Gli errori grammaticali più diffusi tra gli italiani

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Settembre, tempo di scuola. Piccole menti ancora acerbe riempiranno i quadernoni di regole grammaticali e corretti esempi ortografici. Ma noi, più grandicelli, siamo sicuri di aver imparato in tutti questi anni di scuola a scrivere in modo corretto?

Le fonti statistiche parlano chiaro: non tutti gli italiani scrivono in modo corretto utilizzando la propria lingua madre. Nello scrivere qualsiasi tipo di testo ci sono degli errori grammaticali che quasi tutti gli italiani commettono regolarmente. Vediamo di seguito quali sono i più frequenti.

L’apostrofo è sicuramente al primo posto fra gli errori grammaticali più diffusi. Lo si dimentica, lo si confonde con l’accento, lo si mette quando non si dovrebbe. La regola principale vuole l’apostrofo nei casi di elisione (articoli davanti a nomi che cominciano per vocale), solo in situazioni eccezionali in quelli di troncamento (un po’) e sempre, e sottolineo sempre, quando l’articolo indeterminativo “un” accompagna i nomi femminili (un’amica, un’avventura, un’elica). L’annosa questione che riguarda “Qual è” va definitivamente risolta. Si scrive senza apostrofo, lo dice l’Accademia della Crusca, poche storie.

C’è poi il caro amico “congiuntivo”, onnipresente tra gli errori grammaticali quotidiani della stragrande maggioranza della popolazione italiana. Troppo ci sarebbe da dire ed elencare, tra subordinate e tempi verbali, per un corretto uso del congiuntivo, ma per l’errore più frequente è sufficiente ripetere per l’ennesima volta che “Dopo il Se non ci vuole il Condizionale (sarei, sarebbe, potrei, potrebbe) ma il Congiuntivo (fossi, fosse, potessi, potesse)”. Si richiede un piccolo sforzo, soprattutto a chi deve parlare in pubblico.

Punteggiatura, questa sconosciuta. Lunghissimi testi, chilometri e chilometri di pensieri postati sui social, senza un accenno di pausa, senza alcun segno che indichi dove termina una frase e dove comincia quello successiva. Mancate virgole e assenza di punti trasformano riflessioni apparentemente interessanti in un’accozzaglia ambigua di parole dal dubbio significato. Per non parlare dell’omissione di due punti e virgolette nel caso dei discorsi diretti. Quando si citano testualmente le parole di qualcuno è necessario utilizzare i segni di punteggiatura corretti. I flussi di coscienza poteva permetterseli solo James Joyce. Rassegnatevi.

Infine, ma solo per non tediarvi troppo, c’è il più “brutto” degli errori grammaticali, quello che, a detta dei più, ha impedito il lieto fine in molte relazioni amorose, provocato licenziamenti in tronco e causato ben più di una crisi di orticaria: l’uso dell’H. “Ho”, “hai”, “ha” e “hanno” sono voci del verbo avere e si utilizzano per esprimere possesso, nella loro forma semplice, per dire di provare o sentire qualcosa e per esprimere il compimento di un’azione nella loro forma composta (ho fame, ho sete, ho mangiato, ho bevuto). “O” è una disgiunzione. “A” è una preposizione semplice. “Ai” è una preposizione articolata. “Anno” è il periodo di tempo che impiega la terra per completare la sua orbita intorno al Sole. Come è chiaro, dunque, scrivere con o senza l’acca equivale a cambiare totalmente le parole utilizzate. L’H è muta, non invisibile.

Nella speranza che questo nuovo anno scolastico porti i suoi frutti per nuovi e vecchi alunni, non sembra faccia male anche a noi un piccolo ripasso, per evitare, nel presente e nel futuro, questi fastidiosi errori grammaticali, poco accettabili in un’epoca in cui l’analfabetismo dovrebbe essere stato superato da un pezzo.

 

 

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