Estradizione di Julian Assange e Mino Pecorelli: il Potere ammazza

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L’estradizione di Julian Assange è una vendetta politica

L’estradizione di Julian Assange è solo l’ultimo atto di una persecuzione disumana che va avanti da ormai un decennio. La ministra dell’interno inglese ha da poco dato l’ok per estradarlo verso gli Stati Uniti. Ergo, lo vuole mandare nella fossa dei leoni. L’estradizione di Julian Assange è una vendetta politica. Motivo? Delitto di cronaca, peccato di giornalismo. Dopo la pubblicazione di file molto riservati attraverso WikiLeaks, la sua vita non è stata più la stessa. Il materiale pubblicato da Assange ha mostrato l’efferatezza e la corruzione di certe politiche. Le quali, tra l’altro, in questi giorni riconfermano la loro vera natura.




Mino Pecorelli, altra vittima del delitto di cronaca

Julian Assange e Mino Pecorelli sono stati perseguitati per lo stesso motivo. Per aver svelato le ingiustizie perpetrate dal Potere. Pecorelli era il direttore del settimanale “OP“, una rivista che pubblicava scandali politici. Il giornalista molisano aveva agganci con pezzi grossi della politica e dei servizi segreti. Intrallazzi continui. Era arrivato finanche ad essere tesserato alla P2 di Licio Gelli, la loggia massonica legata a molti eventi tragici degli anni di piombo. Purtroppo, la storia di Mino Pecorelli non ha un lieto fine. Egli infatti venne assassinato il 20 marzo del ’79 a Roma. Ad oggi, mandanti ed esecutori del suo omicidio rimangono ancora sconosciuti. Una cosa però è certa: l’omicidio Pecorelli è un delitto politico. Il Potere che uccide. Nel video qui sotto, Rosita Pecorelli parla del fratello assassinato.




Santi patroni della libera informazione

Il Potere non tollera giornalisti come Assange e Pecorelli, e quindi reagisce. Violenza psicologica sul primo, piombo in corpo per l’altro. Entrambi simboli di un settore, il giornalismo, che negli ultimi anni non brilla certo di splendore. Il calo di vendite dei giornali, infatti, ha tolto aria ai giornalisti. Sono diventati più fragili, e, di conseguenza, facili vittime di soprusi da parte del Potere. Nell’aia del dibattito ideologico, la linea politica della verità è un bene prezioso da preservare con cura. Il caso WikiLeaks, inoltre, pone anche il problema della tutela delle fonti di notizie delicate, i cosiddetti whistleblower. Qui trovate un articolo che parla della storia di Julian Assange e del progetto WikiLeaks.

I fantasmi che fanno ancora paura

Come onorare i paladini dell’informazione libera? Semplice, informandosi liberamente. Consultando i documenti proibiti dal Potere, affinché la ricerca della verità possa proseguire. Per davvero, siam mica qua a fare della becera retorica. Di seguito sono riportati alcuni link che potrebbero tornarvi utili, nel caso voleste infastidire qualche potente.

Molti articoli di Pecorelli sono archiviati in formato pdf presso questo indirizzo. Inoltre, ci sono diversi libri che raccolgono alcuni dei pezzi più scottanti di “OP”. Sull’omicidio Pecorelli, invece, c’è un podcast di Raffaella Fanelli che racconta le indagini in modo scorrevole e avvincente. Lo trovate qui su Spotify. Per quanto riguarda Assange, la mole di documenti consultabili online è ben maggiore. Il sito di WikiLeaks raccoglie tuttora tantissimi documenti ultrariservati. Li trovate qui. Sì, anche quelli che nel 2010 sono costati la libertà a Julian Assange.

Questa è la loro eredità: informare, informare e informare. Alla faccia della censura, alla faccia dei prepotenti. Roger Waters, ex Pink Floyd, ha sposato la causa di Assange. Il leggendario bassista ha usato video svelati da WikiLeaks come elementi scenici per alcuni concerti. Waters però non lo hanno estradato.




La beffa finale

La beffa finale per i giornalisti come Assange è quando i loro colleghi li rinnegano. Anziché alzare la voce per difenderlo, alcuni giornalisti si schierano al fianco dei poteri forti. La paura che prova il Potere inizia campagne di odio contro chi lo smaschera. Di Assange se ne sono dette tante, di Pecorelli idem. Infami calunnie su anime già fin troppo violentate. Ma, come sempre, sono i fatti a parlare: chi narra la verità ne paga il caro prezzo delle sue conseguenze. E infatti i calunniatori stanno comodi e pasciuti, mentre Pecorelli è sotto terra e Assange in una cella.

Taluni si riempiono la bocca di fiumi di parole che condannano le autarchie e le loro censure. Ben venga, per carità, che sia fatta giustizia. Epperò non accade lo stesso quando gli sgarri avvengono in casa propria. Ci vuole un certo coraggio per dire ad Assange di non temere il processo in terre americane. Allo stesso Assange che vive un incubo dal quale non si è mai svegliato dal 2010 ad oggi. Allo stesso Assange che ha visto nel suicidio una possibile via di fuga da questo accanimento disumano. Questo mondo è ancora troppo piccolo per gente come Assange e Pecorelli. Una fossa di leoni per i giornalisti senza padroni come loro. La Cina li tortura, la Russia li avvelena e gli Stati Uniti li inducono al suicidio. Non eravamo forse i buoni, noi?

Al servizio de(gl)i (e)lettori

Ora vi racconto una barzelletta. Una notte, un giornalista di un giornale a caso, facciamo del Foglio, era seguito da qualcuno. Era tardi, aveva appena lasciato la redazione del giornale, quando dal buio pesto della notte era sbucata un’auto misteriosa con i fari lunghi accesi. Il veicolo procedeva a pochi passi dal marciapiede, a passo d’uomo. Il giornalista scappava terrorizzato, chiedendosi il perché di quell’inaspettato agguato. Pensava: “Avrò scritto qualcosa di male?!”. Le sue domande non trovavano risposte, e intanto l’auto gli aveva appena sbarrato la strada.

Il giornalista è all’angolo, con il cuore in gola, e osserva il misterioso individuo avvicinarsi con aria minacciosa. Quand’ecco che questi gli si pone di fronte, e gli fa: «Lei è un giornalista del Foglio, giusto? Mi presento, sono un onorevole del polo liberale. Sa, ho letto il Suo pezzo su Assange, e vorrei chiederLe un autografo. Leggendo le Sue parole, ho avuto modo di apprezzare la Sua lodevole destrezza nell’uso della retorica. Soprattutto, ho pensato una cosa: che nemmeno noi politici siamo così sfacciati!»

Matteo Petrillo

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