Germania-Usa : la telenovela dell’Euro continua

La Germania e l'Euro sotto l'attacco di Trump
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Il neopresidente Usa accusa la Germania di praticare una guerra commerciale : ma quasi nessun economista è d’accordo.
Forse accusare un altro di fare una guerra, è la miglior scusa per cominciarne una per davvero?

Il consigliere per l’economia di Donald Trump, Peter Navarro, ha dichiarato la scorsa settimana al Financial Times che la Germania sta praticando una autentica guerra contro gli Usa e contro i suoi stessi associati della Ue.

Stiamo parlando di una autentica guerra commerciale, naturalmente.
Ma quando si parla della Germania, normalmente si sottintende che sono sempre gli stessi bellicosi crucchi che hanno messo a ferro e fuoco il mondo per due volte.

Per cui, in un modo o nell’altro “ci riproveranno”.

Incidentalmente, Donald Trump è nipote di una coppia di tedeschi – e l’origine tedesca è quella maggioritaria fra gli americani di pelle bianca.

Per cui, seguendo il filo della stessa retorica, potremmo dire che di bellicismo e di aggressività commerciale ne deve capire parecchio anche il nuovo inquilino della Casa Bianca.

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La Germania e l’Euro sotto l’attacco di Trump

Invece non lo faremo, perchè preferiamo domandarci: è vero quel che ha detto Navarro?

Germania-Usa : Euro-Dollaro

Egli sostiene che la Germania manipola i cambi e mantiene basso il valore dell’Euro, in maniera da tenere bassi i prezzi delle merci tedesche e favorirne la esportazione in tutto il mondo.

La Germania, dopo due guerra guerreggiate, pratica una guerra commerciale?

La Merkel naturalmente ha risposto di no, anche perché la Bce è indipendente, ma noi per rispondere dobbiamo partire da una serie di dati di fatto.

Il primo dei quali è che la Germania, potenza tradizionalmente esportatrice (importa materie prime, esporta prodotti lavorati, come le auto o le lavatrici) registra una serie di record di avanzi commerciali.
Cioè, la quantità di ciò che guadagna vendendo i suoi prodotti, supera enormemente quanto spende per comprarne altri dall’estero.

In proporzione, supera anche la stessa Cina.
E non vi diciamo di quanto superi l’Italia.

Questo è sicuramente un grosso problema, perché gli squilibri così grandi fra le bilance commerciali vanno prima o poi in parte recuperati – salvo determinate squilibri di natura diversa, e più grave.
Di quella che solo una guerra guerreggiata può appianare (per dir così).

Lo squilibrio della bilancia commerciale tedesca è tanto più grave se rapportata all’ambito della Ue, perché risulta causa ed effetto al contempo degli squilibri fra le diverse economie continentali.

Soprattutto, nell’ ambito dei paesi Euro, come l’Italia.

L’Italia, la Germania e l’euro

In passato, quando si verificava uno squilibrio, il mercato riequlibrava la situazione, svalutando la moneta del Paese meno forte commercialmente.
Oppure, provvedeva proprio lo Stato gravato da un deficit commerciale (attenzione, non parliamo del deficit del bilancio pubblico di cui normalmente si sente parlare, quello dei “parametri di Maastricht”, quella è un’altra storia).

Ora, noi abbiamo la stessa moneta della Germania e non possiamo ricorrere alla svalutazione per metterci “in pari”.
Le nostre merci, vendute al cambio lira-dollaro, costerebbero meno e quindi potrebbero farsi preferire a quelle tedesche.
Così, vendute con lo steso euro dei tedeschi, perdono terreno di fronte alla miglior qualità dei concorrenti (o al fatto che a parità di qualità, quelle tedesche sono state prodotte con minor costo e quindi porteranno maggior guadagno).

La novità è che gli americani, dopo anni e anni, si sono accorti che la stessa malattia la soffrono anche loro, ed anzi in proporzione maggiore che noi : visto che sono il maggior debitore al mondo, con un deficit commerciale spaventoso.

C’è sbilancio e sbilancio

Ma è vero, allora, quel che dice Navarro (e con lui Trump) ?
Cioè che l’euro vale troppo poco, e che questo spiega come i tedeschi possano vendere tanto, perché a basso costo, e quindi siano sleali e pratichino una guerra commerciale nei confronti dei concorrenti?

No, non è vero, e la cosa è evidente. In questo grafico di Bloomberg per esempio, l’Euro viene indicato come una moneta sottovalutata: ma anche la Sterlina. Eppure la Gran Bretagna soffre dello stesso deficit commerciale degli americani.

Il problema non sta lì.

L’euro vale più del dollaro (oggi intorno a 1,07) , più del marco d’antan, e soprattutto fino a due mesi fa valeva oltre il 10 % in più e anzi rappresentava un problema – proprio perché è tarato sulle ambizioni dell’economia tedesca.

Una economia, cioè, che produce e vende prodotti d’alta gamma, e quindi non fa conto di conquistare fette di mercato grazie al basso prezzo.

Purtroppo, questa è stata la strada troppo spesso seguita dalle aziende italiane, le quali pertanto con l’ingresso nell’Euro non hanno più potuto godere dei benefici di una lira debole.

La lira debole voleva dire alto prezzo dei prodotti importati, come il petrolio, ma basso prezzo e quindi grandi volumi di vendite dei nostri prodotti all’estero.

Non andava troppo bene intorno al 1990; ma dopo, è andata peggio.

Questo, perché con l’ingresso nell’Euro il progetto era che l’Italia dovesse adeguarsi al modello economico, politico e sociale tedesco, per non rimanere indietro.

Ma così non è andata, non siamo diventati più efficienti ed anzi abbiamo perso strada nei confronti degli altri Paesi.

