L’Eterno Riposo di Barbara D’Urso: il conflitto fra libertà d’espressione e laicità dello Stato

Quell’Eterno Riposo di Barbara D’Urso, recitato in ricordo delle vittime del Coronavirus, ha turbato non solo Maurizio Costanzo, ma ben oltre 430.000 persone. Infatti, la petizione, lanciata su Change.org, lanciata poche ore dopo la fine della trasmissione “Live non è la D’Urso”, raccoglie firmatari a ritmi incessanti.

Che Barbara D’Urso sia spesso al centro delle polemiche non è una novità per nessuno. Regina del trash o beniamina popolare, da sempre c’è chi la odia e chi la ama.

Perché, quindi, tutto questo fermento solo ora?

Probabilmente – ritengo – perché, oggi più che mai, ognuno di noi percepisce la possibilità di correggere gli errori, di eliminare le macchie, di mettere morbosamente tutto in ordine. Perché c’è tempo, tanto, forse troppo. Così le gaffe, le cantonate, i clamorosi errori passati inosservati negli anni, vengono asfaltati da una preghiera. Ad oggi ritenuta insopportabile, sgraziata e fuori luogo.

La verità assoluta viene rincorsa da secoli e di certo non la troveremo condannando senza appello il (cattivo) gusto di una trasmissione televisiva dal dubbio contenuto ed il populismo galoppante di un politico egocentrico. Non a caso la conduttrice ha ricevuto messaggi di solidarietà da migliaia di sostenitori. Moltissimi, i quotidiani che hanno cercato di smorzare la tensione cercando di riportare l’attenzione dei lettori, tacciati di moralismo,  dall’Eterno Riposo di Barbara D’Urso ai veri problemi dell’Italia.

Laicità dello Stato

Ma non è una questione di moralismo. Il problema è la confusione fra libertà religiosa del cittadino e laicità dello Stato.
In un Paese pluriconfessionale e laico è sacrosanto indignarsi quando simboli religiosi entrano all’interno di luoghi istituzionali. Tuttavia, non ha molto senso sdegnarsi quando una preghiera, qualunque essa sia, viene trasmessa in diretta televisiva da una società per azioni (Mediaset).

È giusto essere consapevoli fin da principio del fatto che aver firmato una petizione del genere equivale ad essersi tolti uno sfizio del tutto inutile. Già, perché oltre a farne parlare, a manifestare il dissenso alla redazione che magari potrà proporre in futuro una trasmissione “migliore”, non accadrà assolutamente nulla.

Libertà religiosa

Il motivo è piuttosto banale e risiede in due concetti spesso travisati e confusi dal punto di vista semantico: democrazia e libertà. “Siamo in un Paese democratico quindi…” e via a tirar giù diritti.  Inutile ricordare che appellarsi alla laicità dello Stato prescinde dalla sua democraticità (intesa come forma di governo). Per fortuna c’è mamma Costituzione che mette sempre tutto in ordine.

Art 19 Cost.: Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Che ci piaccia o no, i padri Costituenti, hanno inteso estendere a tutti, Matteo Salvini e Barbara D’Urso inclusi, la possibilità di professare liberamente il proprio culto. Anche quando la propaganda risulti fastidiosamente politica e davvero poco religiosa. Richiedere che vengano presi dei provvedimenti ad personam, escludendo dalle conseguenze  ad esempio la trasmissione della messa del Papa su Rai 1, sarebbe infatti tutt’altro che “democratico”.  La laicità intollerante ed intransigente, a tal punto da divenire un fondamentalismo ateo, non si differenzia di molto da quello religioso.

Libertà d’espressione

La petizione, in realtà, utilizza come scudo la laicità dello Stato (travisandola). Alla radice, però, vi è la critica alla qualità dei contenuti della trasmissione. Eppure, riflettendo un poco, quanti programmi demenziali esistono tutt’ora? Quale criterio dovrebbe essere adottato per rendere visibile un contenuto o meno? Perché programmi come “La pupa ed il secchione”, inno allo stereotipo, indignano di meno?

Art. 21 Cost.: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure …
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

A scanso di equivoci, le vertiginose scollature di Barbara D’Urso, non infrangono il buon costume.
La censura promossa dalla petizione, dunque, non ha ragione di esistere. Rimane tuttavia auspicabile che le pressioni ricevute da un così vasto pubblico possano far riflettere la conduttrice e la redazione affinché innalzino la qualità dei contenuti proposti.

 

Arianna Folgarelli

 

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