Europa : un libro (bianco) ancora da scrivere

Le elezioni in Olanda con la sconfitta della Destra dimostrano che il destino dell'Europa è ancora tutto da decidere

Europa e democrazia però devono viaggiare insieme : anche di questo si discuterà in occasione dei 60 anni della Comunità Europea

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Le elezioni in Olanda con la sconfitta della Destra dimostrano che il destino dell’Europa è ancora tutto da decidere

Europa e democrazia però devono viaggiare insieme : anche di questo si discuterà in occasione dei 60 anni della Comunità Europea

Europa : un futuro da scrivere per non ripetere il passato

L’Europa si prepara a celebrare i suoi Sessanta anni.
Il Vecchio Continente in realtà è piuttosto giovane : perlomeno se si contano i suoi anni da quella sorta di rinascita compiutasi nel dopoguerra.
Infatti è stato il 25 marzo del 1957 che sono stati firmati i Trattati di Roma, che unificavano precedenti iniziative diplomatiche e stabilivano il quadro della Cee – la futura Ue.
Quel successo era seguito a un fallimento – la mancata Costituzione europea del 1954 – ed è stato seguito da altri passi in avanti sulla strada dell’unità del Continente.
Ma è stato seguito anche da un altro grosso fallimento – di nuovo, un tentativo di stabilire una Costituzione.
La Carta continentale venne bocciata dalla Francia, e prima ancora dall’Olanda : in occasione di due combattuti referendum nel 2005.

Successi e fallimenti della “bicicletta” Europa

Aldilà delle motivazioni specifiche, quei voti hanno contribuito in maniera oggettiva a mandare in panne il motore dell’Europa (i Trattati che hanno sostituito quelli di Roma e le fallite Costituzioni non sono altrettanto ambiziosi).
Ma come è stato ripetuto, anche dal Presidente del Consiglio Gentiloni, l’Europa non è un veicolo che può rimanere fermo – così come per una bicicletta.
O procede, com’era previsto sin dalla fondazione, verso un destino federale e quindi veramente unitario .
Oppure ricade all’indietro, e si frammenta nelle sue diverse componenti nazionali e regionali.
Lo dimostrano vicende come la “secessione” della Gran Bretagna, cui segue la richiesta di separarsi dalla stessa Londra da parte di Scozia e Irlanda del Nord .
Oppure, la controversia fra il governo centrale di Madrid – che si trova alle prese con l’avvitamento contraddittorio fra una gravosa austerity e la crescita tripla rispetto all’Italia – e la Catalogna, che nella congiuntura economico-sociale rilancia la propria vocazione autonomistica.

Che fare?

Il grande gioco dell’Europa

Le carte sul tavolo da giocare sono tante, altrettanti i giocatori e gli interessi in ballo : poiché s’intrecciano partite squisitamente nazionali con questioni ideologiche e interventi esterni di America e Russia – oltre all’influenza dominante delle dinamiche legate al capitalismo globale.

Almeno in questi giorni, ci sentiamo di dire che l’Europa torna ad essere al centro del mondo – del Grande Gioco.
Ancora per poco, e purtroppo proprio a causa della propria fragilità e della crisi che sperimenta e soffre.

A ben vedere, è lo stesso tipo di centralità vissuta negli ultimi decenni dal Medio Oriente e dal Sudest asiatico : la rilevanza diplomatica che deriva dall’instabilità, dalle crisi e dall’essere un terreno di lotta.

Nella speranza che le diverse contese non arrivino a compromettere il destino di pace che l’Europa ha guadagnato – e che rappresenta la rinascita di cui si diceva all’inizio, una nuova Europa in pace, dopo mille anni di guerre – il nostro continente è al centro di laboratori politici e diplomatici in piena frenesia.

Il Libro Bianco di Juncker

Fra i documenti più discussi, in vista del vertice che celebrerà il sessantennio, a Roma, troviamo il cosiddetto Libro Bianco di Juncker.
Il presidente della Commissione – il quale nutre una ispirazione federalista ed è a capo dell’organo in cui per eccellenza si contemperano (o almeno si dovrebbero) le esigenze nazionali e quelle continentali – ha presentato questo volume, col quale intende fare un punto sulla situazione e chiarire gli scenari futuri che si prospettano.
Gli scenari contemplati sono cinque, e vanno da un estremo all’altro : dall’ipotesi di un naufragio e una frantumazione della Ue, sino alla possibilità di una autentica Europa federale.
In mezzo, forme intermedie di integrazione ulteriore.
Infatti, Juncker vuole fortemente porre l’accento sul fatto che se l’Europa non procederà nel suo rilancio, fallirà inevitabilmente.