La nuova contrapposizione Usa-Ue

Insomma, Trump dice assurdità : l’Euro vale anche troppo.

E se non vale di più, è soprattutto grazie alla Bce di Draghi che in questi due anni ha praticato una politica di svalutazione “indiretta”.

Ma è stata limitata, tutto sommato, e soprattutto la Germania non c’entra granché : tant’è vero che i tedeschi spesso accusano Draghi di fare una politica vantaggiosa per la sua patria e non per la Ue.

Casomai è da quando è alito al potere Trump che il dollaro si è rivalutato (di quel 10 % scarso che si diceva prima) per le attese di investimenti e spese da parte dell’amministrazione Usa, che nutrono gli investitori.

In realtà, dopo anni di crescita, anche grazie a massicci investimenti statali cominciati con Obama, e sostenuti dalla Banca centrale americana, di recente le cose sono cambiate.

La governatrice Yellen, corrispettivo Usa di Draghi, sta cambiando verso alla politica di bassi tassi d’interesse, per paura dell’inflazione: cioè sta dicendo che il dollaro vale troppo poco, e che andrebbe irrobustito, per non creare bolle speculative.

L’opposto di quanto dice Trump!

Insomma, c’è una attesa quasi fatalistica del periodo di recessione che dovrebbe seguire al lunghissimo periodo di crescita che, in America, è cominciato nel 2009. Se non si rimedia per tempo, sostieno la Yellen, finiremo verso un’altro crack.

Allora, vien da pensare che Trump, con le sue polemiche nazionalistiche, si stia preparando a spostare le responsabilità per un futuro economico deludente (anche perché i suoi piani d’investimento non sono per nulla chiari) verso altri, verso i cattivi tedeschi.

Oppure, si può pensare che Trump voglia fare pressioni sulla Yellen per non interrompere la sua politica di tassi bassissimi, e continui a svalutare il dollaro. L’unica maniera per sostenere la politica di sgravi fiscali e grandi spese che egli ha promesso al proprio elettorato.

Al momento, c’è uno stallo (confermato l’altro giorno dalle decisioni della Yellen), ma tutto fa credere che si preparino le pedine per un futuro di guerre commerciali – appunto.

Il vero problema dell’Euro tedesco

Il problema della “manipolazione dell’Euro” dovrebbe essere spostato, dal piano del dumbing valutario a quello del dumping sociale.

Perchè la competitività tedesca data dal piano Schroeder, coevo all’inizio della storia dell’Euro, che prevedeva e prevede soprattutto investimenti nella ricerca e nel coordinamento fra pubblico e provato in funzione del progresso produttivo – e contenimento delle spese di carattere sociale e assistenziale.

Il dumping sociale tedesco

Infatti da anni l’Italia e gli altri Paesei europei chiedono alla Germania, dato che ha accumulato una così grande ricchezza commerciale, di spenderla.

Cioè di concedere aumenti di stipendio e altri benefici a vantaggio dei propri cittadini – che avendo più soldi in tasca, ne spenderebbe di più anche verso l’estero : determinando così quel riequlibrio commerciale di cui parliamo.

Ma il fatto è che gli stessi elettori tedeschi sinora hanno premiato la prudenza del proprio governo – e se l’hanno fatto, è perché in maggioranza non risentono dell’austerità, poiché essa viene compensata ampiamente dai guadagni delle esportazioni.

Guadagni dovuti al fatto che solo i tedeschi producono merci competititivi anche se prezzate in Euro.

In questo senso, sì, la Germania si fa forte della struttura finanziaria incardinata sull’Euro, a danno dei vicini.

La Germania, invece, se volesse diventare davvero il motore di una Europa unita, dovrebbe accettare dei sacrifici a vantaggio dei Paesi meno competitivi – come il nostro.

Insomma, l’equilibrio fra una “Europa germanizzata” (che sta andando in pezzi) ed una “Germania europeizzata” (che non si è ancora avverata) è una cosa difficile da trovare.

Ma cosa c’entra Trump, che vuole la fine della Ue, per fare con ogni singolo Paese più o meno quanto fa oggi la Germania?

In cerca di un nuovo ordine mondiale

La questione insomma è complessa, e richiederebbe approfondimenti che lo spazio non consente, ma di sicuro il punto non è che sia utile cominciare guerra commerciali e svalutazioni competitive fra le nazioni.

Mentre è vero che quello degli squilibri delle bilance dei pagamenti è un problema reale, ed è comprensibile e persino giusto che gli Usa chiedano un riequilibrio.

Ma l’Euro, con tutti i suoi difetti, non c’entra molto.

La verità è che in tutti i settori oggi noi scontiamo il crollo del sistema che, realmente, sorreggeva l’ordine globale dopo la seconda guerra, e che ha rappresentato l’impalcatura per quella straordinaria espansione economica vissuta negli anni del boom, del miracolo, il periodo 1945-73.

Non parlo della Nato, della Ue, o dell’Onu.

Parlo del sistema di Bretton Woods, che stabiliva gli equilibri monetari e finanziari fra le varie grandi aree economiche e politiche occidentali.

Un equilibrio che è crollato già nel 1971, per decisione americana.

Una decisione che seguiva a una serie di altri rivolgimenti – ma che fu unilaterale, e tutta funzionale agli interessi americani.

Oggi noi vediamo come l’ordine seguito all’ultima guerra stia ulteriormente franando e polverizzandosi.

Sarebbe bene ricostruire un nuovo sistema globale – visto che la dimensione dei problemi umani è, non ci sbagliamo, irreversibilmente globale.

Pensare di ricostruire questo nuovo ordine attraverso minacce, accuse e insinuazioni, e quindi guerre commerciali o di altro genere, non sembra tanto logico.

ALESSIO ESPOSITO

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