Gelykheid – Uguaglianza

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Penultima domenica di Luglio, sono a Genova Brignole per prendere il treno e tornare a Torino dopo un weekend al mare. Scorro la maggior parte di vagoni del mio treno sperando di trovarne uno con l’aria condizionata, non mi demoralizzo, ma penso che se mai arrivasse il controllore, il biglietto glielo strappo davanti agli occhi.
Trovo finalmente un vagone semi vuoto; ci sono tre donne e quattro ragazzi, felici anche loro di aver trovato un vagone con l’aria condizionata. Appoggio la borsa sul sedile accanto al mio, metto la valigia sul ripiano sopra il finestrino e mi siedo. Apro il mio libro e mi immergo nella lettura.




La prima fermata dopo Brignole salgono sul treno moltissime persone, nel piccolo, tranquillo, vagone dove ero io entrano 10 donne; rumorose, invadenti e maleodoranti. Si appropriano del vagone e parlano a voce alta. Mi guardo intorno e vedo che gli sguardi dei primi presenti sono tutti infastiditi e confusi dal chiasso, io in primis. Si sistema davanti a me una donnona, poi un’altra, che mi chiede a gesti se posso togliere la borsa dal sedile accanto al mio. La guardo male ma sposto la borsa, appoggiandola accanto ai miei piedi. Il chiasso continua ed il treno riparte lentamente. Una delle donne davanti a me tira fuori una matassa aggrovigliata di nastri colorati. Le guardo meglio; sono belle, colorate, allegre, forti. Capisco che quei nastri sono per fare le treccine, avevo visto nel pomeriggio in spiaggia una signora farle ad una bambina. E ripenso che li per li mi ero chiesta come facesse a stare tutta vestita con quel caldo afoso. Guardandole meglio, il fastidio pian piano scompare e mi ritrovo a pensare da dove venissero. Parlano a voce alta nella loro lingua, che non è patois e capisco solo “Senegal” ripetuto piu’ volte. Ad un certo punto mi ritrovo a chiedermi come saranno arrivate qua in Italia, facendo memoria di tutte le notizie lette o sentite degli sbarchi degli “immigrati” in Italia o del proprio Senegal. E non ricordavo una guerra in Senegal che le obbligasse a scappare. Prendo il telefono e cerco notizie sul Senegal e scopro che “semplicemente” non scappano per la guerra (come un tempo) ma lasciano il loro paese alla ricerca di un futuro migliore. Come la maggior parte di persone, insomma. Leggo che li il salario medio è di soli cento dollari, mensile !! E che la loro ricerca fuori da quel paese è dovuta allo sviluppo lento dell’Africa stessa, che non offre lavoro o un futuro dignitoso. Alzo lo sguardo e le guardo ancora. Le loro mani corrono veloci tra quei nastri colorati e nel mentre parlano e ridono. Una di loro incrocia il mio sguardo e sorride. Non posso evitare di contraccambiare il sorriso e sento uscire dalla mia bocca “siete tutte molto belle”. Mentre parlo le indico, mi sorridono e tra di loro ridono fortemente per poi continuare a parlare.




Deduco che non sanno l’italiano se non “bella” e “treccine” e forse poco altro. E continuo a ripescare nella memoria le notizie che si sentono dei viaggi che fanno tante persone per fuggire che sia alla guerra o da una vita senza futuro, viaggi attraverso il deserto o in barche tremolanti che ispirano tutto tranne fiducia. Ad un certo punto noto come sia la ragazza davanti a me e quella a fianco a me non hanno paura di sfiorarmi. Anzi, le nostre braccia e gambe sono appoggiate l’un l’altra. E sento il calore dei loro corpi, e noto che io a loro non do fastidio, non gli faccio “schifo“. In tutto questo mi rendo conto che loro e la loro cultura sono fatti cosi. Come ogni altro paese ha le proprie. Come quando in Svezia non ti danno due baci, ma ti abbracciano, perché se ti dai due baci sei strano.
Cerco di immaginarmi come sia dover fuggire dal proprio paese per cercare un minimo di pace o un futuro e ritrovarmi a lavorare sotto il caldo a far treccine a sconosciuti. E mi rendo conto che magari sotto sotto loro sono ancora piu’ fortunate di altri. Altri che magari non sono neanche riusciti ad arrivare, o chi è finito nel traffico della schiavitù, prostituzione, mafia. Cerco di immaginarmi come mi sentirei io se dovessi combattere ogni giorno con sguardi brutti, con sguardi che urlano “mi dai fastidio”, “mi fai schifo”, “torna al tuo paese”. Cerco di immaginarmi lontana dal mio paese, lontana dalla mia cultura, le mie abitudini, i miei colori, la mia famiglia. Cerco di immaginarmi obbligata a lasciare la mia casa per vivere dove non mi vogliono. Perché ormai è ciò che la nostra società trasuda giornalmente. E penso ai miei nonni. Scappati negli anni 40 in Venezuela per sfuggire alla guerra e cercare un futuro migliore. Chissà come sarà stato. Chissà se erano i benvenuti. E penso che io la forza di queste donne forse non l’avrei. Perché loro la forza, la dignità, la speranza la emanano talmente tanto, che la posso toccare. E non servo certo io per informarle che sono forti, che le stimo. Però è un sentimento che sento invadermi. E vorrei poterglielo dire, ma sarebbe dura da spiegare “la stima” a chi usa una lingua diversa dalla tua. E penso che prima di essere emigranti, fuggitivi, extracomunitari, stranieri, siamo umani. E l’umano è uguale ovunque. O almeno dovrebbe. E che tutto il mondo è paese. Perché questo viaggio mi ricorda un viaggio che feci, dove nel mio scompartimento a 6, entrò una famiglia italiana; chiassosa e mal odorante. E non erano ne colorati,ne forti, ne sorridenti. Solo chiassosi, invadenti, maleodoranti e maleducati. La mia mente arriva alla parola giusta, l’Eguaglianza. Che non esiste ne peggiore ne migliore. Lo dimostrano proprio loro, le donne alle quali non ho detto a parole “Vi stimo”, ma lo hanno sentito, credo con il cuore. Perché quando sono scese ad Asti mi hanno salutata, con l’amore dell’umanità degli occhi, alcune sull’uscio del vagone si sono sporte indietro per allungare una mano e dire “ciao”. Loro hanno capito . Ed io ho capito.

 

Bianca Nevius

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