Gender: l’identità di genere non è pura ideologia

Dall’affermazione del diritto all’identità sessuale, riconosciuto per la prima volta, al lancio della barbie unisex. Nella società, qualcosa si muove

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Aprire le menti ed educare alla differenza: il libero orientamento sessuale è solo una fetta della grande torta rivoluzionaria in atto

Il gender – ovvero l’identità di genere – viene giuridicamente riconosciuto come un diritto a sé stante. È accaduto in Liguria, dove a una donna transessuale di 40 anni è stata sbagliata l’operazione chirurgica per cambiare sesso. Un errore che le ha causato danni irreversibili. La donna ha dovuto poi sottoporsi ad altri otto interventi chirurgici, senza risultato. Il Tribunale di Savona, con un’ordinanza storica, ha stabilito che oltre ad averle causato un danno biologico, i medici hanno violato il suo diritto all’identità sessuale, individuato come autonomo diritto fondamentale.




La donna ha ottenuto 214mila euro di risarcimento per le sofferenze fisiche subite, il lungo periodo passato in ospedale, le difficoltà relazionali e sentimentali dovute all’“imperfetto passaggio da un genere all’altro”. Ma la straordinaria novità risiede nell’aver calcolato non solo il danno biologico, bensì anche quello morale. Il Tribunale ha calcolato ulteriori 150mila euro per lesione dell’identità sessuale della donna. La decisione è “storica” perché afferma per la prima volta il principio del diritto all’identità sessuale della persona. Tale diritto viene fatto rientrare – alla stregua del diritto alla salute – tra quelli inviolabili della persona, riconosciuto dalla Costituzione (art. 2, “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo). La novità è che la dignità e la centralità della persona devono considerare anche il fattore “genere” e il suo sviluppo “sano”, che è “essenziale per la realizzazione della propria personalità”.

Anche la barbie diventa gender

Un altro fatto attuale che strizza l’occhio alla cosiddetta teoria del gender è il lancio della nuova barbie unisex della Mattel: Creatable World. Così la casa commenta questa scelta coraggiosa:

“È una linea di bambole disegnata per far giocare proprio tutti, senza etichette di alcun tipo, offrendo ai bambini la libertà di creare e ricreare i loro personaggi personalizzabili”.

Un gioco educativo quindi che tende a voler rafforzare il concetto di inclusività, molto attuale perché facciamo i conti tutti i giorni con l’immigrazione, il razzismo e l’omofobia. Se da una parte sorge il dubbio che l’operazione di mercato voglia abbracciare la società del momento e commercializzare – a proprio vantaggio – un concetto tanto delicato quanto dibattuto dai governi, Italia in primis, non si può negare il valore del gesto che ha il merito di dare luce a una questione difficile da affrontare socialmente.
Dallo slogan della Mattel emerge uno spirito apolitico e nobile, dai valori universali: vuole stimolare l’immaginazione e formare i bambini nella totale uguaglianza tra esseri umani di qualsiasi razza, sesso e orientamento sessuale.
Se il mercato comincia a sposare queste idee “progressiste”, la loro portata massiva potrebbe condizionare consumi e abitudini che andrebbero a influenzare comportamenti, e, alla lunga, modificare alcuni aspetti culturali molto radicalizzati. Ma sarebbe un male? E davvero si può parlare di ideologia?

La teoria del gender è davvero un’ideologia?

Sorridono i movimenti LGTB di fronte a queste “piccole” conquiste che danno credito alla teoria del gender, secondo cui la propria identità sessuale non viene stabilita dalla natura e dall’incontrovertibile sesso biologico, bensì unicamente dalla personale percezione che ognuno ha di sé: da qui deriva la totale libertà di orientare la propria sessualità secondo le proprie pulsioni. Se il sesso è biologico, il genere è psicologico e culturale. L’essere maschio e femmina non è un dato oggettivo ma un prodotto della cultura e della costruzione sociale dei ruoli. Gli ambienti conservatori cattolici (loro stessi hanno coniato il termine “gender”) sono allarmati da questa prospettiva che capovolge completamente la cultura antropologica millenaria su cui si basa la divisione di ruoli tra uomini e donne (e su cui si baserebbe anche la nostra cultura prevalentemente orientata al maschile). E la definiscono “pericolosa ideologia” per l’umanità. È di pochissimi anni fa la dichiarazione di Papa Francesco:

“La teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”.

Dopo il lancio delle bambole della Mattel, gli ambienti cattolici hanno parlato di “colonizzazione ideologica” che “forma fin dalla culla consumatori anestetizzati, confusi e obbedienti”. Il concetto di ideologia presuppone che vi sia un’idea imperante e dominante che condiziona un cospicuo gruppo di persone a cui potenzialmente possono aderire, proprio in virtù della forza di questa idea, moltissime altre persone. In un’accezione non propriamente positiva. Ebbene, la teoria del gender non sembra essere tutto questo. O meglio è qualcosa di diverso che cerca di aprire le menti ed educare alla differenza (nessuno come l’Italia ne ha più bisogno in questo momento storico).
Poi che sia stata fatta propria dai movimenti LGTB proprio in virtù dell’aspetto di libero orientamento sessuale non deve spaventare: esso rappresenta solo una fetta della grande torta rivoluzionaria in atto.

Cosa significa costruire un’identità di genere?

 Costruire un’identità di genere significa promuovere lo sviluppo della libera espressione della personalità, rispettare sé stessi e gli altri, la parità tra uomo e donna, la pluralità dei ruoli sessuali, combattere il sessismo e l’omofobia, il bullismo e la violenza sulle donne. Significa molte cose. Se alcune scuole italiane sono state inondate di critiche per alcuni progetti e studi di genere, l’Associazione italiana di psicologia è intervenuta per abbassare i toni del dibattito generale pubblicando un documento per chiarire meglio proprio il significato ampio di identità di genere (che non è un’ideologia).

Anche la Disney si adegua

E se la Mattel ha pensato ai bambini come gli adulti del futuro per una società migliore, anche la Disney si è allineata con un progetto speciale. Ha avviato una collaborazione con Geena Davis (attrice Premio Oscar, come dimenticare film come Thelma & Louise o La mosca) e il suo Geena Davis Institute on Gender in Media. Obiettivo: avere un livello di parità molto alto nelle produzioni della Disney. Per farlo sarà utilizzato un nuovo strumento basato sull’intelligenza artificiale, il GD-IQ  Spellcheck for Bias: un programma capace di analizzare rapidamente uno script, valutando il numero di personaggi per ogni sesso (anche di figure LGBT), per capire se sono percentuali rappresentative della popolazione reale.

Marta Fresolone

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