Il giorno della Nakba i palestinesi piangono altre 60 vittime dell’esercito israeliano

Sono dozzine di morti e oltre 2400 i feriti durante le proteste di ieri a Gaza

Nonostante il diritto internazionale consideri illegale l’annessione da parte di Israele di Gerusalemme est, ieri è stata inaugurata la nuova sede dell’ambasciata statunitense in Israele, proprio a Gerusalemme. Il Presidente Trump dichiarò di riconoscere la Città Santa come capitale di Israele lo scorso novembre. Le proteste dei palestinesi sono state sedate nel sangue.

Gaza, gas lacrimogeni e fuoco israeliano (Fonte: Twitter)
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Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà, e per tali fini a praticare la tolleranza e a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato […]

Inizia così il preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite del 1945. Parole forti, importanti. Una promessa ben precisa alle future generazioni che non si esaurisce soltanto nella volontà di non cadere più nel tranello della guerra, ma che va ben oltre. L’impegno è quello di promuovere e difendere ovunque nel mondo i diritti umani fondamentali, la dignità e la libertà di ogni essere umano e di ogni nazione. Un impegno inaudito, tanto grande da essere stato già disatteso così tante volte che è impossibile contarle. C’è poi un luogo nel mondo dove il diritto internazione, la solidarietà tra le nazioni e i diritti umani sembrano morti e sepolti definitivamente. Si tratta dei Territori Palestinesi occupati da Israele.

Una lotta ad armi impari

È una storia lunga quella dell’occupazione, che affonda le sue radici ben prima della redazione del documento citato. Impossibile tracciarla in poche righe, così come è impossibile attribuire colpe da una sola parte. Quello che però è prepotentemente chiaro e sotto gli occhi di tutti è la sproporzione dei rapporti di forza. Il conflitto tra palestinesi e israeliani ormai si combatte con pietre e armi di fortuna da un lato e con i carri armati e i droni dall’altro. Soprattutto, si combatte attraverso la morsa che lo stato di Israele stringe sempre più attorno alla popolazione palestinese. Tutta la popolazione, senza alcuna distinzione tra combattenti e civili, giovani e vecchi, uomini e donne, adulti e bambini. Le armi principali di Israele sono le restrizioni imposte alla popolazione nelle terre occupate.



Cinquant’anni di occupazione

Secondo Amnesty International, in cinquant’anni di occupazione Israele ha confiscato oltre 100.000 ettari di terra palestinese, abbattuto 50.000 case e altre strutture palestinesi, limitato pesantemente la libertà di movimento di 4,9 milioni di palestinesi e il loro accesso all’acqua potabile. Sono oltre 600.000 i coloni ebrei che risiedono illegalmente nei Territori Occupati e che commettono quotidianamente abusi nei confronti dei palestinesi e delle loro proprietà. Abusi che nessuno giudica e condanna, mentre per i palestinesi è praticamente impossibile ottenere, sulla propria terra, un permesso per costruire una stalla o scavare un pozzo. Israele, inoltre, fa un uso ordinario della detenzione amministrativa (sono circa un milione i prigionieri palestinesi dalla creazione dello Stato di Israele) e delle uccisioni extragiudiziali, nonché delle punizioni collettive, contrarie al diritto internazionale.

Situazione disperata

La giornata di oggi, 15 maggio, è celebrata dai palestinesi come la Nakba (=catastrofe) ricordando il grande esodo dei loro profughi (oltre 700.000) e reclamando il diritto al ritorno. Anche oggi proteste, anche oggi feriti. La situazione sembra ormai giunta a un punto di non ritorno, la popolazione palestinese è allo stremo e Israele non arretra di un passo. E come se il tutto non fosse già abbastanza disperato, lo scorso novembre è arrivata la proclamazione da parte del Presidente Trump del riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele. Una decisione che Amnesty International ha definito “sconsiderata e provocatoria” in quanto “destinata ad alimentare la tensione nella regione” e che “mostra ancora una volta il disprezzo del presidente Trump per il diritto internazionale“. Ricordiamo che l’annessione da parte di Israele di Gerusalemme est è considerata illegale dal diritto internazionale e condannata dalla comunità internazionale.

La folle politica di Trump non ha portato nulla di buono

Questo non ha fermato Trump, che è andato avanti per la sua strada. Ieri (non una giornata a caso, ma l’anniversario della proclamazione dello stato di Israele) la nuova ambasciata degli Stati Uniti è stata inaugurata a Gerusalemme, tra le proteste dei palestinesi a ridosso del confine. Proteste che sono finite, di nuovo, nel sangue: sono sessanta i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e oltre 2.400 i feriti. Sempre Amnesty International, la principale organizzazione per i diritti umani, ha definito quella di ieri:

Un altro orribile esempio del ricorso alla forza eccessiva da parte dell’esercito israeliano e dell’uso di proiettili veri in un modo del tutto deplorevole. Siamo di fronte a una violazione degli standard internazionali e, in alcuni casi, a quelle che paiono uccisioni intenzionali che costituiscono crimini di guerra.

(Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l’Africa del Nord).

Qualcuno potrebbe considerare questo un articolo di parte, poiché non tiene conto del diritto di Israele a difendersi. Tuttavia, posto che il diritto alla difesa è un diritto universale e posto che la difesa deve essere proporzionata all’offesa, che deve essere effettiva e attuale, non esiste un solo stato al mondo a cui sia concesso difendersi ignorando completamente il diritto internazionale umanitario.

Michela Alfano

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