Estinzione delle specie: le conseguenze dell’attività antropica sulla salute dell’uomo e del Pianeta

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Da quando è comparso sulla Terra, l’uomo modifica l’ambiente naturale secondo le proprie esigenze. Un’interazione stretta, ma spesso letale, che ha determinato anche l’estinzione delle specie ad ogni latitudine, con effetti importanti sulla biodiversità e sulla salute.

Il nostro futuro, nonché quello delle generazioni a venire, è seriamente minacciato dal cambiamento climatico e dalla vertiginosa perdita di biodiversità, che stiamo osservando ormai da decenni. Purtroppo l’estinzione delle specie è un processo irreversibile con effetti a lungo termine sul Pianeta e sull’uomo, motivo per cui adottare nuove strategie di tutela non è più soltanto urgente, ma essenziale per la sopravvivenza.

LPI – Living Planet Index

In italiano si traduce “Indice del Pianeta Vivente” e misura l’andamento dell’abbondanza media delle popolazioni di vertebrati, sia a livello globale sia nelle diverse aree geografiche. A cadenza biennale, dal 1998, il WWF pubblica un Report molto dettagliato, con l’obiettivo di fornire una panoramica sullo stato di biodiversità del nostro Pianeta.

Nell’edizione 2022, l’Indice LPI evidenzia un calo medio dell’abbondanza delle popolazioni pari al 69%, su oltre 5.0000 specie analizzate. Nello specifico, il trend negativo vede sul podio l’America Latina (94%), seguita dall’Africa (66%) e dall’Asia-Pacifico (55%). Migliore, ma non rassicurante, la situazione in Nord America (20%) e in Europa-Asia centrale (18%) dove, tuttavia, la perdita di biodiversità si è registrata maggiormente nei decenni passati.

Senza un cambiamento strutturale nelle nostre politiche, economie e abitudini, quasi nessuno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) potrà essere raggiunto. Per invertire la perdita di natura e garantire un futuro più sicuro e sano per tutti è indispensabile dimezzare l’impronta globale di produzione e consumo entro il 2030. Abbiamo bisogno di trasformare radicalmente la nostra cultura e la nostra società.

Ad oggi, la società sembra essere più sensibile nei confronti delle problematiche ambientali, nonché più consapevole di quale ruolo abbia la biodiversità nella tutela della salute e della stabilità di tutti i sistemi naturali. I decenni passati di disinteresse e ignoranza hanno lasciato un segno indelebile e ne paghiamo tuttora le conseguenze. Dalla perdita di vite umane per manifestazioni meteorologiche estreme alle malattie zootecniche, non possiamo dire di non aver ricevuto una serie significativa di segnali d’allarme: ora è il tempo del fare. 

Biodiversità …

In biologia, con il termine biodiversità si fa riferimento alla varietà della vita, della genetica e degli ecosistemi. Infatti, gli esperti preferiscono considerare la diversità biologica su tre differenti livelli:

  1. la diversità di specie, tutta la flora e fauna presente sulla Terra;
  2. la diversità genetica, quella intraspecifica, sia tra popolazioni separate sia tra individui vicini;
  3. la diversità di ecosistemi, tutte le comunità biologiche e le loro interazioni con la componente chimica e fisica.

Dagli ambienti terresti a quelli marini e delle zone umide, gli ecosistemi hanno un ruolo determinante per il benessere dell’uomo. Ad esempio, regolano il clima e la qualità dell’aria, nonché la rigenerazione del suolo e la difesa dalla diffusione di alcune malattie. Inoltre, rappresentano un prezioso valore ricreativo, poiché offrono l’opportunità di sviluppare importanti servizi, primo fra tutti l’ecoturismo.

… ed estinzione delle specie

In biologia della conservazione, si parla di estinzione quando in tutto il mondo non esiste più un individuo in vita di una determinata specie. Prima di arrivare a questo stadio, ci sono tuttavia una serie di fasi intermedie, nello specifico si parla di:

  1. specie in pericolopotrebbe diventare a rischio estinzione;
  2. specie vulnerabile, è già a rischio estinzione;
  3. specie minacciatail rischio di scomparsa in natura è molto alto.

Dalle prime forme di vita, datate oltre 3.5 miliardi di anni fa, ad oggi, il numero di specie presenti sulla Terra è considerevolmente aumentato, sebbene tale trend in crescita non sia mai stato né regolare né continuo. Difatti, come dicono spesso i biologi, la storia della vita è caratterizzata da un continuo alternarsi tra periodi di elevata speciazione e momenti di cambiamenti minimi.




La piaga delle zoonosi

La perdita di biodiversità incentiva la trasmissione dei patogeni in diversi modi. Ad esempio, può ridurre il numero di specie predatrici favorendo, di conseguenza, la diffusione degli ospiti serbatoio; inoltre, la riduzione delle popolazioni ospiti aumenta le probabilità di incontro tra fauna selvatica, bestiame ed esseri umani. Il Covid-19 ha portato all’attenzione del grande pubblico il problema delle zoonosi, ovvero delle malattie che si trasmettono dagli animali all’uomo. Tuttavia, la loro esistenza è nota già da secoli, basti pensare alla salmonellosi e alle parassitosi gastroenteriche, le cui origini risalgono al Neolitico.

India, il caso degli avvoltoi e dell’epidemia di rabbia

Nel 2007, un team di ricerca pubblicò uno studio secondo il quale le tre popolazioni locali di avvoltoi, dal becco lungo (Gyps bengalensis), dal becco snello (Gyps tenuirostris) e dal dorso bianco orientale (Gyps indicus), erano diminuite più del 97%. Questo drastico calo fu registrato a partire dal 1992 e inizialmente non trovò giustificazione, motivo per cui i ricercatori decisero di analizzare i cadaveri. Si scoprì che gli animali avevano ingerito il diclofenac, un farmaco antinfiammatorio somministrato abitualmente al bestiame.

Nutrendosi di carcasse, gli avvoltoi morivano per avvelenamento, mentre i cani randagi acquisivano sempre più il ruolo di spazzini. In un decennio, il numero di canidi crebbe notevolmente, circa 7 milioni, così come i casi di morsi e in ultimo di infezione da rabbia. Tale zoonosi, causata da un virus appartenente alla famiglia dei rabdovirus e trasmesso per contatto con la saliva dell’animale infetto, uccise all’epoca decine di migliaia di persone nel Paese.

Nel 2006, la rimozione del farmaco dal mercato e l’attuazione di specifici programmi di conservazione, ha interrotto questa catena letale, permettendo alle popolazioni di avvoltoi di crescere, scongiurando fortunatamente l’estinzione di specie.

Il folle massacro dei passeri in Cina

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, il leader Mao Zedong promosse una serie di campagne, note con il nome “Eliminazione dei Quattro Flagelli“, con l’obiettivo di sterminare zanzare, ratti, mosche e passeri. All’epoca dei fatti l’intento del Governo voleva essere una quanto più veloce possibile trasformazione dell’economia da contadina a industriale. Si cominciò con i volatili che, considerati erroneamente consumatori di riso e cereali, furono visti come una minaccia per le coltivazioni.

estinzione delle specie

I cittadini ottennero dunque l’autorizzazione ad uccidere gli animali e distruggere i loro nidi, sicché in poco tempo la popolazione crollò vertiginosamente. Tuttavia, le conseguenze di questa decisione furono catastrofiche e soprattutto letali per i Cinesi. Difatti, la scomparsa dei passeri portò a un’esplosione anomala di insetti, che devastarono i raccolti, causando una terribile carestia. Secondo i dati morirono oltre 45 milioni di persone e si verificarono numerosi episodi di violenza e cannibalismo.

Mangrovie e tsunami

Classificate come foreste costiere, le mangrovie sono sia una fonte incredibile di biodiversità sia un concreto mezzo di sussistenza per le comunità locali. Inoltre, hanno un ruolo attivo nel mitigare gli effetti del cambiamento climatico, poiché sequestrano e immagazzinano il “carbonio blu” e con le loro robuste radici sub-aeree attenuano l’impatto deestinzione delle specielle onde, nonché l’innalzamento del livello del mare. Tuttavia, nonostante la loro indiscutibile importanza, l’uomo continua a eliminarle, per dare spazio all’acquacoltura e allo sviluppo costiero, favorendo l’estinzione di specie e la perdita di habitat.

I danni in Indonesia, Sri Lanka, India e Thailandia

Secondo un Report dell’Environmental Justice Foundation, dal 1980 al 2000 in questi paesi i mangrovieti si sono ridotti del 28%, con effetti importanti sugli ecosistemi. Il 26 dicembre del 2004, il maremoto dell’Oceano Indiano e della placca indo-asiatica ha portato alla morte di 230.000 persone, travolte da un’onda di oltre 14 metri. Purtroppo, nelle zone più povere di mangrovie, il mare è penetrato più facilmente, distruggendo i villaggi limitrofi della costa.

Estinzione delle specie – addio alle barriere coralline

Immense, colorate e ricche di vita, le barriere coralline soffrono e lentamente scompaiono dai nostri fondali. Come le mangrovie, hanno un ruolo importante nel proteggere le zone costiere dall’erosione, poiché riducono l’energia delle onde di circa il 97%. Secondo uno studio pubblicato su Nature, la sopravvivenza di quasi 200 milioni di persone dipende da questi ecosistemi e, solo negli USA, contribuiscono a far risparmiare al Paese oltre 1.8 miliardi di dollari per la protezione dalle inondazioni.

Purtroppo, le barriere coralline non vivono tempi felici e l’estinzione di specie caratteristiche ne sta mettendo a rischio l’esistenza. Infatti, il cambiamento climatico compromette la vita dei coralli, favorendone lo sbiancamento e di conseguenza la morte.




Il sistema che attualmente domina la tecnica e l’economia ha messo in moto dei processi di sviluppo ormai irreversibili, o solo difficilmente reversibili, che minacciano di annientare la specie umana.

Nel corso della sua evoluzione l’uomo ha dimostrato di avere e di sviluppare capacità incredibili, grazie alle quali crea e scopre meraviglie in tutto il mondo. Tuttavia, in questo complesso processo di autodeterminazione e affermazione, talvolta esasperata, del proprio dominio sul mondo, il genere umano ha dimenticato di tutelare la sua unica ancora di salvezza: la natura.

Oggi viviamo un limbo tra consapevolezza di cosa stiamo distruggendo e incapacità di rinunciare al benessere di cui ci stiamo irresponsabilmente circondando. Sappiamo le conseguenze di questo vortice malsano di esasperato consumismo,  ma non riusciamo a trasformare la cultura del “si dovrebbe” in quella del “fare”. E mentre ci sembra così difficile cambiare rotta, giochiamo pericolosamente a dadi con le redini del nostro destino.

Carolina Salomoni

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