Finlandia e Svizzera pagano di più per lavorare meno, e l’Italia?

Finlandia e Svizzera pagano di più per lavorare meno. I due paesi – entrambi guidati da donne – aprono il 2020 con riforme del lavoro rivoluzionarie per l’Europa dei giorni nostri.

Attualmente in Finlandia si lavora 5 giorni a settimana per 8 ore al giorno ma secondo Sanna Marin – la più giovane premier donna al mondo – le persone meritano di avere più tempo libero. L’obiettivo della neopremier è la settimana corta: 6 ore lavorative per soli 4 giorni su 7. 

In Svizzera invece è già entrata in vigore da pochi giorni la riforma che impone al datore di lavoro la retribuzione del tragitto casa-ufficio. 

Finlandia e Svizzera pagano di più per lavorare meno e lo fanno per un motivo preciso: gestire le problematiche sociali.





La Marin ha precisato “le persone meritano di dedicarsi ad altri aspetti della vita, come la cultura”. Sviluppare interessi che vadano al di là del superficiale intrattenimento è difficile se passiamo le nostre giornate a lavoro. Un popolo che lavora di meno non è solo più produttivo, come dimostrano da tempo le  società che hanno sperimentato la settimana corta, ma anche più sereno.

Piuttosto facile è immaginare che vi sia una correlazione tra il sentimento di frustrazione quotidiana dei lavoratori, causato dallo sfruttamento, e il successo tra questi della propaganda che lavora con la rabbia e l’odio. Il cittadino che lavora di meno, potendo comunque usufruire di un buono stipendio, è più sereno e meno manovrabile dall’apparato di populismo, fake news e razzismo che affligge l’attuale Europa, ossia anche più libero.

La riforma della settimana corta quindi ha prima di tutto a che vedere con la psiche individuale. La strategia è quella di occuparsi del benessere del singolo affinchè questo si rifletta sulla collettività. Agendo sul lavoro Finlandia e Svizzera cercano di incentivare le trasformazioni sociali necessarie al nostro tempo.

Consentire al cittadino maggiore serenità è possibile ovviamente solo lasciando invariata la paga nonostante la riduzione dell’orario di lavoro. La Finlandia guarda in questo senso a Göteborg , in Svezia, dove la settimana breve è già in vita dal 2015 con risultati ottimi secondo le statiche. La riduzione delle ore settimanali, ponendo un freno fondamentale allo sfruttamento del lavoratore, obbliga le società a provvedere con nuove assunzioni. La disoccupazione in questo modo quindi scende, inoltre il calo dei profitti dato dall’aumento della spese potrebbe essere coperto dalla maggiore produttività del singolo lavoratore.

Per quanto riguarda invece il provvedimento svizzero, anche in questo caso emerge il tentativo di inaugurare un nuovo tipo di società occidentale. Il tragitto casa-ufficio entrerà nell’orario di lavoro solo per coloro che sceglieranno i mezzi pubblici di trasporto. Parafrasando: la Svizzera pagherà di più chi sceglierà di inquinare meno. Un’iniziativa del genere incoraggia l’abbandono dell’automobile, riducendo il traffico nelle città, migliorando la qualità della vita non solo in termini ecologici.

Una nuova società in occidente che sia più pacifica, felice e attenta all’ambiente è possibile solo ridisegnando il modo in cui viviamo e concepiamo la nostra attività lavorativa. Finlandia e Svizzera pagano di più per lavorare meno con lo scopo di incoraggiare una serie di mutamenti. Tuttavia gran parte degli stati occidentali – e mondiali – sono ancora lontani da questo.

La stessa elezione di Sanna Marin, con annesso trionfo di una coalizione di centro-sinistra formata da sole donne, è sembrata in Italia una cosa dell’altro mondo. La riduzione della settimana di lavoro, in un paese che ha ancora problemi con il livello dei salari e il lavoro in nero, è  fantascienza. Ma non siamo gli unici arretrati in questo senso. Secondo l’Ocse i paesi in cui mediamente si lavora più ore a settimana sono quelli emergenti, seguendo l’ordine: India, Corea e Sud Africa. Al contrario invece i paesi occidentali sotto tutti abbondantemente sotto le 60 ore settimanali, ma per nulla vicini alle 24 che propone la Marin.

Proporre una riforma del lavoro come una riforma sociale, parlando cioè di ambiente, qualità della vita, iniziative concrete per la disoccupazione e incentivo alla cultura, non è comune. Questa politica sembrava ormai scomparsa dalla scena mondiale, dominata invece da leader che hanno usato la frustrazione del singolo come arma di governo. Il 2020 potrebbe pur sempre essere l’anno del cambio di rotta.

 

 

 

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