L’identità in-esistente: intervista a Francesco Cicconetti

Tra identità di genere e transessualità: dialogo con Francesco Cicconetti

Lunedì 14 dicembre, in una diretta Instagram sul profilo di Ultima Voce, abbiamo approfondito alcuni concetti fondamentali legati a identità di genere e transessualità. Temi tanto importanti quanto complessi che abbiamo provato a chiarire facendo alcune domande ad un ospite che li vive sulla propria pelle ogni giorno.
Francesco Cicconetti è un ragazzo transessuale che condivide sul web molte delle battaglie che interessano la comunità queer. Grazie alle sue risposte, sono nati interessanti spunti di riflessione utili ad avvicinare ad una maggiore sensibilità anche coloro che ancora non hanno familiarità con l’argomento.



Che cosa è la disforia di genere? Come si manifesta?

In generale, disforia è l’opposto di euforia. E’ quindi un profondo senso di tristezza che ci porta a vivere un malessere. La “disforia di genere” è un malessere legato al nostro corpo, cioè al sesso in cui siamo nati. Noi persone transgender soffriamo di disforia di genere perché non ci riconosciamo nel sesso che madre natura ci ha attribuito.

La disforia è molto soggettiva, è difficile dare delle regole su come si manifesti. Per semplificare, di solito ci si adatta il taglio di capelli o il modo di vestire. Però questo non è sempre determinante perché per esempio una ragazza cisgender che si taglia i capelli o porta degli abiti riconosciuti come maschili non per forza deve fare un percorso di transizione, quella è solo la sua espressione di genere. Sicuramente la disforia è un malessere che ci porta anche a vivere male le relazioni con gli altri perché ci capita di essere scontrosi o irritati a causa del dissesto tra ciò che siamo e ciò che vediamo allo specchio e questo è doloroso.

Di recente è stato stabilito l’accesso gratuito alle terapie ormonali sostitutive. E’ un passo in avanti perché tra terapie, visite e operazioni, l’impegno in termini di costi non deve essere indifferente. E’ possibile che qualche persona sia frenata dal portare avanti il proprio percorso per l’impegno economico che comporta o ci sono delle agevolazioni che garantiscono a tutti di ricevere i mezzi necessari?

Il percorso non è gratuito. Vorrei dare però un po’ di sostegno alle persone che hanno paura di questo perché è comunque possibile riuscire a pagarlo.
Lo Stato, incredibilmente, viene incontro. Per dare una panoramica di quello che è il percorso, ci sono diversi step.

Si parte dal sostegno psicologico che ha diversi costi. Se ci si affida ad un centro pubblico, come ho fatto io che sono stato seguito dal MIT di Bologna, i costi variano a seconda della città. Io pagavo venti euro ogni incontro, una volta ogni due settimane, per la durata di un anno. Quando lo/la psicologo/a ti ritiene pronto si può parlare di ormoni. Devi quindi fare degli esami medici e anche per quelli c’è il costo del ticket. Al tempo io avevo speso circa 200/300 euro. E anche quegli esami sono obbligatori per accedere alla terapia. Lo specialista endocrinologo vuole sapere il tuo percorso medico fino a quel punto per capire quale dose somministrarti. Ognuno ha delle dosi soggettive di testosterone o estrogeni. Io pagavo 180 euro il testosterone mentre ora, come abbiamo detto, la terapia ormonale è passata a carico del Servizio Sanitario presentando il piano terapeutico.

Dopodiché si parla di avvocato e tribunale e questa secondo me è la spesa un po’ più importante. In tribunale bisognerà portare delle perizie, ovvero documenti redatti dalla psicologa e dall’endocrinologa che attestano la tua idoneità per l’accesso alla rettifica anagrafica. Queste perizie costano circa 500 euro l’una. La cosa positiva è che poi le operazioni sono pagate dal Servizio Sanitario. Mentre bisogna tenere in considerazione i costi dei vari cambi di documenti.

A volte il sentirci a proprio agio con noi stessi dipende da come gli altri si relazionano a noi. Questo fattore nelle persone transgender è ancora più forte. Ci sono delle domande, dei commenti, dei pareri che non andrebbero né detti né pensati quando si conosce, sia in modo formale che informale, una persona transgender?

E’ difficile dare delle regole oggettive perché ad ognuno possono dare fastidio o far soffrire determinate cose che ad altri magari invece non toccano. Se devo dire una cosa che a me farebbe soffrire, che poi è capitato di sentirmi dire, è quando mi chiedono “Ma che taglia hai?” “Che taglia avevi prima di operarti?” “Come sei messo là sotto?”.
In generale, secondo me è poco carino chiedere come ti chiamavi o se ti vuoi operare. Le persone sono molto interessate a com’eri prima, come se fossi uno scherzo della natura, una curiosità un po’ macabra.

Oppure l’interesse è “come verrai” a livello di operazioni. Io non dico che una persona non possa essere curiosa però basta un po’ di empatia per capire che non è affatto carino andare a chiedere ad una persona cos’ha in mezzo alle gambe. Se uno vuole conoscere le operazioni delle persone trans* basta guardare su internet che è un metodo apersonale e non ferisce nessuno direttamente.

