Una via scientifica per insegnare l’empatia positiva

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Lo studio pubblicato l’8 giugno sulla rivista Neuron dimostra due cose: che i sentimenti di empatia non sono localizzati in un’area unica nel cervello e che gli schemi di attivazione delle varie aree coinvolte sono uguali da individuo a individuo. In qualche misura è stato anche possibile, tramite le immagini del cervello in azione, distinguere l’empatia che porta a interessarsi di qualcosa (per semplicità l’ho chiamata empatia positiva) da quella che porta a rifuggire una situazione.
Quando una persona è testimone o apprende a proposito di un’esperienza dolorosa (o comunque tale da suscitare forti sentimenti) vissuta da un suo simile, spesso ha una risposta emotiva perchè riesce a immedesimarsi in ciò che sta provando l’altro. In questo caso parliamo di empatia, però non reagiamo tutti, non alle stesse cose e non allo stesso modo. A volte la risposta empatica spinge all’azione, aiutare chi ci sta davanti o facendo una donazione etc. altre volte porta a rifuggire la sensazione di disagio allontanandosi dalla causa. cambiare marciapiede, cambiare canale, etc… Ovviamente come società vorremmo promuovere l’empatia positiva.




L’esperimento per mappare l’empatia nel cervello
Lo studio nasce nel laboratorio di Tor D. Wager professore di neuroscienze presso l’università del Colorado a Boulder.
Sono stati reclutati sessantasei adulti e sono state raccontate loro brevi storie vere di persone suscettibili di provocare una risposta emotiva, mentre venivano narrate le storie i soggetti erano in una macchina in grado di monitorare il funzionamento del cervello, l’esame si chiama fMRI cioè functional magnetic resonance imaging (risonanza magnetica funzionale) . In precedenza si erano tentati esperimenti simili ma mostrando ai soggetti immagini fisse, questo approccio secondo i ricercatori dovrebbe causare una risposta più simile a quella che si ha nella vita reale. Ai soggetti le storie sono state narrate due volte, la prima dovevano solo ascoltare mente venivano monitorati, la seconda erano fuori dalla macchina e mentre la storia procedeva dovevano annotare le sensazioni basilari che provavano.
I risultati sono stati sorprendentemente coerenti da soggetto a soggetto, come ho anticipato il risultato è che non c’è una sola zona dell’empatia nel cervello, si attivano varie aree, in particolare nel caso di risposta empatica positiva (quella che spinge ad aiutare) si sono attivate le aree del cervello che presiedono ai meccanismi di valore e ricompensa vale a dire la corteccia prefrontale ventrocentrale e la corteccia orbitofrontale centrale.
Invece i sentimenti di empatia che provoca disagio e volontà di “fuga” (per brevità da ora in poi la chiamerò negativa) sono localizzati in aree del cervello che hanno a che fare col mirroring vale a dire la corteccia premotoria e la corteccia somatosensoriale secondaria.




Le conclusioni e come può essere utile lo studio
Innanzitutto chiariamo una cosa, non stiamo dicendo che tutte le persone hanno una risposta empatica, non stiamo nemmeno dicendo che tutti reagiscono empaticamente alle stesse cose, quello che stiamo dicendo è che quando la risposta empatica si verifica il funzionamento del cervello è lo stesso.
Una cosa interessante è che le persone che avevano manifestato una risposta empatica, sia che prevalesse quella positiva sia che prevalesse quella negativa, quando è stato chiesto loro di donare in beneficenza parte del loro compenso sono state ben disposte a farlo. Il che vuol dire che chi è sensibile alle sofferenze degli altri è comunque portato a fare qualcosa, però nel caso dell’empatia negativa possono esserci anche reazioni di rifiuto, un comportamento che è stato notato anche in persone che prestano assistenza per lavoro, il che diventa un problema lavorativo e sociale, mandando in crisi persone che non riescono a svolgere il proprio compito o che lo fanno provando disagio. Ora gli scienziati stanno utilizzando i loro risultati per un approccio scientifico a un programma di meditazione di quattro settimane che dovrebbe aiutare ad aumentare l’empatia positiva rispetto a quella negativa.

Roberto Todini

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