I figli della pace: stupri e violenze da parte dei caschi blu delle Nazioni Unite

I figli della pace: stupri e violenze da parte dei caschi blu delle Nazioni Unite
Joy aveva 14 anni quando è stata stuprata mentre passava vicino la base militare MINUSCA nella Repubblica Democratica del Congo. Due uomini le sono saltati addosso mentre tornava a casa: uno l’ha trascinata nell’erba alta tenendole ferme le braccia, mentre l’altro faceva lo stesso con le sue gambe. Le sue urla, nonostante tentassero di tapparle la bocca, hanno evitato che anche il secondo soldato abusasse di lei.

Indossavano le uniformi e portavano con sé le armi”.





Ruth e Rachel avevano 18 e 30 anni quando hanno capito che, in mancanza di denaro e fonti di sostentamento, avrebbero dovuto vendere il proprio corpo come quarti di bue al miglior offerente. Se avevano fame o bisogno di qualcosa, dovevano rinunciare ai vestiti e alla dignità per darsi in pasto a chi avrebbe dovuto proteggerle.

Siamo fuggiti per venire qui (al campo per sfollati). Abbiamo perso tutto”, dice Rachel. “Mio padre era morto, mia madre era morta. Così, ho seguito le mie amiche e ho fatto ciò che facevano loro”, si rammarica Ruth.

Susanne aveva 29 anni quando ha realizzato che per sopravvivere poteva solo piegarsi ai ricatti sessuali degli funzionari di pace delle NU: viste le precarie condizioni nel campo per sfollati e l’assoluta impossibilità di sopravvivere in modo indipendente, Susanne ha avuto relazioni sessuali con vari peacekeepers guidata da uno spirito di sopravvivenza. Come lei, Agnese, 16 anni, per 3 mesi ha ricevuto cibo solo in cambio di prestazioni sessuali.

Questi sono solo alcuni esempi di vittime di violenze sessuali compiute ai danni di donne e ragazze, a volte giovanissime, che sono state costrette con la forza o col ricatto a mettersi all’asta per un tozzo di pane. Una realtà fortunatamente difficile da immaginare per molte di noi, ma tristemente attuale e crudele per moltissime meno fortunate.
Ad oggi nel mondo sono in corso 15 missioni di peacekeeping con un organico militare e civile pari a 110.000 persone. Il peacekeeping è stato inizialmente concepito come “immune da ogni tipo di azione penale condotta dallo stato ospitante per qualsiasi crimine presumibilmente commesso” al fine di evitare il pericolo di sabotaggi altrui, ma i suoi ufficiali erano comunque responsabili davanti ai propri governi. Ciò ha condotto a inevitabili abusi di potere da parte degli operatori di pace che hanno finito per godere di una pericolosa immunità che, nel tempo, è divenuta parte integrante degli abusi stessi. La prima fase del peacekeeping era essenzialmente mirata a far rispettare il cessate il fuoco o gli accordi raggiunti, oltre a stabilizzare la situazione sul campo garantendo supporto strategico per risolvere i conflitti pacificamente. In questo caso, le missioni erano principalmente composte da personale disarmato e truppe parzialmente armate con compiti di monitoraggio.




Nel 1948 è stata avviata la prima missione di peacekeeping della storia delle Nazioni Unite quando il Consiglio di Sicurezza decise di inviare una missione di osservatori in Medio-Oriente per monitorare l’armistizio fra Israele e arabi, denominata UNTSO (UN Truce Supervision Organisation). La seconda invece è stata denominata UNMOGIP (UN Military Observer Group for India and Pakistan) e creata per monitorare il cessate il fuoco fra India e Pakistan, assistendo la UNCIP (UN Commission for India and Pakistan). Entrambe le missioni sono attive tutt’oggi.

