Esecuzione rimandata, ma Ahmad Djalali potrebbe ancora essere giustiziato nei prossimi giorni

La pressione internazionale in queste ultime ore è stata tanta, e la condanna a morte di Ahmad Djalali è stata rinviata di “qualche giorno”. Ma questi potrebbero essere gli ultimi momenti di vita per il ricercatore iraniano con passaporto svedese in carcere dal 2016.



Ahmad Djalali, “uomo morto che cammina”

Ahmad Djalali, 49 anni, è un esperto di medicina del rischio e assistenza umanitaria. Medico e docente presso il Karolinska Institute di Stoccolma, ha lavorato anche in Belgio e in Italia. Nel nostro paese ha trascorso 4 anni all’Università del Piemonte Orientale, a Novara.

Nel 2016 si era recato in Iran, invitato dall’Università di Teheran e dall’Università di Shiraz per prendere parte ad alcuni seminari. Il 25 aprile fu arrestato per ordine del Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza iraniano. L’accusa era di essere una spia per il Mossad, e di aver lavorato con Israele per l’uccisione di alcuni scienziati nucleari tra il 2007 e il 2012. Si tratta di omicidi che, a oggi, non sono ancora stati risolti.




Dopo un primo periodo di detenzione in una località sconosciuta, Ahmad Djalali è stato tenuto 7 mesi in isolamento nel carcere di Evin, a Teheran, dove è poi rimasto in questi anni.

Durante l’isolamento, non ha avuto accesso ai suoi avvocati, e ha dovuto sopportare torture, maltrattamenti, minacce di morte rivolte alla sua famiglia. “Trattamenti inumani, crudeli e degradanti”, fragranti violazioni dei diritti umani, messi in atto per costringerlo a firmare una confessione. Ma Ahmad si è sempre proclamato innocente, sostenendo la sua posizione anche con uno sciopero della fame.

In una lettera alla famiglia avrebbe dichiarato di essere in carcere per non aver ceduto alle pressioni dei servizi segreti iraniani, che avevano cercato la sua collaborazione per spiare gli Stati dell’UE.

18 mesi dopo il suo arresto, il 21 ottobre 2017, un tribunale rivoluzionario lo ha condannato a morte con l’accusa di “corruzione in terra”, ifsad fil-arz. L’anno successivo, la Corte Suprema ha confermato la condanna. In nessuna fase del processo agli avvocati di Ahmad Djalali è stato permesso di partecipare alle udienze, né di accedere ai fascicoli del caso.

La salute del ricercatore peggiora

La lunga agonia di Ahmad nel carcere di Evin ha seriamente provato il suo fisico, mettendo a rischio la sua salute. Secondo Amnesty International, in questi anni ha perso oltre 20 chili, divenendo il fantasma di sé stesso. Le sue condizioni fanno temere che il ricercatore soffra di leucemia. È solo un’ipotesi però, perché le visite specialistiche con medici oncologici che sono state consigliate dai dottori del carcere non sono mai state effettuate.

Una settimana fa ha chiamato sua moglie, Vida Mehrannia. Una telefonata breve, solo pochi minuti per salutarsi. Le ha detto che sarebbe stato messo in isolamento e poi martedì 1 dicembre trasferito al carcere di Raja’I Shahar a Karaj, dove avvengono le esecuzione. Qui sarebbe stato giustiziato.

La mobilitazione internazionale per salvare Ahmad Djalali

Secondo le ultime informazioni, pare che questo trasferimento, che chiuderebbe le porte a qualsiasi possibilità di salvezza, non sia avvenuto. Le trattative e la mobilitazione di politici, attivisti e difensori dei diritti umani nelle ultime ore hanno ottenuto una pallida vittoria. Il rischio di un’esecuzione nei prossimi giorni però resta elevato. Il portavoce del ministro degli Esteri iraniano, in un comunicato, ha rivendicato l’indipendenza della magistratura, sostenendo che “ogni intromissione all’esecuzione delle decisioni giuridiche è inaccettabile”.

La moglie dello studioso non ha mai smesso di chiedere il sostegno della comunità internazionale per salvare il marito. Un anno fa era venuta a Roma per appellarsi al governo italiano. Era stata invitata dalla senatrice Elena Cattaneo, studiosa anche lei, e aveva poi parlato alla Camera dei deputati insieme a una delegazione di Amnesty International.

Dopo l’ultima chiamata, ha rivolto un appello urgente a tutti i governi che hanno una certa influenza sull’Iran, affinché il padre dei suoi figli venga scarcerato. Il ministro degli Esteri svedese, Ann Linde, la scorsa settimana ha parlato con il suo collega iraniano, Javad Zarif, chiedendo clemenza. Intanto diverse organizzazioni per i diritti umani hanno scritto una petizione, firmata anche dall’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, Borrell, per ottenere la cancellazione della sentenza di morte.

Dal momento dell’arresto e la successiva condanna a morte, la voce di Vida ha sensibilizzato non solo esponenti del mondo politico, ma anche la comunità scientifica, che ha più volte manifestato il suo appoggio alla causa di Djalali, sostenendone l’innocenza. Il mese scorso, 153 premi Nobel hanno inviato una lettera all’Ayatollah Ali Khamenei, chiedendo che Ahmad Djalali venga rilasciato, libero finalmente di poter “tornare a casa con sua moglie e con i suoi figli”.

Vite umane come pedine della politica internazionale

Ahmad Djalali non è il primo iraniano con doppio passaporto ad essere ingiustamente detenuto e condannato in Iran. È evidente che il governo vuole servirsi di questi cittadini come merce di scambio, per fare pressioni sugli altri paesi e ottenere benefici. Lo scambio di prigionieri è già avvenuto per esempio con Francia, Thailandia, Usa.

Per Agnés Callamard, relatore delle Nazioni Unite, “è illegale e inconcepibile. Le vite umane sono solo pedine nella politica internazionale. Questo per quello”.

Camilla Aldini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *