Fanghi tossici in Lombardia: 150 mila tonnellate di materiale inquinato spacciato per fertilizzante

I carabinieri di Brescia hanno individuato ben 78 Comuni avvelenati dai fanghi tossici in Lombardia tra il 2018 e il 2019.

Sono circa tre mila gli ettari di terreno agricolo avvelenati dalle 150.000 tonnellate di fanghi tossici in Lombardia e non solo. Infatti, si contano aree compromesse dagli stessi inquinanti anche in altre regioni, quali il Piemonte, il Veneto e l’Emilia-Romagna. La catastrofe ambientale interessa un totale di 78 Comuni e ha visto coinvolte 176 aziende. Sotto accusa è finita la società Waste To Energy (WTE), alla quale sono stati sequestrati 12 milioni di euro per la bonifica, ma probabilmente non basteranno.




I fatti

Secondo quanto scoperto dalle Forze dell’Ordine, il traffico illecito è avvenuto tra gennaio 2018 e agosto 2019, periodo durante il quale i Carabinieri Forestali del Gruppo di Brescia hanno fatto le indagini. La WTE, che opera nel settore del recupero rifiuti, non sottoponeva i fanghi tossici al trattamento di depurazione e li smaltiva sui terreni agricoli, classificandoli ufficialmente come “gessi di defecazione”. Inoltre i fanghi, prima prelevati da diversi impianti pubblici e privati per essere trattati, non solo non venivano igienizzati, ma anche addizionati con altri inquinanti come l’acido solforico.

La truffa dei finti ammendamenti

Per convincere i proprietari agricoli ad accettare i “gessi di defecazione”, la società promuoveva la possibilità di ricevere gratuitamente dei servizi di ammendamento, tramite cui migliorare le proprietà fisiche del terreno. Inoltre, la società offriva anche la successiva aratura dei campi, per incentivare maggiormente gli agricoltori.

La pandemia

I pericoli di questo business non sono legati solo alla questione ambientale, ma anche sanitaria. Infatti, la mancata igienizzazione dei fanghi tossici in Lombardia ha messo a serio rischio la salute delle persone, soprattutto in tempi di pandemia. Come affermato dal Ministero dell’ambiente:

Sin dall’inizio della pandemia dovuta al COVID-19, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato la capacità di sopravvivere del virus fino a 96 ore nei fluidi corporei. Pertanto ha raccomandato che si intensificassero le attività di vigilanza sulla corretta esecuzione dei procedimenti di inertizzazione dei fanghi provenienti dagli impianti di depurazione, che invece in questo caso venivano completamente disattesi.

Purtroppo, indipendentemente dall’emergenza sanitaria, il non trattamento di igienizzazione è un problema ampio e complesso nel nostro paese.

I comuni inquinati dai fanghi tossici in Lombardia

Complessivamente i Carabinieri ne hanno identificati 78: 31 nel Bresciano, 14 nel Cremonese, 11 nel Milanese, 7 nel Mantovano, 4 nel Lodigiano, 2 nel Pavese e 1 nel Comasco. Tuttavia, ce ne sono altri e alcuni anche esterni alla regione Lombardia, i quali, sebbene in percentuale minore, sono comunque interessati dalla contaminazione.

I Comuni dovranno ora attivarsi per richiedere la bonifica a carico della WTE, ma, qualora ciò non dovesse verificarsi, se ne occuperanno personalmente. Una situazione estremamente complessa sotto vari aspetti, da quello economico a quello ambientale, per rimediare a un danno grave e difficile da stimare. Infatti, sono ancora in corso le indagini per capire quali e quante siano le aree effettivamente interessate dai fanghi tossici.




Le operazioni di bonifica

Per sanificare le zone, è stato richiesto anche il contributo di ARPA, così da intensificare le analisi di laboratorio sui terreni agricoli e nelle acque di falda, quando sarà possibile farle. Infatti, è prioritaria e necessaria la rimozione delle sostanze tossiche dall’ambiente al fine di comprendere meglio il tasso di contaminazione e compromissione delle aree.

L’iter di bonifica avverrà nel rispetto del Testo unico ambientale, come richiesto dal Ministero della Transizione Ecologica. Tuttavia, attualmente le attività procedono lentamente, soprattutto i processi di carattere burocratico, per capire chi e quando pagherà le operazioni di igienizzazione. Si tratta di una superficie complessiva ampia, circa 3.000 ettari di campi, dai quali devono essere rimossi almeno i primi 30 cm di terreno, per un totale pari a 10 milioni di m³ di materiale.

Evitiamo di illuderci che la caccia al colpevole possa risolvere un problema che riguarda l’ambiente e la salute di tutti, oltre a economia e lavoro.

Lo scandalo coinvolge direttamente la WTE, ma ci sono diversi complici in questo business estremamente pericoloso. Infatti, se da un lato la società spacciava i fanghi contaminati per fertilizzanti, dall’altra non mancano gli agricoltori senza scrupoli pronti a tutto pur di non rinunciare a offerte tanto vantaggiose quanto dubbie. Inoltre, anche la legislazione non è esente dall’avere responsabilità, considerando che, secondo l’art. 41 del Decreto Genova, “al fine di superare situazioni di criticità nella gestione dei fanghi da depurazione”,  è possibile aumentare da 50 a 1000 mg/kg il limite per idrocarburi nei fanghi.”

La posizione di Legambiente

Si costituirà parte civile chiedendo alle amministrazioni e agli enti parco eventualmente coinvolti di fare lo stesso. Inoltre, l’associazione ambientalista da tempo spinge per una revisione delle normative sulla depurazione dei fanghi.  In particolare, sarebbe opportuno intensificare i controlli su scala regionale, per meglio tutelare i terreni agricoli ed evitare situazioni di emergenza quale è quella attuale.  

Da anni i cittadini denunciavano nel Bresciano la presenza di odori sgradevoli e di dubbia origine, ma non sono mai stati veramente ascoltati. E oggi pagano loro le gravi conseguenze di un silenzio durato troppo a lungo.

Ancora una volta il desiderio di guadagno ha messo in secondo piano l’ambiente e l’incolumità di tanti esseri viventi, uomo compreso. E, ancora una volta, resta l’atroce dubbio che le autorità abbiano semplicemente scoperchiato un vaso di Pandora. Tutti sapevano. Nessuno parlava. Troppi innocenti morivano.

Carolina Salomoni

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