Ma è giusto fare shopping online durante il coronavirus?

Annoiati, magari insonni, o forse tristi, potreste aver cercato un palliativo alla quarantena in un carrello virtuale pieno di costumi da bagno, sandali, camicette. Poi, prima di confermare l’indirizzo di spedizione, un dubbio: “Ma è giusto fare shopping online durante il coronavirus?”. 



In questi giorni, avrete notato un cospicuo affluire, nella vostra casella mail, di newsletter relative a sconti, saldi e affari imperdibili. “Uhm, interessante”, potreste aver pensato, scrollando le pagine di Zalando o di Asos. “Credo di aver bisogno di questo blazer lilla, scontato del 40% nel bel mezzo di aprile”. E’ una buona idea, è giusto, può aiutare qualcuno fare shopping online durante il coronavirus?

Le questioni che entrano in gioco non sono poche. Da una parte ci siamo noi, con il privilegio della noia e dello stipendio certo. Dall’altra ci sono tutti coloro che lavorano nel settore delle spedizioni, con la preoccupazione di infettarsi ogni volta in cui scendono dal furgone. Gli esperti, come quelli del New England Journal of medicine, spiegano che il rischio di infezione è molto basso, a meno che la persona che maneggia le scatole e i pacchetti non sia malata. Se per caso questa persona tossisse o starnutisse sul pacco in consegna, beh, il rischio di contagio aumenterebbe.


Molti i fattori implicati

Il discorso, dal punto di vista del consumatore, è abbastanza semplice: mi sto annoiando, approfitto degli sconti, aiuto l’economia. Se sono particolarmente zelante, evito pure qualsiasi contatto con il corriere, facendomi lasciare il costume da bagno all’ingresso e scendendo qualche secondo dopo a recuperarlo. Per quanto riguarda la consegna del cibo, non recandomi in negozio, se anche questa avvenisse sull’uscio di casa, avrei comunque meno contatti rispetto a quando mi reco in negozio. Dal punto di vista del consumatore, quindi, il rischio di contagio è minimo. Non è così forse per chi imballa il nostro costume di bagno, chi lo consegna da un hub all’altro del paese e chi ce lo porta sullo zerbino di casa.


Questo periodo ci sta costringendo a una riflessione e a un bilanciamento sulla nostra salute, quella degli altri e quella della nostra economia.

Compra da aziende che vuoi far sopravvivere

La valanga economica che seguirà a questo periodo, probabilmente, travolgerà con maggiore violenza i piccoli negozi e lascerà le grandi aziende a galla, senza troppi problemi. Il nostro comportamento, da questo punto di vista, può fare la differenza: ordinare dalla pizzeria sotto casa, al posto di farsi consegnare un Glovo da McDonald’s, forse, può rendere questa cannibalizzazione meno feroce ai danni delle piccole aziende.

Riduci i passaggi

Quando ordini da un ristorante, contattare direttamente loro senza servirsi di intermediari per la consegna, forse può permettere di mettere più soldi nel cassetto di quell’attività, riducendo anche i contatti tra le persone che ti dovranno consegnare il sushi. Molte attività, infatti, hanno attivato servizi di consegna a domicilio in autonomia, senza appoggiarsi ad aziende di delivery.

Ti serve ora quel blazer?

Ordinando da un negozio più piccolo, avrai l’occasione di contattarli e di dire che il blazer possono spedirlo anche fra quindici giorni o fra un mese, quando la situazione di emergenza sarà almeno parzialmente rientrata. L’aspetto problematico della questione gig economy e servizi di delivery è la scarsa tutela contrattuale in cui spesso si trovano i lavoratori. Il contesto del coronavirus è talmente fuori dall’ordinario che non si può considerare afferente ai rischi che, normalmente, si considerano quando si intraprende una professione. La posizione di queste persone è molto diversa dal personale ospedaliero che ha tra i rischi ordinari del mestiere il contatto con persone malate.

