Da irrilevante a insostituibile: l’evoluzione di Giuseppe Conte

Dopo 14 mesi in cui è stato ignorato, deriso e tirato per la giacca dai suoi vicepremier, Giuseppe Conte, il presidente del consiglio uscente (ed entrante, a questo punto) sembra essere diventato il perno attorno al quale far ruotare il riassestamento del Paese.

Nella mattinata di giovedì 29 agosto Giuseppe Conte ha ottenuto nuovamente il mandato esplorativo da parte del presidente Mattarella. Il sequel della sua esperienza a Palazzo Chigi inizierà nelle prossime ore con gli incontri che svolgerà con le varie parti politiche. Già a inizio settimana dovrebbe sottoporre al Presidente della Repubblica il nuovo Governo. Nell’accettare il mandato, Conte ha dichiarato di voler riconquistare il tempo perduto “per consentire all’Italia, membro fondatore dell’Unione Europea, di risorgere come protagonista” e “trasformare questo momento di crisi in un’opportunità. Ha ammesso poi di aver nutrito “dubbi” sulla ricostituzione di un governo, ma ha anche proseguito dicendo di aver “superato questa perplessità” nel nome della responsabilità, al servizio degli interessi del Paese.

Tutto partì da una mozione di sfiducia




L’intervento in Senato con cui il presidente del Consiglio sembrava essersi tolto più di un sassolino dalla scarpa lo aveva fatto brillare di una nuova luce. Incredibilmente, dopo più di un anno di silenzio assenso e di imbarazzante subalternità, Conte aveva preso il coraggio a due mani e si era vendicato degli smacchi subiti da parte di Matteo Salvini durante quest’infelice esperienza di governo. Un periodo in cui i suoi vicepremier lo avevano di fatto oscurato e in cui, da parte sua, non c’erano mai state prese di posizioni nette in merito a provvedimenti discutibili, come ad esempio il decreto sicurezza. Molti, a questo proposito, sono stati gli interventi dei senatori che, pur apprezzando la correttezza istituzionale di Conte, ne hanno biasimato lo scarso tempismo e la subordinazione, da Emma Bonino a Matteo Renzi.

Gli inizi non sono stati dei più promettenti





Non pochi sono stati in questi mesi i momenti di imbarazzo. Già all’inizio, si era scoperto che alcuni dati sul suo curriculum vitae non trovavano pieno riscontro nella realtà e molti lo avevano accusato di aver gonfiato le sue competenze. C’era poi stato quella bizzarra gag parlamentare, in cui aveva chiesto al suo vicepremier di Maio se fosse autorizzato a dire qualcosa. Oggi sembrano lontani i giorni in cui discuteva di legislazione con un uomo in mutande su un balcone a Napoli. Ormai dimenticata anche la conferenza stampa indetta a giugno, con la quale aveva ricordato al paese di essere il presidente del consiglio. Durante la stessa aveva redarguito Di Maio e Salvini, colpevoli di destabilizzare l’esecutivo con i loro litigi a distanza. Incredibile come la persona che qualche mese fa è stata definita un “burattino” a livello comunitario (da Guy Verhofstaft), ora abbia acquisito prestigio a livello nazionale e internazionale.

Un Conte Bis: siamo sinceri, chi se lo aspettava?





Ora Conte sembra il salvatore della patria e persino i guru social di Salvini sono preoccupati della crescente popolarità che il professore sta acquisendo in rete, a scapito del “Capitano”. Il particolare affiatamento con il M5S era noto. Ad affidarsi a Conte ora è pure il Partito Democratico che, svolta la solita commedia iniziale con il motto della discontinuità, ha poi accettato senza tante riserve il nome del premier uscente. Cosa è successo? E’ stato solo l’intervento in Senato a cambiare la percezione di Giuseppe Conte? No. La realtà è molto più semplice. In un momento in cui i simboli dei partiti che non siano la Lega sono in crisi, meglio per tutti affidarsi, con opportunismo, a una figura carismaticamente mediocre, quasi neutra dal punto di vista politico e comunque controllabile.

Vicino ma non troppo

Se il rischio è quello del governo tecnico, meglio Conte. Un governo Monti, con professori e senza politici di professione, non piace tendenzialmente agli elettori, ma nemmeno agli eletti che ambiscono ai Ministeri. Conte invece rappresenta il giusto compromesso. E’ vicino al Movimento Cinque Stelle ma non vi è iscritto. In questo periodo, in cui il consenso pentastellato è in caduta libera, meglio mantenere una certa distanza, perché l’impopolarità di Di Maio potrebbe trascinare con sè anche l’ultima speranza del Movimento Cinque Stelle di contare qualcosa nel governo italiano.

Il Partito Democratico, una formazione anch’essa in crisi per le fazioni interne, accetta Conte per lo stesso motivo. Già gli elettori hanno dato segno di non apprezzare più di tanto il clima e i volti della sinistra, meglio quindi fare il socio di minoranza del governo senza piazzare i propri simboli ovunque, soprattutto senza rivendicare la figura del premier, mediaticamente più esposto. Che, tra le altre cose, dopo 14 mesi di ricreazione, dovrà firmare provvedimenti urgenti e impopolari soprattutto per le tasche degli elettori.

Lontano ma non troppo

Conte poi presenta l’innegabile vantaggio di essere un volto istituzionalmente accettabile, ma comunque controllabile, come è avvenuto in questo anno di governo. Un Cottarelli, un Monti, o comunque un tecnico dal curriculum altisonante, potrebbe battere i pugni sul tavolo e imporsi in modo più deciso di quel che, caratterialmente, sembra poter fare Giuseppe Conte. Che sarà forse un astro nascente della politica italiana, ma resta comunque una figura minore, che si è inserita nel governo proprio per l’indiscutibile vantaggio di non avere una storia politica. Il premier è, di fatto, riuscito a dare a una politica euroscettica e anti-migrante un volto socialmente più accettabile, rispetto alla sguaiataggine oratoria di Salvini e all’incompetenza fatta ministro di Di Maio. Superati questi mesi, la strada per la sua carriera politica ora sembra tutta in discesa.

Elisa Ghidini

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