Il 1956 è l’anno della prima missione armata legata alla crisi nel Canale di Suez (UNEFI) e quattro anni dopo è partita la missione in Congo che, al suo apice, contava fino a 20mila persone coinvolte a vario titolo nelle operazioni di mantenimento della pace. Nel 1988 le forze responsabili del peacekeeping sono anche state insignite del premio Nobel per la Pace in quanto rappresentanti della “manifesta volontà della comunità delle nazioni di raggiungere la pace tramite negoziati” e per il loro ruolo svolto nell’effettivo svolgimento di tali negoziati.

Nel post guerra fredda si assiste ad un cambiamento delle missioni che assumono un assetto sempre più multidimensionale per essere ancora più efficaci nel proprio compito di porre le basi per una pace sostenibile. Tale cambiamento va di pari passo col cambiamento nella natura dei conflitti che passano da una dimensione inter-statale a una infra-statale, espandendosi in aree sempre nuove. Inoltre, aumenta il numero stesso delle missioni e del personale operativo che negli anni dal 1989 al 1994 passa da circa 11mila unità a oltre 75mila dislocate fra gli altri anche in Angola, Cambogia, El Salvador e Mozambico. Gli anni 90, inoltre, si caratterizzano per interventi in zone dove ancora i conflitti erano in corso e la pace si profilava a stento all’orizzonte: l’eco degli ultimi spari galleggiava ancora nell’aria mentre i caschi blu si insediavano su equilibri precari. Sono questi gli anni delle infami missioni in Ex-Jugoslavia, Ruanda, Somalia dove di fatto non c’era ancora alcuna pace da mantenere.

Questi furono forse gli anni peggiori per la buona riuscita di missioni che, lungi dal proteggere i civili e le parti più vulnerabili della società, si macchiarono di orrori indicibili le cui conseguenze furono pagate da chi dovevano proteggere. Gli abusi nei Balcani sono fra le pagine più buie della storia dell’umanità e un’onta difficilmente trascurabile per un’organizzazione che si dice mirata alla pace. Eppure, nemmeno le terribili esperienze di questi anni, sono riuscite a prevenire nuovi e futuri orrori. Nel 21esimo secolo le forze di pace delle Nazioni Unite  vengono interessate da una riforma che le investe di compiti sempre più complessi per adattarsi a ambienti fragili ed instabili dove la pace è un debolissimo miraggio. Le unità di peacekeeping si trovano, dunque, in contesti sempre più violenti e segnati dal caos che creano terreno fertile per abusi e violazioni. Esemplare di questa nuova fase è la missione svoltasi ad Haiti e terminata nel 2017 dopo 13 anni di attività durante i quali almeno 134 esponenti sono stati coinvolti in scandali legati ad abusi sessuali ai danni della popolazione locale cui avrebbero dovuto garantire protezione e stabilità. Proprio la missione ad Haiti è stata estremamente controversa, al punto che secondo i suoi detrattori avrebbe “causato più male che bene” visto che oltre agli scandali sessuali è ritenuta responsabile della diffusione di un’epidemia di colera che ha messo letteralmente in ginocchio il paese già provato da un terribile terremoto. Solo nel 2016 le NU hanno riconosciuto ufficialmente la propria responsabilità nei confronti di questa epidemia scoppiata nel 2010 che ha provocato circa 10mila decessi e contagiato almeno 770mila persone.




Dalle violenze sessuali perpetrate in nome della pace sono nati molti figli –“peacekeepers’ babies”- che ricordano ogni giorno alle loro madri le conseguenze degli abusi cui sono state sottoposte. Alcune hanno sviluppato un sordo rancore verso i loro stessi figli, altre hanno coltivato in silenzio il dolore e la solitudine di chi non ha scelta, altre ancora oltre alla violenza hanno dovuto sopportare l’emarginazione dalle loro stesse comunità. L’unico modo per preservare veramente la pace è non fare la guerra e qualunque pretesa di ristabilire un equilibrio pacifico sostenibile a lungo termine avvalendosi di forze più o meno armate è pura illusione. La guerra, infatti, altera e distrugge i normali meccanismi del vivere sociale e semina un risentimento e una violenza con cui prima o poi saremo tutti chiamati a fare i conti.

Maria Grazia Patania

Stampa questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *