L’amministrazione Trump ha recentemente annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal fondo per il cambiamento climatico, un fondo globale istituito per supportare i paesi in via di sviluppo che subiscono gli effetti più devastanti del riscaldamento globale. Questo fondo era stato creato nel 2023 durante il vertice COP28 delle Nazioni Unite, dopo anni di intensi negoziati tra i paesi sviluppati, principali responsabili della crisi climatica, e le nazioni vulnerabili che, pur avendo contribuito in misura minima alle emissioni di gas serra, sono quelle che soffrono maggiormente delle sue conseguenze.
Il fondo per le perdite e i danni si proponeva di fornire un sostegno finanziario ai paesi colpiti da danni irreversibili causati da fenomeni come l’innalzamento del livello del mare, la desertificazione, le siccità e le inondazioni. Un passo fondamentale per riconoscere la responsabilità storica delle nazioni più industrializzate e contribuire, seppur parzialmente, a compensare i danni economici e sociali subiti dai paesi in via di sviluppo.
Critiche internazionali sul ritiro americano dal fondo per il cambiamento climatico
Gli Stati Uniti, nonostante fossero tra i maggiori emettitori storici di gas serra, avevano inizialmente promesso un contributo di soli 17,5 milioni di dollari a questo fondo. Tuttavia, con il ritiro dell’amministrazione Trump, la partecipazione degli Stati Uniti al fondo è ora ufficialmente terminata. Questo passo arriva in un momento critico per il pianeta, proprio mentre il mondo cerca di affrontare le sfide imposte dal cambiamento climatico e di mettere in atto politiche globali più solide per arginare la crisi.
Le reazioni a questa decisione sono state forti e unanimi, tanto da parte degli attivisti climatici che degli esperti internazionali. Organizzazioni di advocacy per il clima hanno espresso preoccupazione per il messaggio negativo che gli Stati Uniti stanno lanciando, specialmente nei confronti dei paesi che già combattono contro effetti devastanti come le inondazioni, la carestia e l’aumento dei conflitti legati alle risorse naturali. Mohamed Adow, analista di politiche climatiche e direttore del think tank Power Shift Africa, ha sottolineato che questa decisione “minaccia di minare i progressi collettivi e intacca la fiducia necessaria per una cooperazione internazionale efficace”.
Anche Rachel Rose Jackson, direttrice della ricerca presso Corporate Accountability, ha condannato duramente la mossa, definendo l’agenda climatica dell’amministrazione Trump come “una mazza demolitrice fatta di dinamite”. La sua critica riguarda non solo il ritiro dal fondo per le perdite e i danni, ma anche l’approccio anti-clima che la Casa Bianca ha adottato, minando gli sforzi globali per ridurre le emissioni e frenare il riscaldamento globale.
Gli Stati Uniti, da parte loro, giustificano il ritiro con l’argomento che l’accordo sul cambiamento climatico e le relative politiche globali siano sbilanciati e non giusti per il loro paese. Trump aveva già ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi nel 2017, una decisione che fu successivamente invertita da Joe Biden. Le critiche al trattato, infatti, si concentravano sul fatto che le politiche proposte penalizzassero l’economia statunitense, mentre paesi come la Cina, il principale emettitore di gas serra a livello globale, non subivano conseguenze adeguate.
Tuttavia, l’argomentazione della giustizia economica non sembra tenere conto del fatto che gli Stati Uniti, con il loro primato nelle emissioni storiche, hanno una responsabilità significativa nella crisi climatica. La scelta di abbandonare il fondo per il cambiamento climatico non solo mina gli sforzi globali, ma potrebbe anche mettere in pericolo il futuro di milioni di persone nei paesi più vulnerabili.
Il ritiro degli Stati Uniti minaccia il fondo globale per il clima
Il fondo per le perdite e i danni, che da gennaio 2024 è operativo, è ancora una realtà in evoluzione. Fino a ora, 27 paesi hanno promesso di contribuire con un totale di circa 741 milioni di dollari, una somma che, seppur significativa, rappresenta solo una piccola frazione delle perdite irreversibili che i paesi in via di sviluppo subiscono ogni anno a causa del riscaldamento globale. Il ritiro degli Stati Uniti da questa iniziativa rappresenta un duro colpo per i paesi più vulnerabili, che già si trovano a fronteggiare le difficoltà economiche e sociali legate al cambiamento climatico senza sufficienti risorse per affrontarle.
Le politiche di Trump, come l’adozione di un approccio “drill, baby drill” per l’industria petrolifera e il gas, e il suo impegno a ridurre i controlli federali sulle aziende, rischiano di ostacolare ulteriormente il progresso verso un futuro più sostenibile. Inoltre, i cambiamenti climatici estremi, come i devastanti incendi a Los Angeles e le alluvioni in Florida, sono sempre più frequenti, dimostrando con chiarezza la necessità di azioni concrete per fermare l’escalation dei disastri naturali.
Le critiche al ritiro degli Stati Uniti dal fondo per il cambiamento climatico non si limitano a quelle dei paesi in via di sviluppo. Harjeet Singh, attivista per il clima e fondatore della Satat Sampada Climate Foundation, ha affermato che questa decisione è un esempio lampante di un comportamento ostile degli Stati Uniti verso gli sforzi globali per affrontare le disuguaglianze climatiche. Il rischio di non affrontare adeguatamente le riparazioni climatiche è elevato, e l’assenza di un impegno degli Stati Uniti nel fondo globale potrebbe danneggiare gravemente i progressi compiuti finora.
Elena Caccioppoli
