I contenuti del Libro Bianco sull’Europa

Nello specifico, i cinque percorsi, per l’Unione da qui al 2025, sono i seguenti:

lo status quo, con progressi marginali, come accade attualmente; una Europa che torni a concentrasi sul solo mercato unico, quindi sull’orizzonte economico-commerciale (come piaceva agli inglesi, e piacerebbe al gruppo di Visegrad, cioè a molti dei paesi dell’Est entrati da pochi anni); una Europa fondata su libere cooperazioni rafforzate e quindi su cerchi concentrici per chi vuole procedere più speditaamente verso una maggiore integrazione (come piacerebbe a Juncker, che difende l’ipotesi di una Europa a più velocità); una Unione che si concentra solamente su alcuni ambiti come la difesa, cosa che propongono in parecchi ora che la copertura difensiva americana sembra meno sicura; e infine uno scenario di integrazione politica spinta a 27 (attualmente non probabile).

I diversi scenari si possono integrare e non si tratta in ogni caso di un documento prescrittivo, quando si parla di questo Libro Bianco.

Certamente, non si prospetta di modificare i Trattati, e quindi di riaprire il dossier della Costituzione Europea – per la creazione di un vero Stato europeo.

In generale, Juncker ha dovuto trovare il giusto equilibrio fra spinte contrastanti, e soprattutto fra l’esigenza di non turbare i processi elettorali in corso nei diversi Paesi (che potrebbero respingere ogni “provocazione” europeista) senza però abbandonare il discorso europeo.

Il momento è delicato: l’Europa è in mezzo al guado, e non si sa se sia meglio procedere, arretrare…o rimanere ammollo.

Ma sarebbe l’opzione più sciocca.

In mezzo al guado : tornare indietro ?

Come detto, il principio che non si può rimanere fermi, e quindi del dinamismo necessario, è ormai ben presente a tutti coloro che credono nel progetto Europeo.
Tanto che alcuni ritengono, sinceramente, che in questa fase sarebbe il caso di muoversi sì : ma all’indietro.
Recuperare un certo grado di sovranità nazionale, per “mettere le cose a posto” sul piano economico e sociale : in vista di un futuro, nuovo rilancio.

In effetti, la concomitanza di questi 60 anni di unificazione, con la tornata di elezioni nei vari Paesi europei a “rischio euroscetticismo” consiglia molti leaders di non spingere troppo sull’acceleratore che porta all’integrazione (tanto che Juncker ha dovuto superare molte resistenze, per poter presentare il Libro Bianco, lo abbiamo detto).

Ma, a parte il fatto che dietro la reticenza nei confronti di un rilancio dell’integrazione, non vi è solo la paura di suscitare una ipotetica reazione uguale e contraria delle opinioni pubbliche euroscettiche, gelose della propria sovranità – ma vi è la concreta gelosia del proprio potere delle classi dirigenti dei vari Stati, che spesso danno l’idea di farsi scudo della presunta immaturità del proprio elettorato “ da coccolare e rassicurare”.
A parte ciò, difficoltà tecnico-politiche sembrano rendere troppo rischioso immaginare un salto all’indietro.

Basti vedere il vespaio che si è sviluppato in Gran Bretagna, a mano a mano che procede la Brexit : non per fantomatiche congiure dell’establishment globale, né per terroristici shcok economici, ma proprio per ragioni geopolitiche e amministrative ben note.
L’uscita dalla Ue rischia di mandare in pezzi l’Unito Regno di Londra : e parliamo di uno Stato che non è parte dell’Euro, che quindi non ha mai aderito ad una prospettiva davvero federale, quindi non ha mai ceduto la propria sovranità.

Sovranismo e sovranità democratica

Il punto è quello : la sovranità.

E’ il tema centrale di ogni riflessioni politica, e se il fatto che lo evidenziasse Schmitt mette in imbarazzo, questo è colpa di chi si basa su preconcetti o mode effimere.

La sovranità è il centro della politica, ma dir questo non vuol dire certo dichiararsi nazionalisti o peggio.
La sovranità può essere della Nazione (questa entità astratta e ambigua) o del popolo, cioè dei cittadini.

