Filofobia: la paura d’amare, d’impegnarsi e di perdere il controllo

Gestire le emozioni non è facile per nessuno, ma per alcuni è una vera tortura

Fonte immagine: elle.it
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“L’amore è un fuoco, ma non si può mai dire se vi riscalderà il cuore o se vi brucerà la casa “.
(Joan Crawford)

Per intenderci, i filofobici bruciano la casa da soli, per prevenzione.

La filofobia (o Philofobia), dal greco “philos” (amore) e “fobia” (fobia), definisce la paura di alcuni individui di innamorarsi e intraprendere una relazione duratura, con i conseguenti e relativi impegni.
Come ogni fobia che si rispetti, risulta per lo più immotivata e quindi a carattere tendente al patologico.

Conosciamo tutti, almeno una volta nella vita, le forti sensazioni che susseguono la fase dell’innamoramento: poco ci manca alla gastrite. Nonostante i sintomi spesso poco piacevoli, viene generalmente definita in maniera più che positiva. E in effetti, se lo stomaco s’attorciglia, endorfine e ormoni vari ci danno invece una carica energetica che non pensavamo neanche di avere.

Immaginiamo però di non essere in grado di gestire questa lavatrice di sentimenti, di non accettare la perdita di controllo che irrimediabilmente comportano e di sentirsi annegare, come se perdersi nell’altro coincidesse forzatamente col perdere se stessi. Chi soffre di filofobia percepisce proprio così l’amore: come un “nemico” da cui difendersi e da cui scappare il prima possibile; una gabbia in cemento armato da cui non esiste via di fuga.

Come riconoscerlo?
Il filofobico, non appena capisce che la relazione sta diventando più seria, comincia a diradare messaggi, risposte ed incontri… fino a scomparire. Se si prova a cercarlo, finirà con l’accusarvi di stalking o ossessione. Nessuna cattiveria: cerca semplicemente di proteggersi da quello che ritiene un problema e che gli causa non pochi effetti negativi, sia fisici (sudorazione profusa, crisi d’ansia ricorrenti, insonnia, dispnea), che mentali.
Talvolta resiste fino al sopraggiungere di un impegno effettivo e tangibile, come la convivenza. Quando sente, però, l’assenza di una porta di emergenza, scappa a gambe levate e senza guardarsi indietro.

Nei casi più gravi, vive in una costante sensazione di apatia e indifferenza, che gli fanno escludere qualsiasi forma di relazione amorosa, se non quella fugace e casuale. Appare freddo e talvolta insensibile, ma la realtà è che ha costruito delle spesse mura difensive a protezione e preservazione della sua interiorità.

Ma come si “diventa” filofobici? Di consueto, gli psicologi ne attribuiscono l’insorgenza a dei traumi infantili e/o recenti: un rapporto conflittuale coi genitori, dai quali si sono sentiti (a torto o a ragione) poco amati, se non addirittura rifiutati; una o più delusioni amorose con la conseguente perdita di fiducia in un eventuale partner.

Dalla filofobia si può guarire, non è uno stato immodificabile.
Anzitutto, come ogni problematica in psicologia, bisogna riconoscere ed accettare di soffrirne.
Essere seguiti da uno specialista in una terapia, può aiutare il filofobico a capire da dove nasce questo terrore e a scoprire qualche utile tecnica per placare, se non addirittura annullare, l’ansia che lo pervade.

Importante anche il sostegno di chi gli sta accanto. Frequentare chi soffre di filofobia può non essere per nulla facile, anzi. Se non si è in grado di gestire le proprie di paure è meglio fuggire ed evitare inutili delusioni fintanto ch’egli non affronta le sue ansie; altrimenti, si può scegliere di aiutare l’altro a comprendere la bellezza di un sentimento simile. A piccoli passi, lo si può abituare a fidarsi e a lasciarsi andare, senza forzatura o aspettative immediate.

Isabella Rosa Pivot

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