Considera le politiche dell’azienda

Come avviene nel caso del pinkwashing, del rainbow washing e di tutto ciò che fa di una lotta sociale una ghiotta occasione di marketing, anche il coronavirus sta creando dei cortocircuiti di incoerenza (o non chiarezza) tra comunicazione aziendale e protezione dei propri dipendenti. Insomma, la strategia è sempre quella: lancio la pubblicità strappalacrime sull’importanza di essere uniti e di stare a casa, perché è il trend del momento.

Condisco il tutto con l’hashtag #restateacasa o con il più romantico #andràtuttobene, poi, però non parlo del modo in cui proteggo i miei dipendenti. ASOS, ad esempio, ha lanciato l’hashtag #AtHomeWithASOS e sul sito si trovano articoli della nuova stagione a metà prezzo.  A VICE, l’azienda ha dichiarato di aver preso misure “in adesione alle linee guida del governo britannico” e ha aggiunto che sta proteggendo la sicurezza dei suoi dipendenti, senza però precisare come.

Il problema della moda e del  fast fashion 

Nei giorni scorsi, Giorgio Armani ha scritto una lettera molto condivisa in rete sulla necessità di ripensare i folli ritmi della moda. In Italia ci si preoccupa della filiera del lusso, ma, in giro per il mondo, particolarmente urgente è la questione del fast fashion. Il colosso H&M ha già registrato un calo del 46% nei ricavi, ad esempio. Sono anni che si parla di una necessità di ripensare il fast fashion, cioè la rapidissima produzione di collezioni ispirate all’alta moda ma messe in vendita a prezzi contenuti e rinnovate in tempi brevissimi.  Dapprima si parlava delle tematiche come la tutela ambientale e la produzione di vestiti a basso costo in Paesi poveri. Ora, invece, ci si rende conto che la pandemia ha messo in crisi anche i piccolissimi miglioramenti che stavano interessando questo folle modello economico.

Il caso Bangladesh

Il New York Times, ad esempio, ha fatto riferimento al caso del Bangladesh. Qui aveva attecchito una campagna molto efficace sul miglioramento delle condizioni dei lavoratori nel settore dell’abbigliamento. Con la pandemia, però, 2,8 miliardi di dollari di ordini sono stati annullati o rinviati. In un paese in cui i capi confezionati rappresentano l’84% delle esportazioni, sono a rischio quindi due milioni di dipendenti, come in Cambogia e in Vietnam. Tutto è cominciato con la difficoltà di reperire materie prime dalla Cina, il più grande esportatore di tessuti al mondo. Intanto, però, con la chiusura dei negozi è crollata la domanda. “La nostra situazione è apocalittica”, ha detto Rubana Huq, presidentessa di BGMEA. Primark, dal canto suo, con un e-commerce ancora molto fragile, ha dichiarato lo stop a tutti i futuri ordini. H&M ha già dichiarato di aver preso in considerazione un’interruzione dei contratti, anche quelli di locazione, visto che oltre il 60% dei suoi punti di vendita in giro per il mondo sono attualmente chiusi. Una politica simile è quella portata avanti dal gruppo a cui appartiene Zara, Inditex e dalla holding PVC, a cui afferiscono marchi come Calvin Klein e Tommy Hilfiger.

E’ difficile essere consumatori

Ma è giusto fare shopping online durante il coronavirus? Le questioni implicate sono numerosissime. Forse, i consumatori non possono fare molto, quando la valanga della crisi economica è già partita. Soprattutto, quando, prima di essere acquirenti, sono lavoratori, con uno stipendio a rischio e un futuro in bilico. Per chi però ha ancora il privilegio di annoiarsi, quindi, è un periodo cruciale per decidere cosa privilegiare: se la propria salute, quella degli altri, quella del piccolo negozio sotto casa, quella del gigante economico, quella dei suoi dipendenti. Chi proteggo, cosa sacrifico, chi espongo, chi aiuto se acquisto quel blazer lilla in sconto, perché sono le 2 di notte e non riesco a prendere sonno?

Elisa Ghidini

 

 

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