Fast fashion e Covid-19: il vero volto della moda a basso prezzo

L’industria tessile e dell’abbigliamento, in particolare a partire dagli anni Settanta, è cresciuta esponenzialmente fino a divenire uno dei settori più redditizi del pianeta. Nel corso dei decenni ha prosperato fino ad imporsi come leader nell’ambito della vendita a dettaglio, secondo solo a quello alimentare. L’enorme sviluppo di tale settore è indubbiamente legato al successo del movimento della fast fashion, strategia commerciale interna al settore della moda che utilizza un modello di produzione basato sulla “risposta rapida” e prevede la realizzazione di abiti prêt-à-porter a costi di fabbricazione irrisori.

Le strategie della fast fashion

Se diversi sono i fattori che hanno reso possibile l’ascesa dei marchi di moda a basso prezzo, come H&M o Zara (per citarne solo due tra i più diffusi anche in ambito italiano), quelli chiave vanno individuati nella delocalizzazione della produzione in paesi dove i costi per la manodopera e le infrastrutture sono assai minori, per esempio Cina e Bangladesh, e nell’abbattimento dei costi dei materiali tessili.

Ciò significa, innanzitutto, che il vantaggio economico percepito dai consumatori è direttamente legato allo sfruttamento dei lavoratori all’interno delle fabbriche, che ricevono un salario spesso insufficiente al sostentamento e sono scarsamente tutelati dal punto di vista sanitario e sindacale.

Inoltre, il risparmio che tali aziende ricavano dalla scelta di materiali di scarsa qualità, nonché dallo smaltimento rapido dei rifiuti della produzione, ha fatto sì che il l’industria della moda sia divenuta rapidamente una dei più inquinanti al mondo.

Con circa 5.000 milioni di tonnellate di CO2 rilasciate annualmente nell’atmosfera è, ad oggi, imputabile di oltre l’8% delle emissioni globali, senza contare i danni causati dalla contaminazione da microplastiche delle acque e dallo smaltimento dell’enorme quantità di rifiuti tessili, compresi i capi invenduti.

L’impatto del Covid-19 sulla fast fashion

Nell’ultimo anno, a causa della crisi sanitaria dovuta alla diffusione globale del Covid-19, l’industria della fast fashion ha registrato un crollo senza precedenti. La chiusura forzata di fabbriche, punti vendita e centri di smistamento e imballaggio in tutto il modo ha provocato un enorme calo dei profitti per molti marchi e case di moda.

Ma mentre i marchi di moda occidentali si sono prontamente mobilitati per arginare i danni, soprattutto incentivando all’acquisto su piattaforme di e-commerce, il vero dramma si è consumato, come spesso accade, altrove.

Ciò di cui poco si discute, infatti, è il violento impatto che tale crisi ha avuto sui lavoratori nei paesi di produzione. Non solo milioni di persone hanno perso il lavoro a causa dell’improvviso arresto degli ordini o si sono visti abbassare e perfino negare gli stipendi, ma molti sono ancora costretti a recarsi nelle fabbriche nonostante la diffusione capillare del virus, pena la perdita del posto.

Malgrado sia in atto da diversi anni una campagna di sensibilizzazione rispetto ai danni causati dalla fast fashion, le conseguenze della pandemia globale stanno contribuendo a disvelare sempre più il vero volto del sistema, evidenziando come esso sia basato sullo sfruttamento e sull’abuso, tanto delle persone quanto delle risorse del pianeta.

Vi è un dato in particolare, sopra ogni altro, che non può che far riflettere: nonostante tutto, nell’ultimo anno le venti più grandi aziende di moda hanno registrato un incremento dell’11% nel profitto rispetto a quello precedente.

Alternative alla fast fashion

Se è vero, dunque, che la crisi sanitaria ed economica globale ha comportato un profondo mutamento nel settore della moda, influenzando gioco forza le nostre abitudini di acquisto, è altresì fondamentale ricordare che ognuno di noi partecipa attivamente a tale processo con le proprie scelte quotidiane.

Un forte segnale di contrasto al consumo di capi preconfezionati arriva dall’incremento dell’interesse nazionale e internazionale per il settore dell’usato e del vintage. In dichiarato antagonismo con le strategie della fast fashion, il mercato degli abiti di seconda mano se ne distacca per una spiccata attenzione alla qualità e alla varietà dell’offerta.

Pur essendo in grado di reggere gli stessi ritmi rapidissimi, esso si propone come un’alternativa economica ed ecologica, rimettendo in circolazione ciò che già esiste e riducendo gli sprechi.

Marta Renno

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *