Elezioni Emilia-Romagna, un progetto nel nome del “trattino che ci unisce”

Guccini cantò l'Emilia, Fellini consacrò l'altra metà del trattino agli onori nazionali. Oggi si deve essere compatti per poter fronteggiare la deriva populista nella terra del socialismo.

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Il 26 Gennaio si voterà per eleggere il nuovo Presidente della Regione Emilia-Romagna e la Giunta Regionale.

Il seggio elettorale in Emilia-Romagna potrebbe diventare un banco di prova (e di tenuta) per il governo giallo-rosso, come testimoniano le dichiarazioni del leader leghista, Matteo Salvini.

Il Presidente uscente, Stefano Bonaccini, è sostenuto da 6 liste elettorali, tra cui il Pd, suo partito d’origine, +Europa, i Verdi, la lista civica Emilia-Romagna Coraggiosa e il partito paneuropeo Volt. La sfidante di centro-destra si chiama Lucia Borgonzoni, sostenuta anche lei da 6 liste, guidate dalla Lega di Matteo Salvini, da Forza Italia e dal partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia.

Qui, potete trovare l’elenco completo di liste e candidati.



A una presentazione del 26 Novembre sulle regionali, il comico Paolo Cevoli ha detto:

La cosa più bella che abbiamo in Emilia-Romagna è il trattino che ci unisce“.

In effetti, la Regione per cui si andrà al voto il 26 Gennaio è composta da due micro-regioni, ognuna con una propria storia, cultura e società.

C’è la Romagna, sanguigna, temeraria, un poco smargiassa, nostalgica e solare, in cui scorrono a valle fiumi di Sangiovese, e gli abitanti sono illuminata da una flebile luna a forma di piada. C’è l’Emilia, quella nebbioleggiante e grigiastra che dipinge Guccini nelle sue canzoni, quella solitaria e riflessiva, quella patriottica risorgimentale che diede i natali al Tricolore.

Ma poi, in mezzo, c’è “una strada antica come l’uomo“, che unisce la riviera con Piacenza, e dalla quale mille arterie si diramano come torrenti impazziti fino allo sperduto paese montano ai bordi appena superiori della fantasia.

Nonostante il “trattino che ci unisce”, questa è la terra di campanilismi estremi. Di sensi di patria che includono giusto la propria famiglia e, al limite, gli amici del bar. Per i più globalisti.

Questa terra è, da sempre, dai tempi almeno delle signorie, lo scenario di lotte intestine. Questa è una terra in cui “il montanaro vien giù con la fiumana” e l’abitante dell’altra riva del fiume è già un “forestiero“. Una terra in cui lo straniero ha sempre incubato nell’animo autoctono un certo grado di paura, connotata da una reazione di attacco-fuga.

Questa è una terra che negli anni ha però saputo unire le utopie possibili con la realtà quotidiana, di costruire cioè opere quali il socialismo, le cooperative, i sindacati e i diritti dei lavoratori.

È nell’anima degli emiliano-romagnoli, artigiani del pensiero e della mano, voler unire l’astrazione alla concretezza. Il risultato non può che essere il pragmatismo coscienzioso del “darsi da fare” che fiancheggia la reputazione degli abitanti di questo fazzoletto di terra, compreso tra il Po e gli Appennini.

Gli abitanti di questa terra, che va dal mare alla montagna,  si scuotono per il diverso, ma non smettono di offrire ospitalità e un sorso di vino allo stesso forestiero.

Dalle mie parti un vecchio detto popolare, ironizzando sulla facilità di tracciare il confine fra Emilia e Romagna, recita: “finchè ti danno dell’acqua sei in Emilia, quando ti versano del vino sei arrivato in Romagna”.

Allora, risulta chiaro come sia effettivamente un’occasione da cogliere al balzo, per poter costruire sopra le diversità reciproce un progetto comune di solidarietà, rispetto, mutuo beneficio e crescita interattiva.

Quel trattino, che in troppi omettono per pigrizia o ignoranza, è il simbolo di un’integrazione capace di ridurre la xenofobia trasformando lo straniero in vicino di casa, fino ad annullarla del tutto quando il diverso viene invitato a sedere a tavola, dentro le stesse mura domestiche condivise dalla famiglia, e costruite in origine per mantenere le distanze.

Ma, ora, grazie a quel trattino, queste mura si appiattiscono riversando i propri mattoncini sul terreno e, diventando pavimento su cui poggiare le nostre diversità, sbizzarrire l’indole creativa di arredare più idee e culture sotto lo stesso tetto.

Oggi qualcuno vorrebbe liberare questa terra da un fantasma rosso che qui ha avuto gli esponenti migliori di una stagione politica dal sapore del vino bevuto in compagnia.

Chi ascolta, applaudendo, il politicante travestito da Babbo Natale, che finge di dispensare regali per il futuro, non si accorge che intanto lo stesso sta trasformandosi in un Grinch, ladro del buonumore e ricettaccolo di frustrazioni, che da sotto il naso sfila all’elettore il dono della ragione, relegandolo a essere una spugna acritica di contenuti “sovranisticamente” menzogneri.

E poi si ritroveranno al Roxy Bar, con un bicchiere di whiskey e una bestemmia per una schedina perdente, tutti a lamentarsi davanti allo stridulo pagliaccio di Mario Giordano che sono tutti uguali, “che tanto votare non serve a nulla solo ai politici che ci devono rubare”.

Se però per una strana ragione di sincronicità, l’Emilia-Romagna riuscisse nella titanica impresa di riunire un Paese sotto il vessillo di quel trattino che, sì, separa ma unendo gli intenti, allora davvero vedremmo invertita la rotta, crederemmo davvero tutti che in fondo nascere, crescere ed abitare in Emilia-Romagna sia una gran fortuna, che pure i diritti acquisiti con le fatiche degli avi non sono mai per sempre, ma vanno alimentati costantemente come mulini a vento.

Ecco che allora si potrebbe iniziare a scalfire, goccia dopo goccia, la politica del “perbenismo interessato”, delle “fedi vuote in poveri miti”, dell’abitudine alla paura.

L’augurio finale che rivolgiamo alla Regione – e a coloro che prenderanno le sue redini – è quello di saper essere un’avanguardia silenziosa, testimone e insieme fautrice di un mutamento sociale nei modi di comunicare e fare politica all’interno dell’agorà virtuale e reale del cittadino.

Axel Sintoni

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