Se la domanda viene fatta da una persona con la quale hai un legame confidenziale molto stretto, la gravità di questa domanda viene attutita dal livello di intimità che c’è fra voi due o comunque è sempre meglio evitare?

No, credo che tra persone con un rapporto di bene reciproco non ci dovrebbero mai essere tabù. Anzi, dico sempre che il confronto è la prima cosa. Non avendo delle regole oggettive, bisogna parlare direttamente con la persona. Deve essere proprio la persona che dovrà affrontare il percorso a capire che chi le vuole bene sta cercando di conoscerlo/a. Ovvio è che se un tuo amico dopo un anno dal tuo coming out ancora si ostina a chiamarti con i pronomi errati o con il tuo deadname allora lì è da capire dove arriva il suo bene. Però è molto importante che ci sia una comunicazione libera in amicizia o anche nel rapporto genitore e figlio.



Sembra che i media si stiano lentamente muovendo la loro attenzione verso un utilizzo più corretto del linguaggio. Ci sono due casi molto lontani tra loro ma che hanno entrambi fatto discutere molto l’opinione pubblica. Mi riferisco al caso di Ciro ed al più recente coming out di Elliott Page. Credi che dal primo al secondo fatto, sia migliorato positivamente l’atteggiamento dei media?

Siamo ancora lontani dall’utilizzo di un linguaggio corretto. Il caso di Ciro e Maria Paola è stato eclatante perché ha mostrato in maniera molto evidente quanto siamo indietro. Credo non ci fosse mai stato un caso riguardante una persona transgender che ha ricevuto un pubblico così ampio. Da una parte, questo ha mostrato tutti i lati negativi della nostra comunicazione quando si tratta di persone transgender. Dall’altra parte è stato un valido precedente per farsi una guida mentale delle cose che vanno dette o non dette. Da lì possiamo prendere esempio per capire come dobbiamo parlare. Poi bisogna sempre avere la volontà di parlarne. Se un giornalista vorrà scrivere ancora in maniera transfobica, lo farà a prescindere.

Comunque i due casi sicuramente sono molto diversi. Quando si è parlato di Ciro, lo si è chiamato in ogni modo possibile. Tralasciando l’uso dei pronomi femminili, si è parlato di lui come Cira. Oppure si diceva che lui e Maria Paola vivessero una relazione omosessuale, che ovviamente non è vero. Ciro, in quanto ragazzo, viveva con Maria Paola una relazione eterosessuale. Al massimo pansessuale, se preferiamo utilizzare questo termine.

Sicuramente è importante utilizzare i pronomi giusti. Saper distinguere tra identità di genere e orientamento sessuale. Non utilizzare dead naming. Ossia non utilizzare il vecchio nome della persona. La persona transgender è solita trovare un nome nuovo che identifichi la propria identità di genere. Quello che c’è scritto sul documento non implica che un giornalista possa scrivere di me come vuole, deve rispettare la mia identità.



Questo non è successo nel caso di Elliott Page, il suo dead name è stata la prima cosa che si leggeva negli articoli. Per molti questa è una cosa incomprensibile ma per chi è il soggetto dell’articolo questo fa male. Pur essendoci stato un miglioramento dal come è stato trattato Ciro a come è stato trattato Elliott, mi domando se questa evoluzione invece di essere inclusiva in realtà sia stata esclusiva. Elliott è un personaggio di una certa fama che ha tutti i mezzi per difendersi. Invece l’inclusività si otterrà quando si parlerà dell’essere umano più indifeso nel modo giusto.

Se da un lato Elliott Page è stato molto difeso, dall’altro lato è stato un esempio eclatante per certi gruppi femministi radicali e trans escludenti (Terf) che hanno rivendicato l’appartenenza di Elliott al genere femminile. Non è la prima volta che fanno affermazioni di questo tipo ed è giusto che a nome della comunità transgender tu possa dare un parere in risposta a queste considerazioni discriminatorie.

Le Terf da sempre si battono contro i diritti della comunità transgender. Il loro motto è che nessuno si può autodeterminare. Si battono perché secondo loro se chiunque può definirsi donna, allora i diritti delle donne “vere” saranno minati. Non ho mai capito il senso di questa cosa perché non penso ci sia un limite massimo di persone che possono ricevere diritti. Qui si parla di una minoranza che lotta contro un’altra minoranza ed è una cosa assurda. Quanto a Elliott, le Terf si basano sul documento d’identità quindi per loro Elliott è una donna.

Non capisco neanche in che modo il coming out di un ragazzo transessuale le possa toccare fino a questo punto. Quello che è irritante è quanto per loro siano contrarie all’autodeterminismo. Ma d’altronde questo è un problema ancestrale e di dialogo che c’è anche con le persone cisgender, transfobiche e omofobe. E’ sempre lo stesso preconcetto. Ad esempio, se le persone transessuali si sposano non significa che tu non ti possa sposare più. Un più che viene dato ad una persona non sarà un meno per le altre. Eppure questo non viene ancora compreso.

Per ascoltare le risposte complete di Francesco Cicconetti, potete guardare la diretta salvata sulla pagina Instagram di Ultima Voce.

Carola Varano

 

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