Epitaffio alla Semplicità

Perché io amo infinitamente il finito, perché io desidero impossibilmente il possibile, perché voglio tutto, o ancora di più, se può essere, o anche se non può essere. F. Pessoa, Stanchezza, Poesie di Alvaro de Campos

Lawrence Alma Tadema Reading From Homere, 1885
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Epitaffio alla Semplicità

In un mondo “mal” educato alla complicazione applicarsi nell’esercizio della semplicità risulta farsesco. Aggiungiamo affaticato tedio al tedioso col preciso intento di ricercare ciò che già possediamo, cioè il nostro semplice, elementare – anche banale – essere al mondo.

Il nostro sviluppato istinto di “persistenza” più che di sopravvivenza, una volta superato lo stato di necessità, ci chiede – in un profondo tutto aggrovigliato – di trovare dei “significati”; in fondo tutto questo ha di positivo che si traduce in una spinta evolutiva ineguagliabile rispetto a tutte le altre specie, ma dall’altro lato della questione di rende ipertrofici, inutilmente complicati e pieni di sovrastrutture; da qui in poi  il presunto enigma dell’esistenza – da semplice spunto di crescita divenuto ossessione – assassina il semplice esistere.

 “Quanto prendemmo lo lasciammo, quanto non prendemmo lo portiamo”, e Omero impazzì per bocca di giovani pescatori che non sapevano neanche che quella loro semplice affermazione era diventato per lui un ossessionante e mortale enigma.  Che poi è un classico dell’orgoglio umano … come quando non ti funziona Google maps e non sai dove trovi; siamo onesti, ad Omero sarebbe bastato chiedere indicazioni per non uscire fuori di cotenna e crepare di scoramento.

Con questo voglio dire che se la nostra “cosiddetta” intelligenza non ci aiuta  a distinguere ciò che è semplice da ciò che non lo è, vuol dire che non è intelligenza. Tutto qui.

Noi non viviamo in un mondo complesso, bensì complicato, e la distinzione non è né arbitraria e né un capriccio semantico; è complicato perché vogliamo complicarlo, ma a dirla tutta  – forse e sotto sotto – è di una tale semplicità che facciamo di tutto per non saggiare il suo nucleo per timore che lo spettro dell’insignificanza ci faccia sentire “totalmente banali”. Il vero senso della nudità assoluta.

Se dovessimo pensare, come Pessoa scrisse, che i nomi delle strade nel tempo cambieranno, le  strade stesse spariranno, che non solo le nostre esistenze e le nostre stesse vite avranno casomai memoria ma mai eternità, così come questo mondo e questo stesso universo, allora nulla più ha significato, né valore … figuriamoci i nostri pensieri, queste stesse inutili parole, il fatto che qualcuno commenterà certamente che scrivo cazzate e forse anche a ragione.

Forse non c’è Karma che tenga – mutuato tristemente e male –  a trattenerci dove non dovremo essere o dove non saremo più comunque anche se si verificasse. In fondo non è il teletrasporto di Star Trek, non è che ti materializzi altrove e in un altro quando ma resti comunque tu… sei altro comunque da ciò che sei stato.

Questo non è nichilismo, perché anche l’elogio del nulla in ultima istanza è una via di uscita, né la realtà (ammettendo che vene sia solo una per beneficio d’inventario esistenziale), ma solo un’eventualità tra le infinite altre che rifiutiamo di considerare nonostante si affacci di continuo nei nostri pensieri, perché temiamo e rifiutiamo, ci atterrisce la possibilità che il nulla possa semplicemente ritornare al nulla.

Così, con immensa fatica, – una fatica che potremmo fruttuosamente e liberamente consacrare  all’amore, alla conoscenza, all’arte per l’arte, alla ricerca più della gioia che della felicità, al semplice – e forse senza alcun fine – prodigio di essere al mondo e possedere il dono responsabile di averne coscienza – cerchiamo di entrare da un angusto buco nel muro mentre la porta di casa è forse già bella e che spalancata.  Come i personaggi di un libro nella cui trama non vi sono delitti rompiamo le palle al mondo e a noi stessi per trovare un assassino che “semplicemente” non c’è. Classificare come teatro dell’assurdo  “Aspettando Godot” di Beckett l’ho sempre ritenuto limitativo visto che è ciò che sperimentiamo quotidianamente e non senza inutili ambasce.

Ora qualcuno potrebbe pensare che tutto possa declinare in un puro edonismo fine a sé stesso, ma anche qui potrei affermare che sarebbe il pensiero di una mente estremamente povera e limitata, o forse maliziosamente sempliciotta, che  con estrema e interessata leggerezza potrebbe dire: “ allora – se considero l’eventualità che non via sia un senso – non devo preoccuparmi di una redenzione, quindi posso fare quello che mi pare”.

Bé non posso dire che sia proprio così. Già il semplice considerare che la mia umanità per essere rispettosa della vita e del mondo debba essere minacciata di condanna eterna mi impoverisce in modo miserrimo, ma andiamo oltre.  Siamo capaci di aggrovigliare i nostri pensieri al tal punto da convincerci che un diverso colore di pelle classifichi gli individui in superiori e inferiori, che l’appartenenza ad un determinato sesso nella stessa specie generi la stessa distinzione, ma non riusciamo ad avere la semplice e naturale consapevolezza che l’alterità, che l’altro da noi sia  qui esattamente come noi: che respira, sogna, spera, che vuole amare, essere felice, poter essere semplicemente al mondo.

Ah la cacciata dall’Eden non regge!  secondo me è una cazzata, una “Fake Olds!” Troppo facile e sbrigativa, forse nessuno ci ha sfrattati, forse ce ne siamo voluti andare solo perché volevamo la villa con piscina… il laghetto in stile Woodstock in tenuta adamitica dopo un po’ annoia.

Immagine:     Lawrence Alma Tadema, Reading From Homere, 1885

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