Con “Fragole” Chadia Arab racconta lo sfruttamento delle donne marocchine in Spagna

Fragole (Luiss University Press, 2020) di Chadia Arab racconta le storie delle migranti stagionali marocchine nei campi spagnoli.

Fragole www.ultimavoce.itIl lavoro di ricerca e d’inchiesta della studiosa francese di origine marocchina mira in primo luogo a restituire visibilità a queste donne dimenticate, sfruttate nei campi, alloggiate in strutture fatiscenti e rispedite a casa una volta terminata la raccolta. Un testo sfaccettato e completo, che fa parlare finalmente le donne protagoniste e vittime di questa storia e che inquadra l’argomento con dati e risultati delle ricerche sul campo. Uno dei pregi di Fragole è che l’autrice riesce a fare intuire la complessità e la specificità del vissuto delle lavoratrici, mettendoci in guardia dal cadere in facili generalizzazioni e inutile pietismo.

Un programma quasi perfetto

Il meccanismo predisposto per regolare e gestire la partenza e l’accoglienza delle lavoratrici prende il nome di Programma di gestione etica dell’immigrazione stagionale. I soggetti coinvolti in questo programma sono il Ministero del Lavoro marocchino, il Comune di Cartaya in Spagna, l’Anapec (Agenzia nazionale per la promozione dell’occupazione e delle competenze) e le lavoratrici stesse.

Gli obbiettivi prefissati, che rispondono alle esigenze degli enti partecipanti, sono i seguenti. La Spagna cerca di soddisfare la propria necessità di manodopera a basso costo accogliendo le lavoratrici straniere, abituate a salari più bassi. In secondo luogo, il meccanismo serve a controllare i flussi migratori instaurando un sistema di migrazione circolare. Questo permette alle donne di stabilirsi sul territorio solo per un breve periodo, tornare al loro paese ed eventualmente rientrare in Spagna l’anno successivo. Infine, per il Marocco, il vantaggio del programma si concretizza con l’entrata di valuta, grazie alle lavoratrici che inviano gran parte del loro salario alle famiglie.

Un sistema all’apparenza perfetto, ma che nel concreto presenta diverse falle. A partire dal ruolo e dalla condizione che le donne marocchine si ritrovano a vivere in quanto parte di un ingranaggio che si rivela molto spesso difettoso.




Chi sono le donne delle fragole

La selezione delle lavoratrici risponde a dei criteri e a delle logiche ben precise. Le donne devono avere un’età compresa tra i 25 e 40 anni e provenire da zone rurali. Altra condizione fondamentale è che siano madri, di preferenza con più di un figlio minorenne o che comunque non abbia ancora raggiunto l’età per lavorare. La donna può essere sposata, divorziata o anche vedova, ma deve in ogni caso deve avere l’autorizzazione di un uomo della sua famiglia per poter partire.

I requisisti sopraelencati si spiegano facilmente. È essenziale che le donne che partecipano al programma siano in una situazione di necessità economica, tale da renderle facilmente adattabili alle condizioni poste dalle imprese che le assumono. Dalle ricerche di Chadia Arab emerge che le donne marocchine vengono assunte e preferite alle lavoratrici di altre nazionalità per la loro “docilità”. Inoltre, il programma punta sui legami familiari delle donne (in particolare con i figli) per assicurarsi del loro effettivo rientro una volta terminato il periodo di lavoro. Generalmente, si tratta di donne che devono occuparsi di un nucleo familiare numeroso (dalle 3 alle 10 persone), che conta su di loro per la propria sussistenza.

Un’immigrazione usa e getta

Il programma di migrazione circolare sfrutta consapevolmente la mancanza di risorse materiali e culturali oltre che la dipendenza (affettiva, ma anche economica) delle donne per usarle come pedine che si spostano senza una propria volontà, alle condizioni di chi ha il potere di muoverle. Un’ “immigrazione usa e getta”, così la definiscono le marocchine intervistate da Chadia Arab. La Spagna è pronta ad accogliere le lavoratrici, ma solo nel numero necessario e soltanto per il tempo in cui possono dimostrarsi utili. Questa logica, giustificata con la necessità di controllare il fenomeno migratorio, è in realtà uno strumento di profitto e di sfruttamento, poiché permette ai padroni di abbassare a loro piacimento l’asticella dei diritti (salariali, sindacali, previdenziali).

È inoltre tutta da dimostrare la legittimità del principio che ne sta alla base. C’è infatti ancora molto da ragionare sullo squilibrio e le disparità riguardanti il diritto all’autodeterminazione e alla mobilità, che è attualmente appannaggio di una minoranza privilegiata. La differenza che corre tra un expat europeo e un immigrato africano non è semplicemente terminologica e non si capisce cosa renda legittimo il primo e “clandestino” il secondo. Un altro punto che sottolinea la ricercatrice è il drastico calo delle assunzioni in seguito alla crisi. Si passa così nel giro di un anno da 17.000 contratti stagionali (nel 2009) a meno di 6.000 nel 2010, e negli anni successivi a circa 2.000.

Quest’anno c’è la crisi, l’anno prossimo ci sarà qualcos’altro. Non possiamo essere burattini nelle mani di questi contratti. Ci dicono di rientrare così potremo tornare l’anno seguente, ma ci mentono. Siamo tornate e non ci hanno prese quest’anno. Siamo marionette nelle loro mani. Quando hanno bisogno ci chiamano e quando non ne hanno più non ci chiamano. Ma ai nostri di bisogni chi ci pensa?

Le donne delle fragole non sono solo vittime

La ricerca di Arab mostra molto bene la complessità della situazione, senza appiattire il ruolo delle donne marocchine su quello di vittime. Innegabilmente sono coinvolte in un sistema ingiusto, che sfrutta le loro necessità economiche e che nega loro la possibilità di autodeterminarsi e spostarsi liberamente. Oltre a violare i loro diritti fondamentali, arrivando talvolta fino all’abuso. Ma queste donne non sono solo vittime. Le loro parole testimoniano anche un cambiamento profondo, in alcuni casi radicale. Molte di loro, inizialmente terrorizzate all’idea di partire e di lasciare i propri familiari, hanno acquisito sicurezza.

Riuscire a resistere alle condizioni di lavoro, acquisire un’autonomia economica e familiarizzare con un contesto straniero le ha rese in molti casi più libere. A volte questo porta ad un rovesciamento dei ruoli di genere, perché la donna riesce a provvedere alle necessità della famiglia. Di conseguenza, può acquisire un maggior ruolo nelle decisioni e la stima nei suoi confronti aumenta.

Alcune di queste donne hanno saputo sovvertire la situazione che era stata loro imposta, passando da oggetto e strumento del profitto altrui a soggetto attivo e padrone del proprio destino. Sono le donne che hanno deciso di rimanere in Spagna, uscendo dal sentiero tracciato per loro, sfidando la clandestinità e tutte le difficoltà che comporta. Oggi qualcuna si è regolarizzata, altre vivono ancora nell’invisibilità e nella precarietà.

 

Giulia Della Michelina

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