Eni ed Africa, un vortice di petrolio e mazzette

Impianto Eni In Algeria (www.upstreamonline.com)
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1,5 miliardi di dollari. Si, un miliardo e mezzo di dollari americani ufficialmente inesistenti, fondi neri, sono stati versati a numerose società off-shore tra il 2007 e il 2011 da ENI per ottenere appalti e concessioni petrolifere in Algeria e Nigeria.

Lo scandalo, esploso questa settimana e pubblicato in esclusiva in Italia da “l’Espresso”, viene fuori dai Panama Papers grazie al lavoro dell’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalism). Di cosa si tratta? È facilmente intuibile come, quando si tratti di risorse energetiche, i soldi in ballo siano da considerare nell’ordine delle centinaia di milioni dollari ad essere cauti. Un fiume di denaro che sarebbe stato pagato dalla compagnia petrolifera statale italiana a società create appositamente tramite lo studio Mossack Fonseca di Panama, necessarie per nascondere l’identità di fiduciari e politici di primo piano di numerose nazioni africane (le risorse di ben cinquantadue stati su cinquantaquattro sarebbero sfruttate o ottenute in concessione per il tramite di società off-shore).

In Algeria per esempio, tra il 2007 ed il 2009, la Saipem (società del gruppo Eni, costruttrice di metanodotti e impianti per l’estrazione del metano) avrebbe ottenuto dal governo di Algeri appalti per un totale di 8 miliardi di dollari per costruire gasdotti e impianti di trattamento ed estrazione del metano. Per ottenere questi appalti, Saipem ha pagato 198 milioni di euro ad una società gestita dal finanziere franco-algerino Farid Bedjaoui, la Pearl Partners Ltd. La scoperta risale al 2013, grazie al lavoro d’inchiesta della Guardia di Finanza e della procura di Milano, che attraverso alcune rogatorie in Svizzera risalgono a Bedjaoui ed al suo fiduciario svizzero. Quest’ultimo, messo alle strette, ammetterà che Bedjaoui in realtà operava come prestanome del ministro dell’energia algerino Chakib Khelil, in carica dal 1999 al 2010. Fino a questa settimana, il nome di Kelil non era mai venuto fuori a causa dello schermo di società off-shore panamensi. Nome che ora emerge dai Panama Papers e legato a tre società che avrebbero ricevuto milioni di euro da Saipem. Società come la Collingdale Consultant Inc. avente come unico azionista e rappresentante Khaldoun Khelil, figlio del ministro. Oppure la Carnelian Group Inc. e la Parkford Consulting Inc., disponenti di azioni al portatore (vietate dalle norme internazionali per il contrasto del riciclaggio di denaro), riconducibili direttamente a Chakib Khelil in quanto gestite dalla moglie, Najat Arafat. Le società risultano liquidate nel 2013, quasi certamente appena finito di reinvestire il denaro delle tangenti. Una parte dei fondi neri sarebbe rientrata anche in Italia, a beneficio di alcuni ex manager della Saipem: Tullio Orsi (ex presidente di Saipem Algeria) avrebbe incassato 5 milioni e 290 mila euro, mentre un altro manager, Pietro Varone, ne avrebbe ottenuti 5 milioni e 170 mila. Orsi ha patteggiato una condanna  2 anni e 10 mesi di reclusione, Varone invece è ancora sotto processo. Ma la rete off-shore di Bedjaoui, estesa da Panama al Libano, avrebbe fagocitato almeno 600 milioni di dollari, tra sovrafatturazioni negli appalti, fondi neri e tangenti a vario titolo.

Le dimensioni dello scandalo diventano invece colossali se ci si sposta in Nigeria, la nazione più popolosa dell’Africa e, potenzialmente, una delle più ricche (nonché una delle più corrotte). Il caso in questione ruota tutto intorno al giacimento OPL 245, stimato in 9 miliardi di barili di petrolio (al prezzo attuale del greggio sulla piazza di New York, 42 dollari al barile, fanno la modica cifra di 378 miliardi di dollari). In questo caso, ENI (insieme alla Shell) è accusata di aver pagato una colossale tangente di 1,3 miliardi di dollari al governo nigeriano. In breve, le compagnie sarebbero giunte ad un accordo con l’allora presidente nigeriano Goodluck Jonathan (2011), versando il denaro (1,3 miliardi appunto) su un conto bancario a Londra.  L’inchiesta parte dal fatto che quei soldi non siano mai arrivati nelle casse statali, bensì siano spariti attraverso una società off-shore (la Malabu Oil & Gas Ltd., dietro cui si nasconde Dan Etete, ex ministro del petrolio ai tempi della dittatura di Sani Abacha), che poi ha dirottato i fondi attraverso altre società off-shore  riconducibili al politico nigeriano Abubakar Aliyu, sospettato di essere il tesoriere di fiducia dello stesso Goodluck Jonathan. Impossibile però trovare traccia di tutti gli spostamenti del denaro, in quanto sarebbe stato prelevato in contanti e materialmente trasferito in aereo nei paradisi fiscali. Ma la storia della Malabu parte dal 1998, anno in cui le venne assegnato da Etete il giacimento OPL 245. In pratica, Etete, schermato dalla off-shore, si auto assegnò la licenza del giacimento. Socio occulto dell’operazione sarebbe stato il figlio di Sani Abacha, Mohamed. Tutto questo al modico prezzo di 2 milioni di dollari versati dalla Malabu nelle casse nigeriane all’epoca.

Eni ovviamente respinge tutte le accuse, ma le inchieste in cui è coinvolta in Africa dimostrano in maniera lampante come sia impossibile fare affari in maniera “pulita” in queste parti del mondo. In una lotta di classe a parti invertite, i più ricchi hanno depredato e continuano e depredare  i più poveri del mondo. Sic et simpliciter, cane mangia cane. E i Panama Papers sono il biglietto per assistere al match.

Lorenzo Spizzirri

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