Ftalati: mangiare cibi fast food, preconfezionati o alle mense aumenta l’esposizione a queste sostanze

Mangiare in casa è più salutare

Una ricerca americana ha messo in relazione abitudini alimentari e maggior rischio di assunzione delle sostanze note col nome ftalati.

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Lo studio condotto da Ami Zota del dipartimento dell’ambiente e della salute occupazionale al Milken Institute School of Public Health della George Washington University di Washington, ha messo in relazione l’assunzione degli ftalati, sostanze che entrano nella composizione delle plastiche, PVC in testa, con l’abitudine di mangiare fuori casa.

Cosa sono gli ftalati

Chimicamente gli ftalati sono esteri dell’acido ftalico, insolubili in acqua, di cui esistono diversi composti; il più utilizzato, principalmente per il suo basso costo, è il diottilftalato (DEHP), plastificante per il PVC.

Il PVC, o polivinilcloruro, è un polimero, cioè la sequenza di una molecola ripetuta innumerevoli volte, al quale si aggiungono gli ftalati per renderla più flessibile e modellabile. I contenitori di numerosi alimenti, per esempio l’acqua, sono fatti di questo materiale, e più in generale molte plastiche sono in PVC.

Perché sono nocivi e come

La pericolosità di questa sostanza è data dal fatto che “mima” gli ormoni presenti nel nostro organismo, vale a dire che si sostituisce ad essi interrompendo in questo modo la loro azione e provocando seri danni. Nella fattispecie sono interferenti endocrini, cioè interferiscono sull’azione del testosterone nella produzione del liquido spermatico, causando sterilità.

 




 

Uno studio ha evidenziato come per lo più i neonati siano esposti agli ftalati, direttamente perché maneggiano numerosi oggetti di plastica, indirettamente perché  possono essere contaminati il latte o altri cibi. Infatti, il problema di queste molecole è che lisciviano dalla plastica che li contiene venendo facilmente ingeriti.

Cosa dice l’analisi dei dati

Zota e l’autrice principale, Julia Varshavsky,  hanno utilizzato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), raccolti tra il 2005 e 2014, in cui è stato considerato un campione di 10.253 persone. A tutti è stato chiesto di riferire cosa avessero mangiato, e dove,  nelle 24 ore precedenti. I ricercatori hanno poi analizzato, attraverso campioni di urina prelevati da ogni partecipante, i livelli dei prodotti della degradazione degli ftalati, mettendoli in relazione a ciò che le persone avevano mangiato.

Lo studio è il primo a confrontare le esposizioni di ftalati nelle persone che hanno riferito di cenare fuori, in questo caso il 61% dei partecipanti, con quelli più propensi a mangiare a casa.

In particolare alcuni cibi, quali cheeseburger o altri panini, sono stati associati a un alto livello di ftalati, fino al 30 per cento in più per tutti le fasce d’età, ma solo quando mangiati in mense, fast food o caffetterie.

L’associazione è risultata più alta negli adolescenti, abituali consumatori di fast food, con il 55% in più di livelli di ftalati rispetto a quelli che consumavano cibo casalingo.

Cosa ricaviamo da tutto ciò?

Questo studio suggerisce che il cibo preparato in casa ha meno probabilità di contenere alti livelli di ftalati, sostanze chimiche legate a problemi di fertilità, complicanze della gravidanza e altri problemi di salute 

dice l’autore senior Ami Zota. In un precedente studio, Zota e colleghi suggerivano che cibi fast food possono contenere livelli più elevati di ftalati. Infatti, consumatori abituali di hamburger, patatine fritte e altri alimenti, mostravano livelli di ftalati più alti del 40 per cento rispetto a chi raramente mangiava questi alimenti.

Sono numerosi i prodotti che contengono le sostanze incriminate: imballaggi, guanti utilizzati nella manipolazione del cibo, attrezzature per la lavorazione degli alimenti e oggetti usati normalmente nei ristoranti, bar o mense. La regolamentazione o addirittura il divieto di produrre queste sostanze può ridurne l’esposizione.

Alessandro Desogus

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