Se in Europa vediamo la insorgenza di movimenti populisti/nazionalisti, ciò è dovuto proprio al fatto che i cittadini soffrono una perdita di sovranità e cercano una maniera di recuperarla – ripescando antichi miti e logori linguaggi.

Per 50 anni in Europa c’è stato un trasferimento di potere e quindi sovranità dalle élites ai cittadini, grazie soprattutto alle politiche di Welfare, sviluppate per lo più in ambito nazionale.
Il tutto, in un contesto di delegittimazione dei nazionalismi (in Italia questo discorso raggiunse livelli davvero estremi) e di esaltazione della società aperta.

Da almeno un decennio constatiamo il contrario : la sovranità su base democratica, ugualitaria, antirazzista,multiculturale, è stata distorta in un cosmopolitismo che giova a troppo pochi – parallelamente alla contrazione più o meno profonda del Welfare, visto che ai mercati internazionali non piace che fette consistenti dell’economia siano sottratte alla logica del profitto privato.
Quindi per reazione tanti ripescano memorie delle nazioni sovrane, del tempo che fu : la Nazione come mito, come “luogo” in cui tornare a contare, in epoca di nonluoghi.

L’ossessione del passato e l’Angelo della Storia

E’ destino dell’umanità girarsi sempre verso il passato, ma come l’Angelo della storia di Benjamin, guardare all’indietro può esser bene, solo se serve alla memoria del male passato per non ripeterlo.

Altrimenti, si finisce per diventare statue di sale, cioè dei morti viventi, come la biblica moglie di Lot.

I nazionalismi hanno condotto l’Europa sull’orlo dell’estinzione – e se ci dovesse essere un terzo round delle guerre europee, l’esito è davvero scontato.

Per evitarlo, l’Europa deve procedere.
Ma l’unità europea non può andare a scapito della sovranità – non tanto di quelle delle Nazioni, ma di quella dei Popoli, cioè dei cittadini e delle cittadine.

Ieri una primavera dei popoli. Oggi una primavera dei cittadini?

Questa era l’ispirazione delle primavera dei popoli del ’48 : un mazziniano movimento di lotta insieme nazionale e democratica, dal carattere intereuropeo.
Per cui, i vari patrioti (non sempre) si aiutavano a vicenda e andavano a portare il proprio aiuto ai compagni in lotta coi regimi al potere in questo o quel paese del continente.
Tornando al nostro secolo: un referendum in Olanda risultò fatale per la costruzione Europea nel 2005 – per cui oggi siamo in mezzo al guado, la condizione peggiore, dove ci si trova immersi fino al collo e non si sa avanzare o indietreggiare, ma di sicuro non conviene rimanere ammollo.

Oggi vediamo che una elezione in Olanda conferma la fiducia nei valori alla base dell’idea di Europa unita.
La vittoria dei Liberali e dei Verdi conferma soprattutto che il futuro del continente è legato a filo doppio con la democrazia e la nostra fiducia nei suoi valori umanistici – almeno quelli fondamentali.
I socialisti olandesi pagano invece il prezzo di un loro appiattimento su posizioni conservatrici – dopotutto, gli stessi Liberali hanno vinto andando al rimorchio di certe posizioni tipiche della Destra xenofoba – e devono riflettere su come cambiare strada.
Cosi come i partiti socialisti di tutto il Continente, che soffrono di una crisi che ha radici profonde, contraddistinte dall’incapacità di trovare soluzioni innovative al trilemma di noi contemporanei : la conciliazione fra benessere economico, coesione sociale e identità culturale.
Insomma, tutelare il benessere dei cittadini, in un mondo in cui gli Stati nazionali sono in crisi : una fase che avrebbe dovuto mettere all’angolo le forze tradizionaliste, e invece ha colpito soprattutto l’internazionalismo socialdemocratico.

Europa e Democrazia

Europa e democrazia, cioè sovranità dei cittadini, devono tornare a camminare a braccetto – com’era nelle speranze e nei progetti di Rossi e Spinelli, quando scrissero il Manifesto,mentre si trovavano reclusi a Ventotene e le armate di Hitler si dispiegavano dai Pirenei al Volga, dalla Norvegia alla Tunisia.
Il Libro Bianco di Juncker speriamo che contribuisca a chiarire la posta in gioco e incoraggi, insieme a molte altre iniziative e contributi, un franco e coraggioso dibattito.
Un dibattito sul destino dell’Europa : che vuol dire anche il destino delle democrazia in Europa.
ALESSIO ESPOSITO

 

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