Le notizie da un altro punto di vista

Il film che sparò alla vecchia Hollywood: Gangster Story

Arthur Penn , Warren Beatty e Faye Dunaway rimarranno nella storia del cinema per l'esplorazione della violenza e delle sue rappresentazioni contro il malefico Codice Hays hollywoodiano.

0

Sappiamo quanto Hollywood sia stata restia in passato alle grandi modifiche tematiche o stilistiche a causa del suo carattere industriale, puntato non solo ad un pubblico benestante ma anche ad una rappresentazione leccata, da romanzo in immagini o teatro filmato. Il cinema doveva diventare quindi il regno della morale.

Questa concezione prende forma e struttura ideologica nel famigerato Codice Hays attivo già dal 1934, in cui tutto ciò che è relativo alla violenza, al nudo, alle “deviazioni” sessuali e morali è bandito. Per poter parlare di sesso, i grandi registi come Billy Wilder ed Hitchcock sono costretti ad usare doppi sensi, immagini curate a volte con simbologia freudiana.

Medium shot in bank of Gene Hackman as Buck Barrow, Warren Beatty as Clyde Barrow, wearing hat, and Faye Dunaway as Bonnie Parker, all holding guns/pistols; woman seated in background.
PHOTOGRAPHS TO BE USED SOLELY FOR ADVERTISING, PROMOTION, PUBLICITY OR REVIEWS OF THIS SPECIFIC MOTION PICTURE AND TO REMAIN THE PROPERTY OF THE STUDIO. NOT FOR SALE OR REDISTRIBUTION. ALL RIGHTS RESERVED.

Si ricordi dell’esempio dato dalla commedia Arianna di Wilder: la storia della figlia di un ispettore parigino innamorata di un miliardario americano e che si finge femme fatale mai a corto di amanti è gestita su due traiettorie distinte: una manifesta ed innocente, l’altra creata dal fantasma, il lato oscuro del linguaggio elegante della sceneggiatura. Anche più spinti sono i doppi sensi di Irma la dolce, film di poco posteriore.

Negli anni ’60 si ha la ribellione: la nuova concezione del cinema è un fenomeno di massa alimentato anche dai fermenti artistici europei e la teoria degli autori. La violenza del mondo esterno fa irruzione nel cinema americano grazie a film come Psycho che, in maniera anche incosciente, si fanno messaggeri di malesseri sentiti dal pubblico su vasta scala. Questa pressione crea una grande sinergia di costume, nuovi bisogni visivi.

A questi stimoli Robert Benton e David Newman, sceneggiatori, non sono insensibili e scrivono un soggetto sulla leggendaria coppia di banditi della Grande Depressione americana: Bonnie Parker e Clyde Barrow.

Il testo passa di mano in mano: Arthur Penn, che alla fine sarà il regista definitivo del film, non si impegna inizialmente; François Truffaut dà contributi alla sceneggiatura ma torna alla regia per Fahrenheit 51, consigliando ai due di parlare con Godard, che però non viene accettato fino in fondo dai produttori.

Il regista aveva avuto idea di ambientare la storia nell’invernale New Jersey e non nel Texas bruciato dal sole che sarebbe stata la giusta ambientazione, secondo la produzione. Celebre la risposta di Godard: Io parlo di cinema e voi mi parlate di meteo! Arrivederci!

Tolto il francese dall’orizzonte, arriva Warren Beatty nelle vesti di produttore con sua sorella Shirley MacLaine nel cast, come interprete di Bonnie. Quest’ultima però si defila ben presto dal progetto e al contempo Beatty entra nel cast per il ruolo di Clyde. Natalie Wood, che aveva già lavorato con lui nel capolavoro di Elia Kazan Splendore nell’erba (1960) respinse le sue richieste di entrare nel cast, lasciando via libera a Faye Dunaway e alla sua storica interpretazione della Parker.

Jack Warner figurò come produttore e distributore (riluttante). Aiutò ben poco il film a causa della supposta mancanza di appeal al botteghino. Solo a film uscito si ebbe una regolare distribuzione per pressioni di Beatty: l’istinto d’attore non l’aveva ingannato e il film fu un successo da 70 milioni di dollari su 2,5 di produzione.

Il set del film con Beatty, Dunaway e Penn. Fonte: theredlist.com

Arthur Penn non era un tecnico soggetto agli studios: era uno dei migliori registi in circolazione, le cui origini erano teatrali. La sua trasposizione in film del testo di William Gibson The miracle worker (Anna dei miracoli in italiano) è un capolavoro di sinergia musicale tra corpi e macchina da presa.

La direzione dei suoi attori è straordinaria proprio quanto il talento dei suoi collaboratori: non per niente il film fruttò a quell’attrice straordinaria che era Anne Bancroft l’Oscar nel 1962 insieme alla coprotagonista infantile e feroce Patty Duke.

Penn lavora allo stesso modo con Beatty e la Dunaway, circondandoli di ottimi comprimari come Gene Hackman ed Estelle Parsons (che vinse l’Oscar), rispettivamente nei ruoli di Buck Barrow, fratello di Clyde e la moglie di lui Blanche. Attorno a loro, Michael J. Pollard e Gene Wilder.

Burnett Guffey (vincitore anche lui dell’Oscar) era alla fotografia, Dede Allen al montaggio ed entrambi si rivelarono decisivi nella riuscita del film. La fotografia del film è efficace non solo a livello di piani e campi ma anche a livello cromatico: il colore dominante è non per niente il giallo, colore del sole, della vitalità ma anche della follia, della mancanza di controllo.

La sfumatura per cogliere il film sta già nella forma: i due protagonisti non sono pienamente adulti, forse verso la fine diventano adolescenti ma l’infanzia interiore è la cornice che delimita il loro percorso e la loro violenza. La brutalità così grafica delle scene ed il dolore non sono compresi come tali dai protagonisti: sono bambini perversi e solari che si toccano e si vogliono scoprire sessualmente quanto affettivamente.

Lo si vede per esempio nella magnifica sequenza del campo dorato che cattura le sfumature delle nuvole in campo lunghissimo, quando Bonnie scappa per tristezza e nostalgia della vecchia madre, inseguita da Clyde. Lo si nota ancora nei loro amplessi mancati di alcune prima (Clyde è impotente e gli sceneggiatori lo avevano addirittura immaginato bisex in origine) o nella scena della poesia, quando riescono finalmente a consumare.

Il loro gioco tragico finisce in una scena straordinaria per il montaggio forsennato che s’ispirava al modo di fare francese: il realismo della morte dei due per crivellatura dei colpi dei poliziotti alterna spezzoni di slow motions a piani ripetuti dei corpi in una sinfonica violenza di spari, sangue e movenze parossistiche.

La scena entrò nella storia ma Dede Allen, che pur fece un lavoro straordinario, non curò la scena in questione, come lei stessa affermò in seguito: questo capolavoro lo si deve al suo assistente Jerry Greenberg.

Fatto sta che in quell’occasione la Mecca del cinema occidentale cambiò: il codice Hays decadde nello stesso anno del film, il 1967 e lo fece, si può dire, per anni di coltellate da parte della Nuova Hollywood nascente e che vede in Gangster Story (Bonnie and Clyde in lingua originale) il trionfo di un nuovo modo di fare cinema.

Antonio Canzoniere

 




Leave A Reply

Your email address will not be published.