Faccismo: un altro modo per discriminare donne e neri

Il volto è la nostra presentazione al mondo. È tramite il volto che gli altri ci conoscono e riconoscono. È sempre dal volto e dalle sue espressioni facciali che si può intuire lo stato d’animo dell’altro. Ma il volto, come può essere un biglietto da visita ben curato, sa trasformarsi anche in una condanna sociale, se esteticamente brutto.
Per quanto il nostro volto ci appartenga, noi non lo vediamo mai direttamente. Dobbiamo sempre intuirne i connotati dal riflesso di uno specchio. Specchio che, non solo l’oggetto fisico, ma soprattutto lo sguardo degli altri che cade su di noi. È tramite lo sguardo di sua moglie che Vitangelo Moscarda, il protagonista del romanzo Uno, nessuno e centomila di Pirandello, scopre di avere il naso che pende verso destra. Prima, il Moscarda credeva di avere un naso normale come tutti gli altri. Il suo volto gli apparteneva, ma lui non lo conosceva.
Il volto, poi, è uno stimolo tanto complesso da elaborare che il nostro cervello possiede un’area deputata, insieme ad altre, al riconoscimento di volti umani: la Fusiform Face Area (FFA). Il fatto che esista un’area specifica per i volti sottolinea quanto il viso sia importante per l’uomo.
Tuttavia, come è successo al personaggio pirandelliano, a volte il viso è motivo di discriminazione. Non solo perché un viso più attraente è considerato anche più intelligente di uno brutto (la kalokagathia greca prescriveva questo bias).





È nei volti che si consuma l’ennesima forma di discriminazione nei confronti delle donne e dei neri: il faccismo. Questo termine in italiano viene utilizzato per tradurre l’espressione inglese “face-ism”. Con faccismo si intende:

  1. un bias di giudizio che fa percepire con più qualità positive, come attrattività, ambizione, intelligenza, ecc., le persone inquadrate in primo piano dalla videocamera o fotocamera;
  2. uno squilibrio mediatico, relativo al fatto che gli uomini (bianchi) sono maggiormente fotografati e filmati dai media in primo piano, o comunque in modo più ravvicinato, delle donne (e dei neri).

Il primo a dimostrare che individui fotografati in primo piano tendono ad essere valutati con qualità più positive è stato lo psicologo Archer nel 1983. Successivamente, sono state evidenziate forme di faccismo che tendono a rappresentare i neri in modo più distanziato rispetto alle persone bianche.

Faccismo nei Black Lives Matter

Se pensiamo alle immagini delle proteste nere dell’ultimo mese – ma potrebbe essere esteso a tutte le proteste – ci rendiamo conto come spesso i manifestanti vengono ripresi da molto lontano. Mentre i leader politici che rispondono a queste proposte vengono inquadrati spesso a mezzo busto. Ciò consente a un osservatore neutrale, proprio per il bias del faccismo, di empatizzare maggiormente con i leader inquadrati in primo piano rispetto ai manifestanti stipati a figura intera dentro i bordi delle immagini.

Faccismo in televisione

Anche nella televisione si è assistito negli ultimi anni a un progressivo avvicinamento delle inquadrature. Soprattutto nei programmi di intrattenimento alla Barbara d’Urso, l’uso dei primi piani è abbastanza abusato, spinto fino all’inverosimile, fino ad inquadrare anche solo un particolare del volto. Come spiega Costa in Psicologia della bellezza:

“ciò crea nello spettatore un forte grado di coinvolgimento emotivo, in quanto è come se si trovasse ad una distanza intima dalla persona inquadrata, molto maggiore di quella normalmente consentita dalle regole sociali nei confronti di un estraneo. Una figura intera, viceversa, corrisponde a un’interazione distanziata.

In breve: i piani ravvicinati hanno una maggiore valenza emotiva rispetto a quelli più o meno distanziati”.

Una discriminazione sottile

È probabile, quindi, che il forte coinvolgimento e attaccamento di adolescenti e casalinghe nei confronti di cantanti, attori, conduttori, e personaggi della televisione trash sia in parte dovuto a questo uso dei primi piani, che trasmette appunto una sensazione di vicinanza.

In conclusione, possiamo dire che una maggiore presenza di primi piani maschili e di uomini bianchi in televisione, nei giornali, nelle pubblicità, nei videoclip, nei programmi televisivi, si traduce in una oggettiva valorizzazione degli uomini bianchi ai danni delle donne e delle popolazioni nere.

Axel Sintoni

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