Giacomo Leopardi; poeta depresso e solitario, ma non troppo

Una nuova indagine medico-scientifica smentisce molte delle tesi sullo stato di salute di Giacomo Leopardi.

La scoperta del medico Erik Sganzerla smentisce tutto ciò che abbiamo sempre creduto sapere sul carattere e la malattia di Giacomo Leopardi.

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E se Giacomo Leopardi non fosse stato malato e depresso?

Nuove ricerche avrebbero portato alla luce alcuni retroscena davvero inediti, sulla figura del grande poeta di Recanati.

A riportare la notizia, al Corriere della Sera, è il dott. Erik Sganzerla, direttore del reparto di Neurochirurgia presso l’ospedale San Gerardo-Università Bicocca. Secondo gli studi del neurochirurgo, Giacomo Leopardi non sarebbe stato affatto un depresso cronico, ma soprattutto i suoi mali e la sua solitudine, elementi che lo avrebbero indirettamente portato a scrivere L’Infinito e alcuni tra i più grandi capolavori della letteratura italiana, non sarebbero stati causati affetto dalla tubercolosi alle ossa.




Il dott. Sganzerla è riuscito a ricostruire la cartella clinica del poeta, partendo dalle 1.969 lettere della corrispondenza di Giacomo Leopardi, nella quale è lui stesso a descrivere le fasi della sua malattia. Attraverso questo sistema egli ha formulato una nuova ipotesi alternativa a quella dominante che vuole Leopardi, affetto dal “Morbo di Pott” o spondilite tubercolare.

L’ipotesi alla quale giunge Sganzerla è che Giacomo Leopardi fosse affetto da una malattia genetica molto rara: la spondilite anchilopoietica giovanile.

“Dalle lettere, afferma il neurochirurgo, sappiamo che Leopardi non è nato gracile e gobbo. Il fratello Carlo lo descrive come bambino vivace e leader nei giochi. La cifosi dorsale insorge dopo i 16 anni, come conferma il marchese Filippo Solari il quale scrive di aver lasciato Giacomino a 16 anni, ancora sano e dritto”.

I famosi sette anni dedicati allo studio intenso e disperato contribuirono ad aggravare la deformazione di Giacomo Leopardi, cui seguirono anche; problemi di vista, disturbi intestinali e le complicanze cardiopolmonari che lo porteranno alla morte, il 14 giugno 1837, all’età di 39 anni.

La corrispondenza epistolare di Leopardi, assieme ai recenti studi, fanno parte di un libro, a cura dello stesso Erik Sganzerla, dal titolo Malattia e morte di Giacomo Leopardi, presentato il 16 gennaio scorso al Liceo Mosè Bianchi di Milano.

Si tratta di un’indagine clinica che, se confermata, farebbe nuova luce sulla sintomatologia di Giacomo Leopardi, escludendo definitivamente la depressione psicotica. Il poeta Giacomo Leopardi potrebbe essere studiato sotto un’altra prospettiva; un uomo colto e intrinsecamente solare, la cui malattia né influenzò i tratti caratteriali, ma non minò la volontà di un uomo curioso, viaggiatore ed esploratore di luoghi e di segreti, come quelli più sottili che veicolano l’animo umano e che vivono per sempre nei versi più belli che siano mai stati scritti dall’uomo moderno.

Fausto Bisantis

 

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