Europei di calcio story: il cucchiaio di Panenka e l’impresa della Cecoslovacchia

“Prigioniero di una giocata”. Così si è definito, anni dopo quell’estate jugoslava del ’76, Antonin Panenka, che sigillò il successo della Cecoslovacchia agli Europei di calcio. Lo fece tirando il rigore decisivo con il “cucchiaio”: un gesto rimasto negli annali e che ha fatto scuola.

Dopo la prima, sperimentale, edizione del 1960, la “rivincita” spagnola del ’64 e l’unico – finora – torneo continentale vinto dall’Italia (tra monetine fortunate e partite ripetute), gli Europei di calcio erano entrati nell’era tedesca. La Germania Ovest aveva vinto l’edizione del 1972 e si era presa il gradino più alto del podio anche ai Mondiali, due anni dopo. Leader indiscusso era il kaiser Franz Beckenbauer. Ma tutta la squadra grondava talento e organizzazione. Solo l’Olanda di Cruijff sembrava potesse impensierirla. La Jugoslavia, nazione ospitante, e la Cecoslovacchia, per quanto fossero buone squadre, sembravano essere presenti per assolvere il ruolo di sparring partner.

1976: un anno difficile

Intanto l’organizzazione del torneo era cambiata rispetto alle prime edizioni e riprendeva quella del 1972: 32 squadre parteci­panti divise in 8 gironi di quali­ficazione, da ognuno dei quali sarebbe uscita una protagonista dei quarti. Quarti giocati con partite di andate e ritorno e fase finale (semifinali e finali) in gara secca, nel giro di qualche giorno, tra Zagabria e Belgrado.

Anno difficile, il 1976. In Cambogia ci sono al potere i khmer rossi di Pol Pot. In Argentina prende il potere il sanguinario Videla, con un colpo di stato. In Italia non va meglio, anzi. Il ’76 è l’anno del terribile terremoto in Friuli e della crisi monetaria che porta la lira a una svalutazione del 12%. La Cassazione condanna Ultimo tango a Parigi  e ordina che ne siano bruciate tutte le copie. Il nucleo storico delle BR è a processo, ma l’organizzazione è tutt’altro che inerme. E per non farsi mancare niente, DC e MSI votano a favore della penalizzazione dell’aborto. Va meglio a chi cerca un po’ di distrazione nello sport: sono gli anni di Adriano Panatta e Bjorn Borg, di Eddie Merckx e Felice Gimondi. Nel calcio, beh: meglio ripassare al prossimo giro.

L’Italia negli anni di piombo e fuori dagli Europei di calcio

L’Italia del duo Bernardini-Bearzot esce già ai gironi di qualificazione. La generazione di campioni che si arrese solo al Brasile di Pelé ai Mondiali del ’70 è ormai logora. Ha già fallito gli Europei del ’72 e il Mondiale del ’74. Gli ultimi reduci vengono congedati e Bernardini inizia una lunga serie di esperimenti confusi. Le nuove leve sono promettenti: Antognoni, Scirea, Tardelli, Gentile, Graziani…tutti futuri campioni del mondo. Ma Bernardini non trova il bandolo della matassa e l’Italia saluta prematuramente gli Europei di calcio del 1976.

La sorpresa di Václav Ježek

In un altro girone arriva invece la prima sorpresa. La Cecoslovacchia non era nuova a exploit calcistici, ma il suo livello sembrava lontano da quello degli anni d’oro, i ’60, in cui raggiunse il secondo posto alla prima edizione degli Europei e nei Mondiali cileni del ’62 si arrese solo al Brasile, in finale. A fare i conti con l’emergente outsider fu l’Inghilterra, che venne eliminata. Ai quarti di finale la nazionale guidata da Václav Ježek eliminò l’URSS, un’altra squadra più gettonate

Ježek aveva allenato lo Sparta Praga, vincendo diversi campionati; poi si era trasferito in Olanda, a contatto con quel “calcio totale” che aveva rivoluzionato l’idea stessa del gioco. Quindi la nomina a commissario tecnico della nazionale cecoslovacca, dove dimostrerà di aver fatto tesoro delle sue esperienze. Per gli Europei mette insieme un gruppo talentuoso ed ambizioso, mescolando sapientemente cechi e slovacchi; due anime e due culture riunite sotto la stessa bandiera e con la stessa missione: vincere. C’è Ondruš, difensore dello Slovan Bratislava, considerato uno dei più forti degli anni ’70. Uno che ha anche il vizio del gol (ne segnerà 9 anche in nazionale). c’è Ivo Viktor, un portiere che, alla fine di quell’anno, si classificherà terzo nella classifica del Pallone d’oro.  E c’è Antonin Panenka, centrocampista offensivo dei Bohemians Praga, dotato di talento e fantasia.

Antonin Panenka da Praga

Antonin aveva lo sguardo gentile e caratteristici baffoni all’ingiù. Piedi educatissimi, visione di gioco. Era lui che dettava i tempi della manovra. Sulle spalle il numero 7. E un fisico non proprio atletico – ma erano altri tempi.

Dopo gli allenamenti ero solito trattenermi con il nostro portiere per battere qualche calcio di rigore. Ci giocavamo una cioccolata o una birra. Era un portiere molto bravo e spesso perdevo. Così, a volte, prima di addormentarmi pensavo a un modo per batterlo e rifarmi. Pensai che se avessi ritardato la battuta eseguendo un pallonetto, il portiere si sarebbe tuffato non avendo il tempo di recuperare la posizione. Iniziai così a tradurre questa intuizione anche nella pratica. Presi a vincere le scommesse e, di conseguenza, cominciai a prendere peso perché vincevo le barrette – Antonin Panenka

L’allenatore tedesco guidava un gruppo consapevole delle sue capacità. Lui per primo è uno che sa come si vince: argento ai mondiali del ’66, bronzo a quelli del ’70 (sconfitto nella “partita del secolo”, Italia-Germania 4-3), campione europeo nel ’72 e mondiale nel ’74. La Germania Ovest gioca il ruolo di favorita, senza nessun dubbio. Certo, mancava il bomber Gerd Müller, che con i suoi gol aveva trascinato la Germania Ovest al titolo mondiale due anni prima. E il suo sostituto, Topmoeller – capocannoniere del campionato tedesco – ha un incidente stradale proprio alla vigilia della fase finale.

Le semifinali

Dentro allora il giovane centravanti del Colonia, Dieter Müller: un nome, una garanzia. Debutta in semifinale contro la Jugoslavia. Agguanta il pareggio all’ottantesimo (2-2) e, nei supplementari, segna la doppietta decisiva. Con un attaccante così in forma, la finale sembra una formalità. Anche perché non sarà la riedizione della finale mondiale, come tutti si sarebbero aspettati. Già, perché l’Olanda di Cruijff si è fatta sorprendere in semifinale dalla sorpresa Cecoslovacchia.

Il gol decisivo – quello che porta in vantaggio la Cecoslovacchia  sei minuti dalla fine dei supplementari – lo segna Zdeněk Nehoda, attaccante del JT Gottwaldov, come si chiamava all’epoca la squadra della città di Zlín, in Moravia. Anche lui portava i baffi, un po’ più fini di quelli di Panenka. Aveva solo 24 anni e giocava contro difensori come Krol e Rijsbergen: gente con esperienza internazionale, reduce dall’argento mondiale e  che avrebbe bissato la medaglia due anni dopo l’Europeo.

Siamo partiti per Belgrado con l’idea che non avevamo nulla da perdere affrontando Olanda, Germania e Jugoslavia. Tutte squadre più forti di noi e perciò favorite. Abbiamo lasciato le nostre case sapendo che avevamo solo da guadagnare, ma avevamo speranze – Zdeněk Nehoda

Cronaca di una sorpresa

Ai supplementari ci si era arrivati grazie e per colpa di Ondruš: gol al 19′ e autogol al 73′. Prima porta in vantaggio i suoi con un colpo di testa su una punizione dalla sinistra, pennellata – manco a dirlo – dal destro educatissimo di Panenka. Poi disfa tutto nel tentativo di respingere un cross che arrivava dalla destra dell’attacco olandese: intervento maldestro e palla sotto al sette. Fu una partita dura, con tre espulsioni, ed equilibrata. Fino al 114′, quando Nehoda schiaccia sul primo palo un cross proveniente da destra, chiudendo il contropiede e, di fatto, la partita. Arriverà comunque anche il terzo gol, a un minuto dalla fine. Lo segnerà František Veselý, attaccante piccoletto dello Slavia Praga, approfittando di un tentativo di fuorigioco suicida della linea difensiva olandese. E la Cecoslovacchia, la cenerentola del lotto, vola in finale.




La finale

La finale, lo stesso Nehoda la racconta così: “La finale è stata particolare. Eravamo sopra 2-0 e poi ci siamo fatti raggiungere da un gol fortunoso allo scadere di Bernd Hölzenbein. I supplementari si sono trasformati in un gioco di attesa e poi ai rigori sapevamo di poter diventare campioni d’Europa. Non avevamo nulla da perdere.”

E ai rigori la sequenza prosegue impeccabile fino all’ultimo rigore per la Germania Ovest. Sul dischetto c’è un giovane, ma già esperto Uli Hoeneß: è tra i giocatori tedeschi che si sono già appuntati gli ori europei e mondiali e non sembra tradire l’emozione. Ma calcia altissimo. Il suo compagno di mille battaglie Beckenbauer gli scrisse una lettera aperta, il giorno delle dimissioni di Hoeneß da presidente del Bayern Monaco. Una lettera affettuosa e divertente:

Nessuno di noi voleva battere il quinto rigore. Nemmeno Tu. Te lo leggevo negli occhi. Ma poi Ti ho convinto e Tu hai preso coraggio. Meriti il rispetto più grande per questo coraggio e penso che proprio questo coraggio abbia un’importanza maggiore del fatto che a Belgrado stanno ancora cercando il pallone di quella finalissima. – Franz Beckenbauer

Gli Europei di calcio: dove le favole si avverano

Il resto è storia. Una storia che Panenka ha vissuto quasi come una condanna. “Ha oscurato il resto della mia carriera” ha detto. Ma, d’altra parte, il calcio è fatto di immagini iconiche e il “cucchiaio” di Panenka è uno di quelli. Nonostante sia stato emulato – con più o meno successo – da campioni come Zidane o Totti, riguardando le immagini e pensando a quel momento, si finisce per pensarla sempre come Pelé:

“Chi tira un rigore del genere o è un genio o un pazzo” – Pelé

Probabilmente Panenka era calcisticamente un genio. Che fece una cosa da pazzi. Quasi come se sapesse che gli Europei di calcio sono quel torneo in cui le sorprese non mancano mai e in cui anche le cenerentole possono trionfare al ballo.

Simone Sciutteri

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