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Fascismo: il libro “Tangentopoli nera” svela la corruzione del Ventennio. Dalle carte segrete di Mussolini

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Nell’ottobre 2016, edito da Sperling e Kupfer, il saggio “Tangentopoli Nera” ha raccontato la corruzione nascosta nell’austerità del Fascismo.

 

Un duro colpo, dunque, per gli osannanti all‘integrità del Regime, per chi continua, a quasi un secolo di distanza, con il ritornello della legalità. Un volto inedito (o forse no?) del Fascismo.

Le carte di Mussolini, custodite nei National Archives di New Garden e nel Naval Intelligence Department di Londra, nonché nel Federal Beaureau of Investigation di Washington, tratteggiano diversamente la figura del Duce.

La “poderosa macchina della propaganda” voleva il capo del Regime incorruttibile, il faro dell’onestà. Così il dux diveniva la lux per il Paese impoverito dal “marciume liberale”.

 

Cosa riporta il libro?

Le carte finite in mano agli Alleati fanno anch’esse luce: sulla corruzione nascosta e sulla spregiudicatezza dei gerarchi. Ovviamente, avallate dal Duce. Una serie di “mazzette”, ruberie, scandali e ricatti. Tutto nel Ventennio.

Un esempio: a Milano, il Segretario Federale del FascioMario Giampaoli, e il podestà, Ernesto Belloni, si arricchivano con tangenti agli industriali e con appalti per il restauro della Galleria. Con la complicità del fratello di Mussolini.




A Cremona, il ras Roberto Farinacci, grazie a banchieri, ascendeva i gradini della gerarchia, quasi ingaggiando il Duce in un duello a colpi di spionaggio. Farinacci che, dicono gli autori del saggio, era definito “il Robespierre in camicia nera“.

Amerigo Duminisquadrista fiorentino, provava gli scambi di favori tra il Partito e l’impresa petrolifera Sinclair Oil. Come? Con le carte che lo squadrista aveva sottratto a Matteotti, dopo averlo catturato e ucciso.

In realtà le carte della borsa di Matteotti risultano ancora irreperibili, ma gli autori del libro si dicono sicuri della loro presenza tra Londra e Washington. Matteotti era entrato in possesso di documenti che rivelavano le tangenti pagate dalla famiglia del Duce a compagnie straniere. Questo aveva intenzione di denunciare, per questo venne messo a tacere.

(fonte: Andkronos).

 

Allora, il mito del Salvatore della Patria?

In un’intervista a Il Rottamatore, Giovanni Fasanella dice: “la corruzione era sistemica, non si trattava di qualche mela marcia. Molti squadristi e arruolati nel Partito erano delinquenti comuni. Dai piccoli centri alle grandi città. Anche il mito della lotta alla mafia era solo propaganda, in realtà le famiglie mafiose si integrarono perfettamente nel sistema (questo si sapeva)”.

Anche il Fascismo tuonava contro i gangli infetti dello Stato Liberale, “ma una volta entrato nei palazzi, ne ripulì le casse”, continua Fasanella. Il propulsore della moralità deluse l’Italia. Così come, cinquant’anni dopo, fece la Prima Repubblica. Come ha fatto ora la Seconda. Anzi, continua lo storico, “neofascisti e mafia continuarono a collaborare dopo la caduta del Regime. Non è un caso che nelle indagini sulle stragi, da Portella della Ginestra agli anni ’90, affiori questo legame perverso”. 

Senza contare i sabotaggi al Comunismo.

Il sistema politico perfetto finora non è mai esistito. Il luogo comune del Salvatore della Patria, così radicato in ogni epoca, sembrerebbe in fin dei conti da sfatare. Invece, resiste.

 

I documenti

Dal 1922 al 1943, Mussolini raccolse lettere anonime, denunce e rapporti di polizia. Conservò il materiale a Palazzo Venezia fino al suo arresto. Parte riuscì a trarla in salvo e portarla nel nascondiglio di Campo Imperatore, poi a Salò. Parte finì nella cassaforte di Badoglio. Una terza finì per vie traverse agli Alleati.

 

Gli autori

Giovanni Fasanella è giornalista investigativo. Negli Anni di Piombo si è occupato di terrorismo. Ha collaborato con l’Unità e Panorama. Oggi si dedica all’attività di scrittore e sceneggiatore.

Mario José Cereghino è saggista, esperto di archivi britannici e americani.

 

 

Federica Di Rocco

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