Epidemia di ebola in Congo: il Ruanda chiude i confini

Il Congo rischia una nuova epidemia di ebola. Nella sola città di Goma si registrano già due morti nelle ultime ventiquattr’ore

A sottolineare il rinnovato pericolo di epidemia è lo stato del Ruanda, che ha prontamente deciso di chiudere la frontiera col Congo per evitare il rischio di contagio.  La decisione del Ruanda ha inoltre generato gravi tensioni politiche tra i due stati. Si tratta infatti di una scelta unilaterale, ovvero presa senza alcun accordo con il paese vicino. A un anno dallo scoppio dell’ultima epidemia, infatti, la paura è ancora molto forte e il Ruanda, davanti ai primi segni di pericolo, non ha esitato a correre ai ripari.





Per il momento sono stati registrati tre casi di ebola nella città di Goma, (2500 in tutto il Congo), metropoli posta sul confine col Ruanda. Tre casi, va detto, non rappresentano un’emergenza. Possono però diventarlo molto rapidamente se consideriamo che la città in questione è caratterizzata da una forte vocazione commerciale. Con grandi flussi di merci e persone in entrata e in uscita che, agevolati dalla presenza di un aeroporto internazionale, possono contribuire alla diffusione della malattia. La stragrande maggioranza degli abitanti di Goma, che in tutto sono circa 2 milioni, vivono in condizioni igenico-sanitarie disagiate. Altro dettaglio che può facilmente causare lo scoppio improvviso di una nuova e gravissima epidemia.

La chiusura del confine

Vicinissimo alla città di Goma, dal lato ruandese del confine, si trova la città di Gisenyi.  A causa dei frequenti commerci tra i due stati essa rischia di essere travolta dal contagio. Le autorità ruandesi hanno dunque deciso d’impedire ai propri cittadini di varcare il confine. I congolesi presenti in Ruanda, invece, sono liberi di far ritorno nel proprio paese ma non potranno nuovamente varcare il confine fino a nuovo ordine.

Una decisione necessaria che, tuttavia, rischia di danneggiare ulteriormente molti congolesi che lavorano “oltre il confine“. Trovandosi senza lavoro, infatti, rischiano di sprofondare interamente nel baratro della povertà, aumentando, di conseguenza, il rischio di contagio interno.





A Goma il virus è ricomparso a metà luglio, quando un uomo è morto a causa della malattia. I nuovi casi registrati, due in totale (uno dei pazienti è già deceduto), hanno allarmato le autorità nazionali e internazionali.

La stessa organizzazione mondiale per la sanità, infatti, ha dichiarato l’emergenza internazionale di salute pubblica.

Dopo lo scoppio dell’ultima epidemia, esattamente un anno fa, sono state vaccinate, solo in Congo, circa 170mila persone. A questi vanno sommati altri 10mila individui nei paesi confinanti. Questi numeri, certamente positivi se consideriamo la tragica situazione sanitaria dell’Africa occidentale sub-sahariana, potrebbero non bastare. Dobbiamo tener presente, infatti, che la sola città di Goma raggiunge i due milioni di abitanti, a cui si aggiungono migliaia di persone che, giornalmente, vi si recano per lavoro o altre motivazioni.

Ma cos’è l’ebola?

Sono sicuro che rischio di ripetere cose che già sapete. Tuttavia il web ci ricorda spesso di quanto sia facile dimenticare fatti, nozioni e avvenimenti anche recenti. Potrebbe essere utile, quindi, fare un breve riassunto. L’ebola è una grave malattia virale nota anche col nome di “febbre emorragica” che, nell’uomo, risulta spesso fatale.  Attualmente, infatti, il tasso di mortalità causato da un’epidemia di ebola sfiora il 50%. In passato, invece, poteva raggiungere anche il 90% dei contagiati. Una percentuale così elevata da far impallidire anche le peggiori epidemie di peste bubbonica o di vaiolo.

L’epidemia del 2018 ha registrato i primi focolai in alcuni piccoli villaggi dell’Africa centrale. Raggiungendo, però, la massima violenza epidemica, com’è logico attendersi,  nei grandi e insalubri complessi urbani. Il contagio, infatti, avviene tramite i fluidi corporei. Più aumenta il sovraffollamento, di conseguenza, e più aumenta il rischio.

I sintomi vanno dalla febbre fino alle insufficienze renali, ma il virus è principalmente conosciuto per la sua capacità di provocare emorragie interne ed esterne. Quest’ultimo sintomo, il più violento ed evidente, è infatti anche quello che ne garantisce la devastante capacità di contagio poiché, ovviamente, risulta piuttosto facile entrare in contatto col sangue di chi ne soffre.





Un altro dettaglio che contribuisce ad aumentare la contagiosità del virus riguarda il fatto che per riconoscerlo con certezza esiste un un’unica maniera: gli esami del sangue.  Solo per riconoscere un malato, quindi, medici e specialisti sono costretti ad assumersi il rischio di essere a loro volta contagiati, mentre la diagnosi della malattia diventa quasi impossibile in contesti rurali molto distanti da ospedali o  da punti di controllo gestiti dalle ONG.

Nelle metropoli Africane è inoltre difficile prevenire l’epidemia

La struttura delle metropoli sub-sahariane, così come quella di ogni altra grande città del mondo non sviluppato, è spesso caratterizzata dalla presenza di un centro nevralgico potenzialmente ricco e vivace. Accanto a questo centro, però, si trovano sconfinate periferie costituite da baracche, capanne, ed altre abitazioni traballanti. Periferie caratterizzate da sovraffollamento, carenza di servizi e, ovviamente, assenza di controlli. Gli abitanti di queste baraccopoli sono spesso esclusi dai benefici del centro cittadino e sono spesso i primi a rifiutare la possibilità di recarsi in ospedale per delle analisi o dei controlli.

Le baraccopoli costituiscono, infatti, una vera e propria società alternativa, affiancata a quella costituita dal centro cittadino. In situazioni di questo tipo risulta quindi complicato qualsiasi tipo di controllo preventivo sulla malattia. Davanti a una popolazione che si trova costantemente a rischio epidemia sembra infatti sfumare qualsiasi azione atta a garantire la salute dei soggetti più svantaggiati. Il motivo è semplice: questi “soggetti svantaggiati” costituiscono la maggioranza della popolazione cittadina.

In casi come questo, dunque, la prevenzione diventa sinonimo di sviluppo, poiché non è possibile impedire lo scoppio dell’epidemia senza prima sollevare queste persone dalla loro condizione di povertà endemica. Lo sviluppo, tuttavia, tarda ad arrivare e l’epidemia, in questa storia, può recitare ancora la parte del leone.

 

Andrea Pezzotta

 

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