Flash mob di Amnesty International contro i reati di solidarietà

L'Organizzazione per i diritti umani manda un messaggio forte a tutela della solidarietà

Gli attivisti di Amnesty International si sono dati appuntamento in Piazza del Municipio a Napoli per affermare con forza che la solidarietà non è reato.

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Circa trecento attivisti di Amnesty International si sono dati appuntamento ieri 21 aprile alle 17:30 in Piazza del Municipio, a Napoli. Al Flash Mob si è unito anche il Sindaco della città, Luigi de Magistris. I partecipanti hanno creato una coreografia con nastri gialli e neri che attraversavano la piazza, incrociandosi tra loro. Una rappresentazione che voleva affermare la necessità di riannodare i fili della rete dell’umanità, cosa resa più esplicita dallo striscione che alla fine è stato srotolato sulla facciata del Municipio: “La solidarietà non è un reato”.

Siamo contenti di aver ospitato questa iniziativa di Amnesty International per ribadire che la solidarietà non è un reato, è un reato lasciar morire le persone in mare. Napoli è una città che non alza mura, che non alza filo spinato e che accoglie. Qui tutte le persone sono benvenute.

Luigi de Magistris, Sindaco di Napoli

Solidarietà
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Amnesty International ha voluto,dunque, lanciare un messaggio forte per sottolineare il suo NO alla criminalizzazione della solidarietà. NO anche al clima di ostilità instauratosi contro le ONG che operano nell’ambito del soccorso o dell’accoglienza dei migranti e richiedenti asilo. Assistiamo, infatti, a una escalation di vero e proprio odio nei confronti di queste realtà, accusate di ogni possibile nefandezza: dal mero scopo di lucro al traffico di esseri umani. Un report della ONG inglese Institute of Race Relations (Irr) dal titolo “Aiuto umanitario: la faccia inaccettabile della solidarietà” parla di almeno quarantacinque casi di persone o associazioni perseguite per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare per il solo fatto di aver aiutato qualcuno in difficoltà. Accade che le leggi europee promulgate per contrastare il traffico di esseri umani, vengano invece usate in modo improprio per la creazione dei cosiddetti reati di solidarietà, sempre più diffusi in tutta Europa.

Da almeno due anni viviamo un clima di ostilità e di demonizzazione verso chi pratica belle parole e bei gesti come assistenza, solidarietà e aiuto in Italia, nei luoghi di frontiera ed in mezzo al mare. Un clima di ostilità che colpisce singole persone, associazioni e Ong fatto di imposizioni e a volte di indagini penali, come se assistere i migranti e i più vulnerabili fosse qualcosa che va contro l’interesse nazionale. Siamo qui a Napoli per ribadire che la solidarietà non è un reato e che non vanno criminalizzate le attività di assistenza e soccorso in mare.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

I reati di solidarietà in Italia

Senza andare troppo lontano, basti pensare al modo pretestuoso in cui le Procure italiane hanno trattato la questione della ONG che prestano opera di soccorso in mare. Il primo caso di sequestro di una delle loro navi risale al 2004. La nave CAP ANAMUR aveva appena sbarcato in Italia 37 naufraghi, dopo averli salvati nel Canale di Sicilia. Lo sbarco era stato preceduto da una trattativa con la Germania su quale dei due Paesi (in realtà tre, poiché era coinvolta anche Malta) dovesse farsene carico. In questo caso il processo si concluse nel 2009 con la piena assoluzione di equipaggio e vertici dell’Organizzazione.

Anche due capitani tunisini nel 2007 seguirono la stessa sorte. Avevano portato a Lampedusa quarantaquattro naufraghi, di cui tre in gravi condizioni (due donne in gravidanza e un bambino disabile). Prima furono accusati di essere scafisti e si fecero quaranta giorni di carcere. Poi nel corso del processo l’accusa diventò “resistenza a pubblico ufficiale” e “violenza a nave da guerra”, con riferimento al blocco navale della capitaneria di porto di Lampedusa. Entrambi ne uscirono puliti dopo quattro anni: la Corte d’Appello di Palermo riconobbe, infatti, lo “stato di necessità”. Peccato che nel frattempo le loro barche da pesca erano divenute inutilizzabile, lasciate a marcire nel cimitero delle barche di Lampedusa, con un danno ingente a carico dei due pescatori. Il messaggio sembra molto chiaro: la solidareità non conviene.

Il caso della ONG ProActiva Open Arms

Il caso più recente è quello della nave della ONG spagnola ProActiva Open Arms, posta sotto sequestro un mese fa dal Procuratore di Catania Zuccaro. La nave si era sottratta alla richiesta delle motovedette libiche di consegnare i migranti tratti in salvo. Per questo era stato ipotizzato il reato di associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. È di pochi giorni fa la notizia del dissequestro. Secondo il Giudice per le Indagini Preliminari di Ragusa, titolare del fascicolo, anche in questo caso si è agito in stato di necessità. Questo perché la Libia non sarebbe stata in grado di garantire il rispetto dei diritti umani delle persone che voleva prendere in carico.



Solidarietà
Alcuni commenti riferiti all’articolo del Fatto Quotidiano sul dissequestro della nave della ONG spagnola.

La criminalizzazione come deterrente alla solidarietà

Tuttavia, una volta gettato addosso il fango è difficile lavarlo via. Così, anche se le accuse sono destinate a cadere perché inconsistenti, intanto si instilla nell’opinione pubblica il dubbio. Da un lato, si fa terra bruciata intorno alle ONG che si occupano dei migranti: se crolla la fiducia nei loro confronti, crollano anche le donazioni e senza soldi soccorrere sarà sempre più difficile. Dall’altro lato si mira a far desistere i singoli che operano al loro interno, con la minaccia di pesanti conseguenze. In questo contesto appare quindi fondato l’allarme lanciato da Amnesty International e il conseguente appello a non criminalizzare la solidarietà.

Michela Alfano

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