Fellini 100, quanto eravamo disillusi

Fellini centenario. Cento anni di sogno e disincanto. Forse nessun altro regista è stato in grado di unire due mondi così lontani.

Fellini cominciò con i disegni, come spesso fanno i bambini. Il difficile è mantenere la stessa vivida immaginazione che i bambini hanno anche quando si diventa adulti. In questo il regista riminese era un fuoriclasse. Spesso la realtà della vita irrompe nella solitudine esistenziale  come un blocco marmoreo che non si ha modo di plasmare o scalfire. Il grande ed indubbiamente faticoso lavoro di Federico Fellini consiste nel scavare crepe, smussare spigoli e ripiegare in forme bizzarre questa realtà.




L’impresa è ardua perché la maggior parte dei personaggi di Fellini è costituita da disillusi cronici. Il Marcello Mastroianni de La Dolce Vita è un esempio lampante in questo senso. Nella vita reale scrive per riviste di pettegolezzi e frequenta i locali di Corso Vittorio, a Roma, a caccia di qualche nuovo scoop riguardante le personalità più in vista della capitale. Tuttavia, Marcello ha l’animo dello scrittore, il desiderio, abbandonato da tempo, di raccontare storie inventate.  Nel modo che ha di rapportarsi alla vita si nota una certa indole scostante e un disagio quasi rancoroso. Fedele alla percezione della realtà come macigno indistruttibile non riesce a proibirsi il desideri di stravolgerla con l’immaginazione.

C’è in Fellini un rapporto stretto tra realtà e stravolgimento immaginifico. I suoi personaggi sconfinano continuamente nell’onirico, ma operano in costante riferimento alla vita reale. Questo processo implica sconfitti e martiri ed è alla base di ogni fotogramma felliniano. Ripercorrendo i capisaldi, partendo da La dolce vita, passando per , arrivando ad Amarcord, si nota che il filo dialettico tra sogno e realtà oggettiva è costantemente messo in crisi, dalle frasi e dai gesti dei protagonisti. Il tentativo di ognuno di loro è lo stesso del regista: incrinare il mondo oggettivo con il potere della propria volontà visionaria.

Ed ecco che le storie lasciano tutte il retrogusto della sconfitta, una grande, mirabolante, sconfitta che diventa nei tratti tragica pur mantenendo le forme dello scherzo. Ma non si deve pensare che Fellini non offra una via d’uscita anche labile alla tragicità. In effetti gli svincoli per il paradiso appaiono di continuo. Sono nelle cose semplici, nel ricordo che, anche se non è presente, è una certezza passata immutabile di un attimo di felicità vissuta appieno. Ci sono le vie di accesso alla gioia, è solo che gli uomini di Fellini non sanno o, peggio, non vogliono vedere.

Per questo motivo la società dipinta dal regista è un mondo raffinato, avanzato, ricolmo di arte e belle pose. La vuotezza interiore come causata da una sovrapproduzione di estetica, un’esternazione continua che non lascia più materia annidata nel cuore degli uomini. Il senso costante del crollo nonostante si viva un momento di sviluppo esponenziale mai avvenuto prima degli anni ’60 del Novecento.

Gli uomini di Fellini anticipano, così, la condizione d’inerzia attuale. Davanti all’irrealizzabilità dei sogni si trova oggi una generazione che di quella crescita ha conosciuto solo la fine e le cicatrici che ha lasciato.

Paolo Onnis

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