta.

Tutela o valorizzazione: l’eterno dibattito

In passato abbiamo assistito al confronto accesso ma di altissimo profilo fra Salvatore Settis e Andrea Carandini sul tema della valorizzazione dei beni culturali.

Secondo il primo essa veniva molto dopo le ragioni della tutela, che comprenderebbe anche i valori simbolici collettivi che alle arti e alla cultura vanno associati, per cui enorme cautela è sempre necessarie nel progettare iniziative volte a trarre un reddito dalla fruizione dei beni (parlando tanto dell’apertuta al pubblico, quanto soprattutto di sponsorizzazioni, cessioni in affitto, utilizzo per finalità non coerenti con la concezione originaria di certi spazi ecc.).

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Secondo Carandini non bisogna esagerare con la tutela, se essa compromette valorizzazione e quindi fruizione da parte dei cittadini, e non bisogna farsi spaventare dalla possibilità di inserire i beni storici in una trama imperniata su nuovi linguaggi, nuove simbologie, nuove tecnologie.

Personalmente ho sempre provato più inclinazione per quest’ultima posizione, ma beninteso il pensiero che ho riportato è più sfumato di quanto una sintesi possa rappresentare.

Nessuna persona di cultura è contro la tutela. Nessuna è contro la valorizzazione.

Ma il governo come la pensa?

Lavoro e cultura:  i valori fondanti della Costituzione

Gli organizzatori di Emergenza cultura sono preoccupati e critici, come detto, e anche per un altro motivo.

Quello che abbiamo anticipato: la visione capitalistica, che mette il profitto al vertice dei valori, anche nell’ambito della cultura, sembra confermarsi dalla situazione del lavoro nell’ambito dei beni culturali.

Di fronte al sottorganico cronico del Ministero, nelle sue verie articolazioni – nonché nelle altre istituzioni culturali del Paese – e di fronte alla proliferazioni di reti d’interesse e di vere e proprie consorterie che gestiscono in regime d’oligopolio le attività nei luoghi della cultura nazionali, di fronte a questo noi vediamo un esercito di precari, tirocinanti, e ormai sempre più di volontari – di veri e propri schiavi – che affollano le soglie d’ingresso alle professioni culturali.

Ma tutto ciò squalifica quelle professionalità, e di conseguenza la cultura.

Pensiamo alla vicenda dei “500 giovani per la cultura”.

Fiore all’occhiello del governo Renzi, quel progetto che doveva formare 500 professionisti per contribuire alle funzioni del Mibact (Ministero dei beni culturali) è arenato: come le vite professionali di tantissimi di quanti erano stati selezionati e coinvolti.

Ma pensiamo alla situazione specifica di Roma, per spiegare l’atmosfera che regna: nella capitale, Zètema è quasi un monopolista nell’ambito delle attività culturali, ed è un soggetto giuridico che, se si dichiara privato, di fatto è pubblico: nel senso che è gestito da consorterie che sono intrecciate al sistema politico (di sinistra, sia ben chiaro).

Zètema in ambito culturale realizza l’antico sogni dei capitalisti: privatizzare i guadagni, socializzare le perdite. Fra le quali, va compreso a mio parere anche la sottrazione degli incarichi di lavoro, nell’ambito di un servizio pubblico, a procedure selettive necessariamente pubbliche, previste dall’art. 97 della Costituzione – i concorsi.

A Roma si lavora nella cultura quasi solo con Zètema, che nei fatti e nelle procedure è una organizzazione privata.

Anche qui, nel mancato nesso fra art. 9 e art. 97, si evidenzia la frattura fra valore del lavoro e valore della cultura – e quindi fra i due valori fondanti della nostra Repubblica, vera piattaforma su cui devono prosperare libertà, uguaglianza, democrazia.

In aiuto della cultura, e dell’Italia

Fra i relatori che parleranno oggi, dalle 15 al centro congressi di via Cavour, nel corso di una giornata articolata in quattro sessioni tematiche (Tutela, Lavoro, Finanziamenti e funzionamenti, Formazione-Ricerca-Fruizione) ci saranno storici, storici dell’arte, bibliotecari, archivisti, archeologi, restauratori e tutte le altre professionalità coinvolte: oltre a Montanari e Settis, fra gli altri anche Piero Bevilacqua e l’urbanista Vezio De Lucia.

Sabato invece si terrà la manifestazione di piazza, con un corteo che attraverserà il centro storico a partire da piazza della Repubblica, e che cerca il coinvolgimento dei cittadini: a confermare, non solo simbolicamente,  il legame nel segno della democrazia fra il patrimonio culturale e la società.

Se posso dire, a leggere il programma sembra che la sfera della valorizzazione rimanga in definitiva sacrificata: e questo è un peccato, anche in riferimento al nesso cultura-lavoro.

Se la crisi economica, al cui cuore c’è la disoccupazione e la svalutazione del lavoro umano, si origina in particolar modo dalle nuove tecnologie – che sostituiscono l’opera umana troppo costosa o inefficiente – ebbene se c’è un settore in cui questo non dovrebbe accadere è quello, necessariamente labour intensive , dei beni culturali. Qualsiasi valorizzazione (beninteso legata alla tutela) della cultura richiede l’impegno operoso e qualificato di professionisti in carne e ossa…e cellule grige.

Nessun robot, infatti, nessun software può sostituire gli esseri umani in un settore che richiede creatività e competenze a un così alto livello . E se le tecnologie e i capitali aiutano, certo, esse possono solo aiutare il protagonismo delle persone che lavorano.

Allora, se la cultura è il petrolio dell’Italia, lo è anche per questo.

ALESSIO ESPOSITO

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