Gabriele Basilico: “entropía y espacio urbano”

Arrivare davanti al Museo “ICO” di Madrid ed essere accolti dal nome di Gabriele Basilico impresso, a caratteri cubitali, su di una parete dal fondo giallo, fa un certo effetto, considerato che il bianco e nero ha prevalso nelle sue opere fotografiche.

Entropia y espacio urbano”, è così che si intitola la mostra dedicata a Gabriele Basilico. Ramón Esparza, responsabile ed organizzatore, per tracciare le linee guida dell’esposizione, ha voluto infatti basarsi sul concetto di entropia. L’ispirazione, venutagli dall’artista statunitense Robert Smithson, tra i maggiori esponenti della “Land Art”, gli ha così permesso di partire dal concetto di caos, come origine, per poi muoversi alla ricerca dell’equilibrio. Il tutto prevalentemente applicato ai paesaggi offerti dal processo di “deindustrializzazione”.

L’artista milanese, scomparso, nel 2013, è considerato, per eccellenza, il fotografo dei paesaggi urbani.

Basilico, infatti, ritrae la città in costante trasformazione, cogliendone, nel tempo, le diverse fasi della metamorfosi. L’evoluzione sociale dei centri urbani determina, inevitabilmente, un’alterazione del tessuto cittadino. Questi cambiamenti, si riflettono, ad esempio, nell’abbandono di ex aree industrializzate poi destinate alla costruzione di alloggi, o nel tentativo, fallito, di espansione del tessuto urbano in una direzione poi non confermata dalle reali esigenze sociali, provocando la sensazione di caos. È lì che l’artista posa l’obiettivo della propria macchina fotografica.

L’esposizione prende inizio con uno spazio dedicatato al primo successo internazionale del fotografo, risalente al 1979, “Milano, ritratti di fabbriche”, dove, la tendenza a ritrarre le trasformazioni del paesaggio post industriale, domina. Il mutamento della metropoli, colto anche nelle zone periferiche, gli permette così di evidenziare, un tipo di architettura, industriale, in cambiamento. Si viene qui rapiti dalla linearità delle forme espresse dalle fabbriche, che, immancabilmente, l’occhio del fotografo coglie e trasmette.




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La sezione che segue regala contrasti completamente opposti, la cui forza delle immagini inghiotte il pubblico tanto da sentirsi dentro la fotografia, partecipe di quegli scatti al punto da viverli e proiettarsi nei paesaggi da essi immortalati. È in questa sezione, infatti, che si racchiudono le immagini captate da Basilico in Normandia, che caratterizzano la raccolta “Porti di mare”. Tale collezione fu il risultato di un incarico conferitogli dal governo francese per la “Mission Photographique de la DATAR”, anche qui un progetto di documentazione della trasformazione del paesaggio.

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La fase conclusiva di questo processo, che lo vede coinvolto nel racconto fotografico sulla trasformazione delle aree urbane del mondo, è racchiusa nella sala successiva. Viene, infatti, coinvolto, nel 1991, assieme ad altri fotografi del calibro di Robert Frank, Josef Koudelka, ecc, in un progetto fotografico di documentazione del centro della città di Beirut, dopo vent’anni di guerra. L’impatto emotivo che tale esperienza suscita nel fotografo, nonostante il tentativo, in alcuni scatti, di raffigurare una distruzione a cui potrebbe seguire un rinascita, lo porterà a gettare le basi per porre fine a questa sua lunga tappa fotografica.

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La distruzione e desolazione provocate dalla guerra propongono una raccolta d’immagini che suscitano una drammatica sensazione di smarrimento. Lo spettatore, attraversato dalla loro forza, si chiude in un silenzio fatto di tristezza.

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Il cambiamento che l’artista si propone dopo l’esperienza vissuta a Beirut arriva con la Biennale di Venezia del 1996, con “Sezioni del paesaggio italiano”. Un progetto realizzato in collaborazione con l’architetto Stefano Boeri. Questi, adotta una tecnica, per la descrizione del territorio, basata su schemi più topografici che emozionali. Ciò permette a Basilico di rielaborare il concetto romantico alla base del lavoro fino a quel momento realizzato. Abbandona così “l’idea della perdita” associata alla malinconia di ciò che “era”.

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È il momento nel quale la formazione universitaria, con gli studi di architettura, invade la sua opera fotografica trasformandolo in un “misuratore di spazio”, come egli stesso amava definirsi.

Così, l’ultima sezione, presenta le immagini del territorio italiano come prodotto della costante trasformazione sociale. Sei porzioni di territorio lunghe cinquanta chilometri e profonde 12: da Milano verso Como; da Mestre verso Treviso; da Rimini e Riccione verso Montefeltro; da Firenze verso Pistoia; da Napoli verso Caserta; da Gioia Tauro verso Siderno.

Tale spazio evoca una sensazione di solitudine ma anche di profonda familiarità con luoghi che, pur essendo, apparentemente, vuoti e incapaci di promuovere relazioni e coesioni sociali, appartengono ad un’epoca della storia del nostro paese. Le immagini qui contenute, realizzate con un distacco capace di trasmettere il processo di caos urbanistico di cui è stato protagonista il territorio italiano, non ha risparmiato nessuno, coinvolgendo aree del nord, del centro e del sud.

Le fotografie, in tutte le sue opere, nonostante siano prive di qualsiasi forma umana, trasmettono un silenzio, volutamente catturato dall’artista per trasmettere fino in fondo il messaggio desiderato. Ma, esse stesse, raccontano, la presenza, spesso devastante, dell’uomo.

                                                                                                                                                                              Turi Ambrogio

 

 

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