Estremismo online, breve storia di un mondo che forse non conoscevi

Nel 1996 a Washington DC fu approvata una legge, conosciuta come Communications Decency Act, che sarebbe rimasta nella storia. Perché, tra le altre cose, conteneva una sezione che avrebbe posto le basi del web per come lo conosciamo.

Ma anche perché avrebbe permesso la nascita e la diffusione di un fenomeno quale l’estremismo online. Stiamo parlando della celebre e discussa “Sezione 230“. Grazie alla quale, da un punto di vista legislativo, il proprietario di una piattaforma sul web è paragonabile ad una compagnia telefonica. Ma in che senso?

Proprio come un operatore telefonico, il proprietario di una piattaforma web non è considerato giuridicamente responsabile del contenuto condiviso dai suoi clienti. Questo vuol dire che la colpa ricadrà sempre e solo sull’utente e mai sulla piattaforma.

Estremismo online e moderazione

All’interno di questo scenario legislativo le piattaforme non avevano bisogno di moderare i contenuti, visto che non potevano essere perseguite legalmente. Ma un giorno qualcosa è cambiato. Dopo le elezioni statunitensi del 2016, quando si è registrato il boom del linguaggio d’odio all’interno dei colossi del web come Facebook, Twitter e Youtube (attribuito ai sostenitori più estremisti di Trump), è iniziata la moderazione. L’obiettivo era quello di cacciare le cellule estremiste creatasi all’interno della piattaforma. Perciò si è iniziato a bannare innumerevoli pagine e persone. Per poi iniziare a censurare anche gli account dei protagonisti di alcuni movimenti “poco democratici” (vedi il caso Simone di Stefano, CasaPound).

L’esodo digitale 

È esattamente in questo contesto che dai social mainstream gli estremisti di tutti i tipi (omofobi, antisemiti, suprematisti bianchi, anti-islamici, xenofobi, maschilisti etc.) hanno iniziato a cercare una nuova “dimora”, dove fosse loro possibile comunicare senza essere attaccati o bannati. L’esodo digitale ha inizio.

Tra le piattaforme più in voga degli ultimi anni si può certamente considerare Gab.com, una controparte estremista di Twitter. Ad oggi questa piattaforma conta circa mezzo milione di utenti attivi. Al suo interno questi ultimi commentano fatti e notizie (per lo più a sfondo politico e sociale) con immagini e toni che non sarebbero mai consentiti sulle piattaforme mainstream.

Un altro sito storico legato all’estremismo online è 4chan.org (oggi 8kun.org). Un forum frequentato da estremisti di tutto il mondo: dagli Statunitensi ai giapponesi, passando per i nigeriani, gli italiani e chi più ne ha più ne metta. Su questa piattaforma vengono quotidianamente attaccate senza distinzioni tutte le minoranze esistenti.

Inoltre, su questi siti vengono spesso organizzati dei “raid“. Dei veri e propri attacchi di gruppo sui social classici, indirizzati a persone o pagine considerate troppo “normie” (tradotto in italiano il termine più vicino è buonista). Non è strano quindi che questi siti abbiano la fama di far “crescere al loro interno” i futuri terroristi a stampo estremista. Numerosi infatti sono stati i casi dove si scopriva che l’attentatore fosse solito passare molto tempo sui siti citati sopra.

Isolamento e condivisione

È quindi veramente funzionale la moderazione al fine di debellare l’estremismo online? È lecito domandarsi se sia una mossa saggia quella di censurare gli estremisti “dalla socialità”, per rinchiuderli dentro bolle, dove sì, si può controllarli, tenerli d’occhio e prevenire possibili stragi. Perché sono queste stesse bolle ad accentuare l’estremismo del singolo. Se in questi siti tutti la pensano allo stesso modo e quindi tutti condividono interpretazioni simili sulla realtà, non si fa altro che rinforzare la propria opinione che tenderà a diventare sempre più estremista.

Invece di escludere queste persone, pensando così di aver risolto il problema, non sarebbe meglio iniziare a pensare a una strategia che permetta il reinserimento nella società di questi individui? Ma come tentare questo reinserimento? La risposta non è semplice né intuitiva. Sicuramente attraverso la condivisione culturale, fatta da giovani per giovani, le cose potrebbero iniziare a cambiare.

Nikita Edoardo Laino

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